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Non andare troppo lontano

di Mariasole Ariot

è vero che a qualcosa, sempre,
non ci approssimiamo

Giuliano Mesa

Approssimarsi per cammino cauto, lento come richiedono le cose minime, i frammenti di umanità, i resti di un presente immobile, in quasi movimento, in procinto di andarsene o arrestato (come un capriolo morto, investito dalle mosche, una donna in attesa dell’arrivo di un autobus, o forse solo seduta nel pensiero, un sacchetto abbandonato o appoggiato alla cancellata di un accesso vietato).

I passi dello sguardo del fotografo Federico Pacini in Non andare troppo lontano (Editrice Quinlan, 2022), si confondono con i nostri, si avvicinano lenti verso l’immaginario che non acceca e non grida ma resta silenzioso: l’immagine diventa parola, una parola in sordina, desaturata dal troppo dell’io che la pronuncia e la mostra. 

Ritorna così alla mente una poesia di Fabio Pusterla da Folla sommersa (2004), dove l’invito all’ascolto del diciassettesimo verso è un ascolto rivolto un silenzio segreto, pacato, disteso nella domanda, dubbio e non risposta.

Algometrie II

Pensa a un paesaggio, adesso: risalire
un argine, seguendo una pista sterrata, che a sinistra
costeggia piloni e tralicci, poi le gabbie
semivuote di un canile.
Solo una lingua stretta di rovi e robinie
separa invece a destra il sentiero dall’acqua

di un torrente o riale che scende all’opposto, lungo i sassi
nerastri finiti qui da colline giurassiche
ormai quasi azzerate. Direzioni
antitetiche, e tu in mezzo,
tra flussi d’energia e vene frenetiche
che pulsano. Più avanti
l’accenno di una gola, e sulla gola
le vecchie baracche cadenti di una segheria,
scaglie di legno, scandole, treppiedi,
sostegni corrosi che sembrano scaffolds comanches.
Poi ascolta: abbaiamenti lontani, motori,
non pochi segni confusi di precedenti passaggi,
umani ed animali. Risalire,
dunque, per dove? Per giungere a che? E cos’è, paura

o piacere che vibra tra i rovi lambiti dall’acqua, e anche l’acqua,
perché? La diga in fondo,
di calcestruzzo muto, è il tuo passato, spreme a stento
un poco d’acqua nera sopra il muro. A primavera
spalancano le paratie, scroscia un’ondata
di piena e fango a valle, tronchi marci. Si rinnovano
le geometrie dei sassi, le correnti
segrete.

Federico Pacini attraversa gli interstizi di luoghi d’appartenenza (il senese, il grossetano) che intrecciano l’abbandonato e il racconto vissuto dell’animale e dell’uomo, o le tracce lasciate come un ricordo impresso sulla memoria del territorio che continua a narrare e narrarsi: jeans appesi al fuori che avvolgono un vaso di fiori: dicono un prima che non ha nulla di scenografico ma di vita isolata, di una gestualità di cui non possiamo sapere l’intento né il risvolto. Come fermo è l’obiettivo, così resta fermo lo sguardo di chi guarda, e nel passaggio da pagina a pagina il lettore (perché è di lettura che si tratta) si ritrova all’interno, viaggia con l’occhio che viaggia, una fusione dell’io con l’altro dell’immagine e l’altro del fotografo, una biografia del paesaggio che si espande in orizzontale e nel suo cammino.

“Il memorabile è ciò che può essere sognato del luogo”, come ci ricorda Michel de Certeau ne L’invenzione del quotidiano, così camminando col camminatore che cattura frammenti e territori chiamati ad essere volti, ci ritroviamo in uno stato onirico, il sogno del dormiveglia.

E se la biografia del paesaggio si espande in orizzontale, così in orizzontale sembra espandersi il punctum: dal dettaglio l’iride si sposta a cogliere il contorno che lo racchiude: la schiena di una donna quasi nuda seduta sul margine di una finestra cattura e punge lo sguardo per poi chiederci di comprendere ciò che sfugge, il territorio come un volto che non si limita ad incorniciare la scena ma si porge in uno stato di accoglienza, ne descrive ciò che può essere detto, le mura ingiallite, scrostate, le serrande verdi di due terrazzini, una parabola di un vicino, i fiori poggiati sotto una tettoia lasciata a sé stessa; la cartolina di una Pietà mangiata da una parete o forse un suolo: dove si colloca l’occhio? Al centro o nel dettaglio dello strumento accanto? Il dettaglio si fa così paesaggio e passaggio: da un oggetto all’altro, per poi spostarsi, e tornare al primo, e ancora perdersi e dilatarsi sulla pietra che li avvolge. 

L’umano appare poche volte, quasi a ricordare quel farsi portatore di un silenzio – ma silenzio di segno contrario al mutismo – del fotografo. Seduto o in piedi resta in uno stato di sospensione, un “prima di” o in attesa. Fermi immagine non rubati ma raccolti, chiamati alla comunicazione, senza didascalia. O ancora compare come fotografia di fotografia, un metaverso percettivo (l’uomo incorniciato con la baionetta che fuoriesce dalla stampa per puntare la canna verso un quadro con due volatili, le coppe vinte: da chi, per cosa). 

Ma è il territorio a scandire la narrazione, un territorio che si fa volto, le rughe del tempo che è stato e che continua a restare, un luogo riterritorializzato dalla fotografia di Pacini, e che nel sospendere il tempo affonda in un tempo indefinito: immagini che potrebbero provenire dal passato, non collocate temporalmente ma solo nello spazio, uno spazio dai colori spenti, nebbiosi, un indefinito, fino a quando un dettaglio ci riporta al presente: il rosa acceso di un circo semi abbandonato in lontananza, i capelli blu della donna col carrello. 

“La vita è fatta di piccole solitudini”, scriveva Barthes: e arriva così la necessità di avvicinarsi a queste solitudini con delicatezza, silenziati anche noi, in uno stato di sosta, parentesi tra il vociare della visione e la grana mite del sonno.

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mariasole ariothttp://www.nazioneindiana.com
Mariasole Ariot ha pubblicato Elegia, opera inedita vincitrice del Premio Montano 2021 (Anterem Edizioni), Anatomie della luce (Aragno Editore, collana I Domani - 2017) Anatomie della luce (Aragno Editore, collana I Domani - 2017), Simmetrie degli Spazi Vuoti (Arcipelago, collana ChapBook – 2013), poesie e prose in antologie italiane e straniere. Nell'ambito delle arti visuali, ha girato il cortometraggio "I'm a Swan" (2017) e "Dove urla il deserto" (2019) e partecipato a esposizioni collettive.  Aree di interesse: letteratura, sociologia, arti visuali, psicologia, filosofia. Per la saggistica prediligo l'originalità di pensiero e l'ideazione. In prosa e in poesia, forme di scrittura sperimentali e di ricerca. Cerco di rispondere a tutti, ma è necessario potare pazienza. Se non ricevete risposta, ricontattatemi a distanza di un mese. Il mio giudizio per eventuali pubblicazioni è ovviamente del tutto personale.
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