Orizzonti perduti, orizzonti ritrovati – Eric Salerno (Il Saggiatore)

Estratto dal capitolo: Libia e Camerun

 

«Assaggia» intimava allungando il braccio con un sorriso, quasi una sfida. La giovane, minuta, mi fece tornare alla mente un’altra donna incontrata sui monti del Darfur, in Sudan, che anni addietro mi aveva offerto e fatto gustare per la prima volta una cavalletta appena catturata e affogata in un secchio d’acqua. Qui, nel profondo Sud della Libia, la donna, abbondantemente coperta salvo i piedi che trascinava in acqua, si spostava avanti e indietro sulla riva del lago abbassando e rialzando una retina attaccata a un lungo palo e rispondeva al mio sguardo incuriosito con la sua offerta. Vuoi assaggiare? Vuoi guardare più da vicino? Prendi, prendi in mano. Non fa male.

Il mio interprete, un berbero della costa, sofisticato e poco avvezzo alle avventure in mezzo alla splendida natura del suo paese, non nascose un certo disgusto, se non disprezzo, mentre cercava di mettermi in guardia. «Sono vermi! Questa gente mangia di tutto» spiegò con una smorfia che voleva essere anche un sorriso. Era la metà degli anni settanta. Da quasi un mese stavo girando la Libia alla ricerca di testimoni delle atrocità commesse dai colonialisti italiani. Avevo parlato con decine di anziani beduini del Nord, fra la Tripolitania e soprattutto quella Cirenaica considerata povera quando gli italiani le appiopparono la definizione di «scatolone di sabbia», ma ormai centro della lucrosa attività delle compagnie petrolifere, Eni e Agip in testa. I colonialisti francesi e inglesi cercavano ricchezze nelle terre di cui volevano appropriarsi. Il Regno d’Italia si era «accontentato» di terra da coltivare e da affidare ai contadini della penisola, alla ricerca di spazio vitale. Un’alternativa alle grandi migrazioni verso le Americhe.

Curiosamente negli stessi anni in cui gli italiani, ormai sotto il fascismo, si radicavano in Libia, una commissione di ebrei venuta dalla Gran Bretagna cercava a sua volta spazio vitale in Cirenaica. Si chiamavano territorialisti e si contrapponevano ai più noti e motivati sionisti: a loro sarebbe bastata una «terra per gli ebrei» e non necessariamente creare uno stato ebraico in Palestina, la Terra santa, con Gerusalemme come capitale. Operazione sempre coloniale ma pretese minori. Si fecero accogliere dagli ebrei che da quasi duemila anni abitavano lungo la costa mediterranea della Libia. Parlarono con i rabbini, i saggi delle comunità, i padri di famiglia e tornarono a Londra delusi. Quella terra, scrissero, era troppo arida. Non poteva servire. Era sufficiente osservare la superficie per capirlo: rocce, sabbia, ciottoli e poca acqua. Come gli italiani, non potevano sapere ciò che nascondeva il sottosuolo: uno dei giacimenti di idrocarburi più vasti della terra e di qualità superiore a quasi tutti gli altri. Per non parlare dei minerali rari di cui solo da poco si è capita l’importanza.

Come aal’inizio del decennio, quando la visitai per la prima volta, nel 1977 la Libia paese era governato da Mu’ammar Gheddafi. Stava diventando sempre più ricco e il giovane ufficiale cercava modi per distribuire le ricchezze naturali a una popolazione di appena sei milioni di abitanti, sparsi in una terra vasta e in qualche modo sconnessa. Parlai a lungo con i reduci della guerra coloniale, gente sopravvissuta ai campi di concentramento, alle torture, alle impiccagioni, ai maltrattamenti. E dalla costa mi spostai verso il Sud della Cirenaica e il Fezzan, la zona più desertica ancora oggi poco sfruttata dalle compagnie petrolifere dove il Leader, così voleva essere chiamato, cercava con poco successo di trasformare i nomadi – soprattutto tuareg – in contadini sedentari. Scimmiottando Mao, aveva scritto il suo Libro verde. Non aveva una precisa ideologia, anche se il suo pensiero ondeggiava tra socialismo e comunismo. Aveva in mente – mi confessò – un modello, ed era quello del kibbutz o del moshav israeliano. Comunità fondate sul lavoro collettivo e sulla condivisione. Alla fine quella formula nata nei sogni dei comunisti ebrei sovietici non ebbe grande successo nemmeno in Israele. L’adattamento confuso e incerto voluto da Gheddafi si rivelò un fallimento già in partenza.

A ogni famiglia di nomadi o seminomadi sedentarizzati praticamente con la forza era stato assegnato un appezzamento di terra arida da coltivare. Trattori e altri mezzi agricoli venivano condivisi da molte famiglie che, in teoria, potevano aiutarsi a vicenda. Ogni appezzamento era diviso in quattro part: in un paio il neocontadino poteva scegliere cosa seminare; nelle altre due, o anche in una sola, il prodotto d’obbligo era l’erba medica, che veniva acquistata in blocco dallo Stato per destinarla agli allevamenti di bestiame allestiti nelle vicinanze. L’incasso garantito da questo meccanismo era più che sufficiente per mantenere una famiglia, motivo per cui gli appezzamenti di erba medica davano segni di grande vitalità, mentre gli altri rimasero semiabbandonati.

Ma torniamo alla giovane con i piedi nelle acque del lago. Durante la mia ricerca nel profondo Sud della Libia mi ero ricordato di aver letto su un vecchio libro dell’esistenza di un complesso di laghi salati in mezzo a un mare di sabbia. Trovammo un autista locale in quella che si sarebbe rivelata un’esperienza tra le più belle di tutti i miei viaggi nel Sahara. Avevo imparato a guidare abbastanza bene tra le dune, soprattutto la mattina, quando il gelo notturno le rafforza e reggono il peso delle macchine. Mai, però, avrei potuto anche soltanto seguire le tracce del nostro autista locale che si muoveva senza bussola o l’aiuto notturno delle stelle. Ci volle almeno un’ora per arrivare al primo lago, piccolo e disabitato. Al secondo incontrammo un pescatore di minuscoli crostacei – non vermi – che da millenni costituivano la principale fonte di proteine per la gente dei villaggi isolati. L’Artemia salina viene allevata e utilizzata come alimento per i pesci d’acquario. Una volta, forse per la velocità con la quale si sposta in acqua, era chiamata «scimmia di mare». Vivono in genere quasi quattro mesi e nell’arco della loro vita producono costantemente uova.

«Assaggia!» E assaggiai. Sapevano di sale, poca sostanza, ma poi mi spiegarono che in genere non vengono mangiate crude e nemmeno una alla volta, ma se ne fanno delle piccole polpette che vengono lasciate essiccare al sole e consumate nel corso dell’anno per integrare il fabbisogno di proteine.

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Eric Salerno (New York, 1939), giornalista, inviato speciale, esperto di questioni africane e mediorientali, è stato corrispondente del Messaggero da Gerusalemme per quasi trent’anni. Nel 1961 ha portato i Peanuts di Charles M. Schulz in Italia. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo Guida al Sahara (SugarCo, 1974), Fantasmi sul Nilo (SugarCo, 1979), Israele. La guerra dalla finestra (Editori Riuniti, 2002), Genocidio in Libia (manifestolibri, 2005), Mosè a Timbuctù (manifestolibri, 2006). Per il Saggiatore sono usciti Uccideteli tutti (2008), Mossad base Italia (2010), Rossi a Manhattan (2013), Intrigo (2016) e Dante in Cina (2018).

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