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Lo sberleffo di Badiucao: come bucare il bavaglio cinese

 

La Cina (non) è vicina BADIUCAO – opere di un artista dissidente

di Daniele Ruini

True democracy begins
With free confession of our sins
(W.H. Auden, New Year Letter)

Che l’aria che si respira in Cina non fosse particolarmente salubre lo si sapeva già: basterebbero a dimostrarlo le notizie delle ultime settimane. Dagli sforzi ufficiali del presidente Xi Jinping per aprirsi la strada verso un terzo mandato, alle provocazioni militari ai danni di Taiwan (della cui possibile riunificazione alla Cina è tornato esplicitamente a parlare lo stesso Xi Jinping), fino alle recenti elezioni per il Consiglio legislativo di Hong Kong nelle quali Pechino ha avuto gioco facile nel far vincere tutti i seggi a disposizione ai candidati più vicini al regime. Per non parlare dell’aggressività commerciale della Repubblica Popolare, accresciuta dopo lo scoppio della pandemia, o del mai sopito nazionalismo, ormai pronto a sfidare ad armi pari il gigante americano.
Ma per entrare nel corpo vivo del regime cinese il pubblico italiano ha a disposizione –almeno fino al 13 febbraio 2022– un’occasione da non perdere: mi riferisco alla bellissima esposizione dedicata all’artista cinese Badiucao La Cina non è vicina, allestita nel Museo di Santa Giulia di Brescia per la cura di Elettra Stamboulis.

Nato a Shangai nel 1986 e noto con lo pseudonimo di Badiucao, questo artista-attivista si è fatto conoscere soprattutto attraverso il suo account Twitter, con il quale diffonde le sue opere cercando di tenere desta l’attenzione sulle politiche repressive del governo cinese. Ciò che muove tutta la produzione di Badiucao –che contempla quadri, poster, sculture, ready made, video, affissioni e performance in luoghi pubblici– è infatti una vera e propria ossessione: ovvero fare di tutto per mantenere viva la memoria dei molti lati oscuri del Comunismo cinese. Una delle opere più eloquenti visibili a Brescia, intitolata non a caso Legacy, ritrae per esempio i grandi leader comunisti –da Mao Zedong a Xi Jinping, passando per Deng Xiaoping, Jiang Zemin, e Hu Jintao– come dei veri e propri compagni di merende. E sia il padre della Cina comunista sia l’attuale presidente sono fatti oggetto di varie forme di dissacrante irrisione: dalla rappresentazione di Mao come un felino che recide con i denti il filo penzolante di un mouse, a Xi Jinping che abbatte con un fucile l’orsetto Winnie the Pooh (la cui immagine è censurata da alcuni anni in Cina a causa dei meme che ne hanno fatto l’alter ego del presidente).

È importante sapere che La Cina non è vicina è la prima mostra monografica mai dedicata –almeno in Occidente– a Badiucao: un precedente tentativo era stato fatto a Honk Kong nel 2018 ma, a pochi giorni dall’inaugurazione, l’esposizione era stata cancellata a causa delle minacce che avevano raggiunto sia la sua famiglia in Cina sia lo stesso artista, che da una decina di anni vive in Australia. Dopo quel fatto Badiucao ha deciso di rinunciare alle maschere che utilizzava per celare la sua identità e ha scelto di mostrare apertamente il suo volto; e la data scelta per farlo, il 4 giugno 2019, non è stata certo causale, trattandosi del trentennale dei fatti sanguinari di Piazza Tienanmen. La consapevolezza circa la pochissima conoscenza che la sua generazione aveva del massacro compiuto dal governo cinese nel 1989 è stata proprio ciò che ha spinto Badiucao ad iniziare il suo percorso di artista dissidente: d’altra parte i fatti di Piazza Tienanmen, che la Cina ha sempre continuato ad avvolgere in una cortina di fumo– coincidono con il momento in cui il Paese ha iniziato un’apertura verso l’economia di mercato imponendo, in cambio, ai propri cittadini di evitare di occuparsi di politica.

L’attualità della critica di Badiucao, così come la continuità della censura governativa, sono dimostrate dalla reazione stizzita della Cina per la mostra bresciana: l’ambasciata italiana della Repubblica Popolare ha infatti inviato, lo scorso ottobre, una lettera ufficiale al comune di Brescia chiedendo la cancellazione dell’esposizione. Secondo l’ambasciata, «le opere in mostra sono piene di bugie anti-cinesi, distorcono i fatti, diffondono false informazioni, fuorviano la comprensione del popolo italiano e feriscono gravemente i sentimenti del popolo cinese mettendo in pericolo le relazioni amichevoli tra Cina e Italia». Fortunatamente il comune non si è fatto intimidire, e ha rivendicato il diritto all’accoglienza degli artisti dissidenti in nome del valore supremo della libertà di espressione. D’altra parte la mostra fa parte della quarta edizione del Festival della Pace, che nel 2019 aveva dato spazio all’artista curda di nazionalità turca Zehra Doğan, incarcerata tra il 2017 e il 2019 in quanto accusata dalla Turchia di “propaganda terroristica”.

