Overbooking: Chiara Cataldi

di

Romano A. Fiocchi

Kabul tra macerie e giardini di rose. Questo è il titolo con cui nel 2012 l’avevo recensito su un quotidiano di Alessandria, che ha poi cessato le pubblicazioni. “Prima bevi il tè, poi fai la guerra” era un libro speciale, lontano dai toni apocalittici dei giornali proprio perché scritto con una penna scorrevole e leggera, capace di muoversi nello stesso tempo tra dolore, distruzione e giardini pieni di rose, in un terra che già allora era sull’orlo del baratro. L’aveva scritto Chiara Cataldi, una giovane laureata in Scienze Internazionali e Diplomatiche che aveva trascorso il 2008 lavorando pressa la nostra ambasciata di Kabul. Dopo la recensione ci eravamo scambiati alcune e-mail, che con molto rammarico ho perso. Dico con molto rammarico perché dopo gli eventi dei giorni scorsi ho cercato sue notizie in rete e ho scoperto che Chiara Cataldi è morta nel 2017, uccisa da un male incurabile. Sono quindi andato a rivedere la splendida fotografia sulla copertina del suo libro, con la coppia di afghani in bicicletta sullo sfondo di una campagna popolata di edifici abbandonati, dalle finestre scure come vuote occhiaie. Ho sfogliato alcune pagine e riletto il nostalgico esergo preso in prestito da Tabucchi: «Un luogo non è mai solo ‘quel’ luogo: quel luogo siamo un po’ anche noi. In qualche modo, senza saperlo, ce lo portavamo dentro e un giorno, per caso, ci siamo arrivati».

Ripropongo questo breve pezzo qui, per Nazione Indiana, non tanto perché il libro di Chiara sia illuminante nei confronti della situazione attuale, anzi, proprio per l’opposto: perché mostra quanto l’Afghanistan, nonostante la guerra e grazie al suo popolo, rimanga una terra bellissima. E quanto chi vi abbia vissuto anche per un breve periodo l’abbia amato.

 

Prima bevi il tè, poi fai la guerra, questo il titolo del libro. Potrebbe sembrare un’allusione a una politica colonialista. In realtà il titolo scelto da Chiara Cataldi per il suo reportage su Kabul ricalca semplicemente un vecchio adagio che le ha insegnato Malik, responsabile afghano del progetto della Cooperazione Italiana per le donne. Sta a significare che bisogna dare tempo al tempo, che niente è urgente nella vita, neppure la guerra. E il tè, che va sorseggiato con calma, rappresenta questa filosofia di vita. Che è tipicamente afghana.

Un reportage, dicevo, anche se sulla copertina del libro risalta la dicitura «romanzo». Del resto, García Márquez scrive che reportage e romanzo sono figli della stessa madre e che il reportage, più che un mezzo spettacolare di informazione, è un vero e proprio genere letterario. Chiara Cataldi modifica il nome di alcuni personaggi, si inventa qualche aneddoto, arricchisce qua e là il testo con sfumature narrative ma ciò che ci consegna, alla fine, è un autentico esempio del reportage di cui dice Márquez.

Con la penna leggera e vivace di un cronista, la Cataldi passa disinvolta dalla denuncia della condizione femminile all’esaltazione dell’ospitalità afghana, dalle rovine della guerra e degli attentati talebani – compresa l’assurda e sistematica demolizione dei Buddha di Bamiyan – alla descrizione della tranquillità suggestiva del Giardino di Babur, «uno dei luoghi più belli di Kabul». O al nostalgico mausoleo dove riposa il comandante afghano Massoud, il Leone del Panjshir, che combatté prima contro l’invasione sovietica e poi contro l’ottusa crudeltà talebana. Il lettore, incalzato con un ritmo da diario in rete, quasi senza accorgersene finisce per vivere anche lui un anno a Kabul. Tra desolazione, giardini di rose, paesaggi mozzafiato.

