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Discanto della madre

di

Rossana Valle

a)

Corremmo. Corremmo, io e Guido, lungo il corridoio lieve di neon della notte dell’ospizio.
Corremmo fino al limitare della porta: eri afflosciata sulla carrozzella, nel cappotto cammello, i tubicini dell’ossigeno nelle narici.
Riuscii ad urlare Mamma. Poi Guido ti riversò su letto che odiavi tanto e iniziò il massaggio cardiaco, Cento al minuto! gridò Guido all’infermiere e poi la ventilazione, e poi l’adrenalina.
Ma tu eri sempre più pallida e crudele, allora ti presi tra le braccia e continuai a dire Mamma in un pigolio sconnesso.

È già il passato remoto, le parole inutili.

Guido si accasciò sulla sedia sfinito, disse Basta agli infermieri e agli oss che invadevano la stanza,
e il nostro sale amaro piovve su pelli già vecchie, piovve sulle mani degli infermieri e degli oss, sul tuo viso e sui tuoi occhi chiusi. Sulla favola infelice della tua vita.

Ti copro con lo scialle rosa, non devi avere freddo.

Mi avevi detto che non volevi morire qui, tra le altre cartapecore malate, due ore prima avevamo visto il tuo viso oltre la parete di plexiglass, ascoltato la tua voce che il microfono rendeva un colpo di fucile.

Ti accompagniamo nell’impossibile, che poi è la sola vera casa, e ancora il tuo alito caldo di madre vibra nella stanza, tra i tuoi vestiti e i tuoi pochi oggetti.

Ancora l’amore cresce e tu sei con noi nel travaglio del cielo notturno, lo stesso travaglio che ci ha visti nascere.
È sonno e tormento, poi di nuovo la caducità del giorno nel gelo di gennaio.

Posi un fiore sulla lapide partigiana, come fai sempre nelle passeggiate.

Continuavi a far vivere il tuo grammo di eterno, aldilà del male dell’uomo, al di sopra della linea spezzata delle montagne lontane che pregavi dal balconcino.

Accarezzo la testa disperata di Guido, me lo stringo al petto come faresti tu.

La notte dell’ospizio avanzava lenta. Mi chiesi che cosa facevamo lì, tutti e tre, in quella stanza anonima che odorava di soluzione finale. Mi dissi che non mi sarei mai perdonata quella scelta, e i tuoi pochi oggetti sul comodino, la sveglietta a forma di gufo, un vecchio Einaudi di quelli con le striscette rosse urlava con un lungo lamento di cane nella campagna.
Guido disse che se non fossi stata lì sarebbe successo prima, mi guardò a lungo con occhi pieni di lacrime come i miei.

Sei bellissima, mamma, il tempo non scalfisce il tuo sorriso, né la tua voce limpida che ha ancora la forza che noi non abbiamo più.

Ecco, l’opalescenza dell’impossibile non aspetta.
Le onde del dolore del mondo schiaffeggiano i muri duri della stanza. Poi, ti prendo una mano, e l’appoggio alla guancia, e dico Lasciateci qui, ancora un momento.

b)

Nell’abitacolo della macchina di Guido, seduta sul sedile posteriore, stringo in un abbraccio ligneo le tue ceneri e la tua poesia e i tuoi fiori. Non c’è un paesaggio preciso, in questo viaggio per le campagne che già sanno di Langa, ho le mosche nel cervello e non sento nulla, non respiro bene. Il dolore di oggi e di ieri è cementato nell’ospizio, nei quattro lunghi mesi della tua prigionia.

È in questi giorni che cominci a diventare evanescente, chiamo e chiamo la reception, e sento Qui è un inferno, voglio tornare a casa, perché mi fate questo. Ti sai malata, ma non ti senti malata. È una fatica salire sugli autobus, compilare i fogli anticovid, per poi vedere il tuo viso attraverso il plexiglass, senza poterti sfiorare le mani e le guance. Appena posso, corro da te, ma solo e quando lo permettono.
È lungo e profondo, questo smarrirti e sradicata dai minuscoli tabernacoli che orlano i tuoi mobili, e lumini per chi non c’è, e ancora fame di oggetti e di fotografie, di erbette e di parole scritte con la gioia che uccide l’inquietudine.