Allievo di Ai Weiwei, un ritratto del quale possiamo vedere nella mostra, Badiucao affronta i molteplici aspetti in cui si dispiega la censura cinese, allargando lo sguardo anche alle ingiustizie che avvengono in altri paesi come il Myanmar e concentrandosi in particolare sulla situazione delle rivolte di Honk Kong, a sostegno delle quali l’artista si è speso in prima persona. La denuncia della repressione del dissenso tocca poi la persecuzione da parte del governo cinese della minoranza turcofona e musulmana degli Uiguri, stanziata da millenni nella regione dello Xinjiang; e non risparmia nemmeno i fatti più recenti legati alla pandemia: alcuni poster ironici mostrano il modo in cui, in nome dello slogan “Silence is Health”, il governo cinese avrebbe tenuto a bada il Covid.
Tra i pezzi forti presenti a Brescia si possono citare l’inquietante ritratto –utilizzato come poster della mostra– in cui Badiucao ha sovrapposto il volto di Xi Jinping a quello di Carrie Lam, la Chief Executive di Honk Kong colpevole di aver provocato le proteste del 2019 con la sua proposta di legge per rendere più agevole l’estradizione verso la Cina; o la Tiger Chair, una tradizionale sedia di tortura usata dal regime che l’artista ha modificato facendola apparire coma una sedia a dondolo. E oltre alle già citate opere dedicate a Mao, caratterizzate dal colore rosso acceso e da un’estetica pop che rimandano allo stile iconografico adoperato dalla propaganda cinese, si segnalano i geniali poster di finta pubblicità delle prossime Olimpiadi invernali –evento di cui Badiucao promuove il boicottaggio– liberamente scaricabili in rete.

Ma il cuore pulsante della mostra, quello in cui si possono davvero percepire le ferite inflitte alla società cinese dalla Repubblica Popolare dell’Amnesia (come si intitola un libro della giornalista Luisa Lim dedicato a Piazza Tienanmen), è certamente rappresentato da tutte quelle opere che si sforzano di tenere viva la memoria degli oppositori che hanno pagato con la vita la loro dissidenza. Parliamo del premio Nobel per la Pace Liu Xiaobo, morto nel 2017 in regime di detenzione, e di sua moglie Liu Xia, tuttora costretta agli arresti domiciliari dopo aver fatto visita al marito in prigione. O di Li Wenliang, il medico di Wuhan che per primo lanciò l’allarme sul nuovo Coronavirus, andando incontro alle reprimende del governo e morendo poi di Covid a soli 33 anni. Centrale, in questo, è anche il documentario del regista australiano Danny Ben Moshe che accompagna la mostra e che ci permette di cogliere i motivi profondi che hanno attivato l’arte di Badiucao: dal ricordo del nonno, morto in un campo di lavoro all’epoca della Rivoluzione Culturale, all’incontro tra l’artista e uno degli attivisti che presero parte alle proteste di Piazza Tienanmen durante le quali perse le gambe (maciullate dai cingoli di un carro armato dell’Esercito Popolare di liberazione). Proprio i fatti del 4 giugno 1989 e il loro occultamento costituiscono l’assillo personale di Badiucao, che ha elevato a proprio feticcio il Rivoltoso Sconosciuto (il cosiddetto Tank Man) che ebbe il coraggio di opporre il proprio corpo ai carri armati delle milizie mandate a sedare la rivolta; è il gesto di quell’uomo, che l’artista cinese ha omaggiato in video e fotografie ambientate in varie città del mondo, a continuare a guidare la mano di Badiucao: affinché l’oblio non spenga la sete di verità.

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2 Commenti

  1. È importante che in Occidente sosteniamo la libertà di critica cinese, aprendo le porte al dibattito, come ha fatto in questo caso il Comune di Brescia. Le istituzioni devono rispecchiare il lavoro di chi sensibilizza su questi temi, agendo di concerto con gli operatori culturali: questa è l’unica strada.

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Ornella Tajani insegna Lingua e traduzione francese all'Università per Stranieri di Siena. Si occupa prevalentemente di studi di traduzione e di letteratura francese del XX secolo. È autrice del saggio Tradurre il pastiche (Mucchi, 2018). Ha tradotto e curato: Il battello ebbro (Mucchi, 2019); L'aquila a due teste di Jean Cocteau (Marchese 2011 - premio di traduzione Monselice "Leone Traverso" 2012); Tiresia di Marcel Jouhandeau (Marchese 2013). Ha inoltre tradotto le Opere di Rimbaud (Marsilio, 2019). Oltre alle pubblicazioni abituali, per Nazione Indiana cura la rubrica Mots-clés, aperta ai contributi di lettori e lettrici.
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