In carico all’ambasciata italiana della capitale afghana, Chiara Cataldi – un po’ per lavoro, un po’ per istinto – nel suo anno di permanenza impara a conoscere gli abitanti di questa terra martoriata, ad avvicinarsi alla loro mentalità, a rispettare le loro tradizioni e a parlare più o meno bene il dari. Nelle 188 pagine del libro c’è un po’ di tutto, anche qualche incursione a mo’ di guida storica e turistica nel vicino Uzbekistan. Incontriamo così toponimi dal sapore leggendario, come l’antica Samarcanda, e fantasmi di profeti islamici che continuano a predicare dopo essere stati decapitati. Ma c’è spazio anche per le attività dell’orfanotrofio di Kabul, per il resoconto sull’ospedale di Emergency ad Anabah, per i miracoli del Centro Ortopedico della Croce Rossa, insomma per tutte quelle istituzioni dove la gente – occidentale ed afghana – lavora per alleviare le sofferenze e per spingere il paese verso la normalità. Che non può esistere, lo sappiamo, finché attentati e rappresaglie sono all’ordine del giorno.

Chiara Cataldi parla anche di libri e di librerie. E questo arricchisce Prima bevi il tè, poi fai la guerra di una sfumatura letteraria. C’è una libreria, a Kabul, dove il titolare ha lottato contro i Talebani per evitare che i volumi sull’Afghanistan andassero distrutti. È la «Shah M Book Co.», diventata famosa in tutto il mondo ovviamente grazie a un libro: Il libraio di Kabul della scrittrice norvegese Åsne Seierstad, dove si racconta appunto la sua storia. Che è storia vera, e forse per questo Shah Muhammad, il libraio, non è molto bendisposto verso il visitatore straniero che entra nel suo negozio come in un luogo turistico e sa tutto di lui e della sua storia personale. Nella «Shah M Book Co.» la Cataldi trova una copia – in lingua inglese, perché in Italia non è mai uscita – della Guida storica dell’Afghanistan scritta negli anni Settanta dall’antropologa e archeologa americana Nancy Hatch Dupree. È uno di quei colpi di fortuna da bibliofili improvvisati. E lo è ancora di più, alcuni mesi dopo, farsi autografare il volume dall’anziana autrice in visita presso l’ambasciata italiana.

Il linguaggio parlato, talvolta un po’ gergale (aggettivi come «sfigato», «rimbambito», espressioni come «si fiondano»), talvolta eccessivamente anglofilo («mix» in luogo di miscuglio, «glamour» in luogo di fascino), non disturba – trattandosi di un reportage – la scorrevolezza della narrazione. Insomma, il libro si legge in un soffio e ti fa l’effetto di uno splendido concerto di musica classica in un teatro devastato dalla guerra. Scrive Chiara Cataldi, mentre attraversa la città seduta a bordo di un’auto: «Ascolta questa musica e guarda Kabul che scorre al finestrino. Sembra un film surreale».

 

 

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francesco forlani
francesco forlani
Vivo e lavoro a Parigi. Fondatore delle riviste internazionali Paso Doble e Sud, collaboratore dell’Atelier du Roman . Attualmente direttore artistico della rivista italo-francese Focus-in. Spettacoli teatrali: Do you remember revolution, Patrioska, Cave canem, Zazà et tuti l’ati sturiellet, Miss Take. È redattore del blog letterario Nazione Indiana e gioca nella nazionale di calcio scrittori Osvaldo Soriano Football Club, Era l’anno dei mondiali e Racconti in bottiglia (Rizzoli/Corriere della Sera). Métromorphoses, Autoreverse, Blu di Prussia, Manifesto del Comunista Dandy, Le Chat Noir, Manhattan Experiment, 1997 Fuga da New York, edizioni La Camera Verde, Chiunque cerca chiunque, Il peso del Ciao, Parigi, senza passare dal via, Il manifesto del comunista dandy, Peli, Penultimi, Par-delà la forêt. , L'estate corsa   Traduttore dal francese, L'insegnamento dell'ignoranza di Jean-Claude Michéa, Immediatamente di Dominique De Roux
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