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Ruthie Fear

di Maxim Loskutoff

La prima volta a caccia con suo padre Ruthie Fear avvistò un enorme scheletro alato giungere in volo dal nord. Ad ali spiegate sulla linea dell’orizzonte, si librava sopra le montagne illuminate dall’alba, oscillando nelle correnti d’aria. Le ossa si muovevano fluidamente, collegate le une alle altre come vertebre e delineate da fasci di luce. Il cranio puntava verso di lei. La sua ombra scivolava sul terreno. Un alieno, Ruthie ne era certa, una creatura che planava di mondo in mondo su correnti gravitazionali e in volo tra uno e l’altro, lentamente, era morta, spogliata della carne dalla potenza di mille soli.
A soli cinque anni Ruthie percepiva la vastità dell’universo. In esso si sentiva un puntino. Immaginava di attraversare il cosmo sulle tracce di quel predatore, senza paura né fame, superando strani mondi e nebulose torreggianti di gas verdi e viola larghe milioni di miglia.
Lo sparo dell’A 5 di suo padre la distolse da quelle fantasticherie e ridusse lo scheletro a un ammasso contorto di parti disconnesse. Una precipitò vicino allo stagno ghiacciato di fronte a loro. Atterrò senza rumore in uno sbuffo di neve. Il resto dello stormo si ricompose, proseguì e si perse tra le ombre dei monti Sapphire. Suo padre imprecò e abbassò il fucile. Aveva la barba rossa incrostata di brina bianca. «Sparato troppo presto» disse. Il suo cappellino arancione era l’elemento più vistoso di quel mondo mattutino. Ruthie non si capacitava: un attimo lo scheletro, quello dopo un’oca morente. Il fumo si srotolava dalla canna del fucile, un riflesso del fiato del padre. L’oca si trascinava sul ghiaccio con un’ala spezzata, diretta non verso la sponda ma verso il centro del lago, come se lì ad attenderla ci fosse stata una qualche benevola forza guaritrice.
L’aria fredda pungeva la gola della bambina. Un improvviso calore le si era acceso negli occhi. Piangeva molto di più la perdita dello scheletro alato che l’oca in fin di vita davanti a lei. Le distanze impossibili che doveva aver percorso. La libertà di spostarsi di galassia in galassia, nutrendosi di luce, mentre lei era confinata nella casa mobile che divideva col padre e nella valle che la circondava. L’oca cedette. Solo l’ala ancora integra seguitò a battere sul ghiaccio con cadenza regolare, debolmente, disperatamente. Il padre di Ruthie imprecò di nuovo. Aprì la cassa e lasciò cadere le cartucce vuote nella neve. Dal basso salì l’odore acre di ammoniaca della polvere da sparo. «Non puntarlo» disse, porgendo il fucile a Ruthie. «Non su di me, né su di te». Ruthie strinse al petto la canna tiepida. Ne soppesò il potere. Desiderava che lo scheletro fosse passato incolume, che fosse volato fino a Las Vegas, Cancún o un altro di quei po- sti lontani, popolati da donne in bikini come quelle sui poster appesi al muro nella stanza del padre. Aveva solo ventiquattro anni, anche lui poco più che un bambino.
Insieme stavano dinanzi al mondo.
Lui si voltò e si avviò nella macchia verso lo stagno. Si fermò sulla sponda strizzando gli occhi per il freddo, con le sopracci- glia aggrottate in un’espressione determinata. «Non farlo mai» disse.
Si sdraiò sulla pancia e spalancò le braccia. Per un istante rimase immobile, come un supplice riverso con la faccia nella neve, poi con le gambe si diede la spinta dalla riva innevata e trascinandosi sui gomiti prese ad avanzare piano sulla superficie scricchiolante del lago. Le braccia disegnavano una specie di V sopra la testa, il corpo appiattito, un orecchio teso a carpire il minimo rumore proveniente da sotto. Esalava calore a nastri, un intruso in quel deserto bianco dove solo l’oca si muoveva. Su tre lati un bosco di salici e poi, come un pendio in lontananza, il tetto innevato della magione incompleta di Wiley King, ex stella del country, dove Rutherford aveva lavorato per un po’ quando aveva chiuso la segheria.