Questo mattino è lo splendore di gennaio. Lo squarcio del cielo si spezza sulle Alpi e le loro nevi, è un trascolorare di azzurri. Dalla collina del cimitero, le campagne riarse d’inverno tacciono la morte apparente della natura come tu gridavi la tua.
Scendiamo dall’auto, Guido mi prende per mano mentre la ghiaia sfrigola sotto le suole. Mi sostiene. Ho voluto gli iris e gli anemoni, i fiori del ricordo che ami, e rose rosse d’amore, e gigli verginali perché hai amato un solo uomo. Ti aspetta, quest’uomo, dietro la foto in cui sorride, chiedo al muratore con voce minima se stia usando calce o cemento. Cemento, risponde lui, ma adesso il cemento non è lo stesso dell’ospizio, ora sei libera, lo dice la tua presenza nei sonni.
Hai trovato un luogo che non è quello della tua cenere. Ci cammini accanto, io e Guido ti teniamo per mano.
La quale mamma fummi, e fummi nutrice poetando, dice Stazio a Dante.
Rispondi con un verso tuo, di Silvana. E le rose del partigiano tacciono, colme di grazia nell’aver dato.
Camminiamo in silenzio oltre i boschi e le colline, sulle acque dello stagno incuranti delle biche, le nostre mani si stringono fino all’orizzonte, ed anche oltre, camminiamo di orizzonte in orizzonte, le dita forti e grandi di Guido intrecciate alle tue, stella di luce azzurra, noi pellegrini ad intuire l’eterno, nel velluto di un tramonto alla Chaplin.

Scrivi al crepuscolo e nella notte, poesia lieve per le tue campagne e la loro luna, le tue campagne blande di mestizie di autunni nebbiosi, e di neve di guerra, e dell’onda del grano giovane e biondo in cui nasci.
Ti ascolto, verso sera, leggerti sul divano del salotto, allora sì che siamo madre e figlia, voliamo alto nel pianto e nell’amarezza. Poi i globuli azzurri della tua ironia, che ha lo sguardo di Dio, e il tuo sorriso: ridiamo del nostro stesso pianto.
I tuoi fiori. Li raccogli lungo i marciapiedi, ti dico che i cani lì pisciano ma tu niente, testarda come una testuggine, protetta dal bastone di legno che indaga le erbette, e le prime viole che sanno di donna e di senso, e ci stupiamo come il vento delle primavere le porti sempre, nel medesimo luogo, rinascono come il pianto acuto dell’ospizio, mando un messaggio ad Alessandra, Io me la porto a casa.

Sarà fino alla fine, questo assesto di rimorso e di rimpianto, di speranza e mancanza di luce vuota, com’è vuota adesso la casa, quale disastro sanguinario rivederla, nei suoi anfratti di polvere, nel cuscino che conserva la forma del tuo capo.

Le penne per il diabete e il glucometro sono sul tavolo di cucina, quanto li odi, scrivi Basta! sul quaderno della glicemia, e sei rinchiusa in cellule stanche di lottare con l’infanzia eterna di ciò che sei. Bisogna disossare la memoria, perché tu sia libera.

Guido mi propone quattro passi e un caffè, per guardare le montagne che abbracciano l’orizzonte. Guido capisce tutto anche se non parliamo, siamo fratelli in questo ora che è un per sempre, prendiamo il caffè in silenzio poi c’incamminiamo per vedere il castello, ma non riesco a camminare, non ce la faccio, le mosche turbinano nel cervello e negli arti, e tutto questo sole, come splendeva oltre la croce del tabernacolo del cimitero, troppa luce nell’ombra della tua assenza.
C’è una chiesa sul piazzale del paese, è grande e sontuosa molto più delle case.
Qualcuno ha inciso parole sul portale della chiesa, “Dove sei.”

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11 Commenti

  1. Metto un cuore.ma non basta
    È solo per dirti che ti seguo e leggo con grande amore per le tue parole

  2. Cara Rossana,
    è un bellissimo ricordo della tua mamma, Lei, ovunque sia ora, ne sarà contenta. Come sempre sei una maestra delle parole. Un abbraccio grande e affettuoso.

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Vivo e lavoro a Parigi. Fondatore delle riviste internazionali Paso Doble e Sud, collaboratore dell’Atelier du Roman . Attualmente direttore artistico della rivista italo-francese Focus-in. Spettacoli teatrali: Do you remember revolution, Patrioska, Cave canem, Zazà et tuti l’ati sturiellet, Miss Take. È redattore del blog letterario Nazione Indiana e gioca nella nazionale di calcio scrittori Osvaldo Soriano Football Club, Era l’anno dei mondiali e Racconti in bottiglia (Rizzoli/Corriere della Sera). Métromorphoses, Autoreverse, Blu di Prussia, Manifesto del Comunista Dandy, Le Chat Noir, Manhattan Experiment, 1997 Fuga da New York, edizioni La Camera Verde, Chiunque cerca chiunque, Il peso del Ciao, Parigi, senza passare dal via, Il manifesto del comunista dandy, Peli, Penultimi, Par-delà la forêt. , L'estate corsa   Traduttore dal francese, L'insegnamento dell'ignoranza di Jean-Claude Michéa, Immediatamente di Dominique De Roux
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