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Virgilio Sieni: Danza Cieca

 

 

Per Cronopio è stato pubblicato Danza Cieca di Virgilio Sieni, raccolta di riflessioni «sull’esperienza fisica, estetica ed emozionale vissuta nella messa in opera dell’omonimo duetto danzato dal coreografo Sieni e dal danzatore non vedente Giuseppe Comuniello». Per gentile concessione dell’editore, ospito qui alcuni estratti dal libro.

 

 Materia invisibile e percepita 

Si danza l’arte del trasformare, dell’elaborare e restituire poeticamente materia invisible e percepita. Si vuole dare vita a qualcosa che non è propriamente visibile, ma che prende forma nella relazione tattile dei due corpi.

L’invisibile è l’immateriale che nel suo lasciarsi attraversare e toccare assume l’aspetto di un alone che guida le mani, e con esse tutto l’organismo, nella costruzione di figure immaginarie. Una costruzione che emerge nel momento in cui si riconoscono i tratti dei passaggi, si rammentano gli attraversamenti e le traiettorie ripetute. È come se lo spazio fosse composto da un’infinità di particelle che tutte le volte incidono, coincidono, mutano, spostano, penetrano e attraversano il gesto. Stiamo parlando dell’aura, di quell’intorno che crea una spazialità leggera, tenue e attraversabile, che arricchisce la visione nella lontananza e sollecita la percezione nella vicinanza. Un accadimento che s’inoltra nel tempo e giunge a noi come sorpresa, cogliendoci per la sua capacità di trasfigurare il corpo dell’altro in gesti di luce che ci toccano. L’aura, sorprendendoci e attraendoci, comprende l’essenza della persona capace di raccogliere in sé l’indicibilità della sua origine, espandendo verso il fuori questa potenza. Sembrerebbe scaturire da questo continuo rimandare all’altro, trasmettere e travasare, portare via e rinnovare.

Entrando in questa relazione auratica, il movimento si nutre di incessanti aperture ed elabora e prolifera mare di particelle che inducono a considerare il corpo come un sistema infinitamente poroso, movibile in ogni parte. Con il gesto di ricevere ed elaborare la materia dell’altro, lo spazio si fa estremamente denso e si apre intorno a noi qualcosa di malleabile, nuovo e rinnovabile in ogni tratto d’esistenza.

Danza Cieca nasce per originare le cose che dall’attesa prendono vita: una sorta di iniziazione al contatto con l’invisibile in cui il movimento irrora la pelle del contatto con l’aria e con l’altro, commuove, definendo l’aura come presenza tangibile.

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Lo spazio bianco nell’Annunciazione che Beato Angelico dipinge nella cella numero 3 del convento fiorentino di San Marco è una mappa creativa e spirituale, abisso ancestrale: è il niente e il tutto, ci comprende al suo interno sorprendendoci. È uno spazio bianco che unisce e che apre la sua materia invisibile alla creazione della luce. Uno spazio che, sottraendoci ad altro, genera un’attrazione tattile che rinnova lo sguardo: crea un vuoto malinconico di attesa e ascolto dal quale fuoriescono visioni dalla memoria. È una luce che tocca senza peso, che muove il corpo, che traspare, che divide. È forse un’aura? Così Maria è un corpo luce, materia trasparente e leggera nelle articolazioni, nelle quali sparisce la gravità e la rotondità del ginocchio per far apparire una materia nuova che adagia la figura sospesa sull’inginocchiatoio. La figura dialoga con noi disponendo il suo peso sull’orizzontalità luminosa di piani immaginari che, esistendo nella nostra struttura anatomica, creano lo sfrenato desiderio di resistere alla fora di gravità.

A ben vedere, il bianco della pittura mostra delle screpolature che fanno venire in mente il Grande Cretto di Alberto Burri a Gibellina così come gli stupefacenti pannelli verdognoli posti da Carlo Scarpa come sfondo dell’Eleonora d’Aragona di Francesco Laurana al Palazzo Abatellis di Palermo. Sopra i ruderi della città crollata, una città costruita da mani, non si può far altro che cogliere la lontananza e la compassione dei gesti scomparsi ma che sempre appaiono; così la trasparenza del busto di Eleonora è toccata nei suoi margini dal verde verticale dei pannelli che, screpolandosi, aprono fessure e fughe alle spalle della duchessa benefattrice. Nell’Annunciazione, sul Grande Cretto e nella stanza concepita da Scarpa per il busto del Laurana la materia ci avvolge nei dettagli del tempo aprendo crepe nell’animo.

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Giorgiomaria Cornelio
Giorgiomaria Cornelio
Giorgiomaria Cornelio è nato a Macerata nel 1997. È poeta, scrittore, regista, performer e redattore di «Nazione indiana». Ha co-diretto la “Trilogia dei viandanti” (2016-2020), presentata in numerosi festival cinematografici e spazi espositivi. Suoi interventi sono apparsi su «L’indiscreto», «Doppiozero», «Antinomie», «Il Tascabile Treccani» e altri. Ha pubblicato La consegna delle braci(Luca Sossella editore, Premio Fondazione Primoli), La specie storta (Tlon edizioni, Premio Montano, Premio Gozzano), L’Ufficio delle tenebre e il saggio Fossili di rivolta. Immaginazione e rinascita (Tlon Edizioni). Ha curato il progetto Ogni creatura è un popolo (NERO Editions)e per Argolibri, l’inchiesta letteraria La radice dell’inchiostro. La traduzione di Moira Egan di alcune sue poesie scelte ha vinto la RaizissDe Palchi Fellowship della Academy of American Poets. Con le sue opere ha partecipato a festival e spazi come Biennale Venezia College, Mostra internazionale del nuovo cinema, Rencontres internationales paris/berlin, Centrale Fies. È il vincitore di FONDO 2024 (Santarcangelo Festival), uno dei direttori artistici della festa “I fumi della fornace” e dei curatori del progetto “Edizioni volatili”. È laureato al Trinity College di Dublino e dottorando allo Iuav di Venezia.
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