L’ala batteva come un cuore, tump, tump… tump, rallentava, girava a vuoto, era un motore ferito che perdeva colpi. Un rivolo rosso si allungò ad accogliere suo padre, a guidarlo, come un serpente fino alla tana. Ruthie avrebbe voluto gridare, ma aveva paura che anche solo quel suono potesse crepare il ghiaccio. Trattenne il respiro. Suo padre avanzava. Trenta centimetri dalla sponda, poi cinquanta. Tese la mano guantata verso la zampa nera dell’uccello. Quasi la toccò, finché un rumore come un altro sparo lacerò l’alba e due pareti bianche si ersero a formare un canyon, risucchiando uomo e volatile nell’acqua scura sotto. E ricaddero in posizione orizzontale, e rimase solo la crepa frastagliata tra le due lastre a tradire la rottura.
Per un istante Ruthie non si mosse né urlò. Era intrappolata fra la realtà e la sua immaginazione. Che cos’era reale? Suo pa- dre sul ghiaccio o suo padre perso nell’acqua nera lì sotto? Lo scheletro volante o lo stormo di oche? I suoi stivali sprofondati nella neve o saltellanti dietro un’enorme creatura alata nelle profondità dello spazio?
Il ghiaccio sorse con violenza in una montagna puntuta e il cappello arancione del padre irruppe in superficie. L’acqua gelida gli uscì dalle guance. Urlò. Liberò il braccio con uno strat- tone stringendo per la zampa l’uccello che ancora si dibatteva. Lo lanciò verso Ruthie. Quello scivolò sulla neve a riva. Aveva un’aria stranamente intatta, sembrava solo stupefatto ora che il sangue era stato lavato via dalle piume e il freddo gli aveva chiuso per un attimo la ferita. Rutherford arrancò con i gomiti sul ghiaccio, rompendolo di nuovo. Ruotò le spalle come un orso e avanzò verso Ruthie. Lei era immobile, stringeva il fucile paralizzata dal terrore. Lui si faceva largo, inarrestabile, spaccando il ghiaccio nell’acqua che gli arrivava alla vita, il viso contorto in una smorfia. Mostruoso, bestiale, un assassino che avrebbe ucciso ancora. Per un attimo Ruthie si spaventò tanto che pensò di puntare la canna verso il petto del padre, premere il grilletto e rispedirlo sotto il ghiaccio. Che si richiudesse su di lui e il gigantesco scheletro tornasse a solcare i cieli diretto a sud.

Tratto da: Maxim Loskutoff, Ruthie Fear, Edizioni Black Coffee, traduzione di Leonardo Taiuti

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Sono nata nel 1975. Curo laboratori di tarocchi intuitivi e poesia e racconto fiabe. Fra i miei libri di poesia: Artico (Crocetti 2005), Tam Lin e altre poesie (Transeuropa 2010), Acquabuia (Aragno 2014). Ho pubblicato un romanzo, Tutti gli altri (Tunué, 2014). Come ricercatrice in storia ho pubblicato questi libri: Il famiglio della strega. Sangue e stregoneria nell’Inghilterra moderna (Aras 2014) e, con il professor Owen Davies, Executing Magic in the Modern Era: Criminal Bodies and the Gallows in Popular Medicine (Palgrave, 2017). I miei ultimi libri sono il saggio Dal Matto al Mondo. Viaggio poetico nei tarocchi (effequ, 2019), il testo di poesia Libro di Hor con immagini di Ginevra Ballati (Vydia, 2019), e un mio saggio nel libro La scommessa psichedelica (Quodlibet 2020) a cura di Federico di Vita. Il mio ripostiglio si trova qui: http://orso-polare.blogspot.com/
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