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Un labile confine: “L’isola dei topi” di Alberto Bertoni

di Claudia Zironi

 

Alberto Bertoni, modenese, è docente di letteratura italiana contemporanea all’Università di Bologna. Numerose sono state le sue precedenti pubblicazioni sia di stampo saggistico che di genere poetico. Nel maggio 2021 è uscito il suo libro di poesie L’isola dei topi nella prestigiosa “bianca” delle edizioni Einaudi. Il libro si suddivide nelle sezioni Alberi e bestie, Case, Milieu, Avvistamenti, Brindisi e dediche, Was war (Ciò che è stato) e si conclude con la prosa Canalchiaro che funge da connettore tra il tempo del materiale poetico, scritto in periodi precedenti, e l’attuale realtà in cui non si può ignorare l’emergenza pandemica e quanto questa abbia influenzato le nostre vite. Perché Bertoni ha avvertito questa necessità? Probabilmente perché lui scrive della vita, in tutte le sue sfumature: la analizza, la destruttura – la scompone in piani sequenza -, osserva il mondo, gli animali, gli uomini e osserva se stesso senza che alcun dettaglio possa sfuggirgli. E di materiale interessante questo ultimo periodo deve avergliene fornito parecchio.

Lo sguardo di Bertoni seziona impietosamente la realtà per incasellarla – indulgentemente in fondo perché la bonarietà emiliana gli è propria (e la studentessa Valentina, protagonista di una poesia, sicuramente di questo deve essere grata avendo passato a pieni voti un esame al secondo tentativo, dopo essere scivolata, al primo, nel peggiore dei modi, sulla zona grigia di Primo Levi) – allo scopo di trasformarla in memoria. Il libro è infatti ricchissimo di reminiscenze che per l’autore – non dimentichiamolo – anche di Ricordi d’Alzheimer (Book Editore, 2008, 2012, 2016), sono un bene prezioso. Vengono ricordati animali che se ne sono andati come la gatta Musetta e cavalli celebri che hanno dato tante emozioni a Bertoni, appassionato di corse, e vengono rievocati amici che pure non ci sono più, e viaggi, strade, momenti buffi e momenti tristi. E il motto celaniano “Was War” (in tedesco: ciò che è stato), utilizzato per intitolare l’ultima sezione, ancora ci rimanda al tema della Memoria, in questo caso non personale ma eredità collettiva dell’umanità. E poi ci sono i topi… E qui il confine labilissimo e non invalicabile, come ci insegna J. Derrida, tra uomo e animale si fa davvero ambiguo.

I topi sono metafora della memoria che si consuma, ma soprattutto metafora dell’uomo e di ciò che sta erodendo la nostra civiltà, simbolo di ciò che rimarrà alla fine dell’antropocene. I topi, interpretabili poi come topos-topoi di una ricerca di verità sulle questioni ontologiche, vengono a dirimere lo iato tra senso e necessità di esistere. Ma i topi danno anche nome a un’isola in prossimità di Piombino dalla quale Bertoni manda un Salutz (saluto/canto amoroso occitano, e citazione del titolo di un libro del maestro Giovanni Giudici) a una bella rimasta sulla sponda della terraferma. L’amore è senz’altro un tema caro a Bertoni, dunque troviamo nel libro alcuni canti dedicati alla moglie Adriana che probabilmente è anche in vari testi il suo “tu dialogico”. Scenario ricorrente è la città di Modena, certo amata, ma che Bertoni avverte anche chiaramente come elemento condizionante: “…mi chiedo che vita è la mia/ a vederlo tutti i giorni/ il Duomo di Modena”. La varietà dei temi e la piacevolezza del dettato, che contiene però tante intriganti posizioni di sospensione e di vuoto che lasciano il dovuto spazio all’immaginazione del lettore, fanno di questo libro un piccolo scrigno di ispirazione per quanti già amano la poesia ma anche per chi voglia avvicinarvisi per la prima volta.

Chiudo la mia breve nota di lettura lasciando spazio alla voce dell’autore con la poesia Cose: Non è vero che vengono/ velocemente dimenticate// Che si sciolgono come neve al sole/ senza lasciare orme senza mai più/ essere sognate (o narrate)// Che sono puri fiocchi di fuliggine,/ non portano da nessuna/ parte e vivono come tatuaggi/ di cicatrici lontane// Come fantasmi, come multipli di zero,/ come essenze del nulla, del non/ essere che saremo/ presto// Vili materie e tracce/ tutto sommato umane

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Giorgiomaria Cornelio
Giorgiomaria Cornelio è nato a Macerata nel 1997. È poeta, scrittore, regista, performer e redattore di «Nazione indiana». Ha co-diretto la “Trilogia dei viandanti” (2016-2020), presentata in numerosi festival cinematografici e spazi espositivi. Suoi interventi sono apparsi su «L’indiscreto», «Doppiozero», «Antinomie», «Il Tascabile Treccani» e altri. Ha pubblicato La consegna delle braci(Luca Sossella editore, Premio Fondazione Primoli), La specie storta (Tlon edizioni, Premio Montano, Premio Gozzano), L’Ufficio delle tenebre e il saggio Fossili di rivolta. Immaginazione e rinascita (Tlon Edizioni). Ha curato il progetto Ogni creatura è un popolo (NERO Editions)e per Argolibri, l’inchiesta letteraria La radice dell’inchiostro. La traduzione di Moira Egan di alcune sue poesie scelte ha vinto la RaizissDe Palchi Fellowship della Academy of American Poets. Con le sue opere ha partecipato a festival e spazi come Biennale Venezia College, Mostra internazionale del nuovo cinema, Rencontres internationales paris/berlin, Centrale Fies. È il vincitore di FONDO 2024 (Santarcangelo Festival), uno dei direttori artistici della festa “I fumi della fornace” e dei curatori del progetto “Edizioni volatili”. È laureato al Trinity College di Dublino e dottorando allo Iuav di Venezia.
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