Il palco

di Tito Sdralevich

Da quando abbiamo aperto le iscrizioni, hanno bussato alla porta e sono stati registrati – è mio cugino che si occupa del registro, io sono impegnato a montare il palco –  sei storpi, otto sciancati (sei alla gamba destra, due alla sinistra), otto vedove con tre bambini, una vedova con sei bambini, quattro mutilati, due nani, un nano storpio, dodici ciechi senza cane, undici con cane – speravamo in qualche cieco in più e qualche cane in meno –, nove giocolieri di clave infuocate, due violinisti scalzi, otto suonatori di fisarmonica, un clown Augusto, quattro orfani, e nessun fachiro – cominciamo a sospettare che i fachiri in realtà non esistano. Sulla sorte dell’ammaestratore di pappagalli mi sono accapigliato con mia sorella. Mia sorella, lo sappiamo, ha il cuore difettoso, troppo tenero: tutti in famiglia ci ricordiamo di quando, nei panni di Ljuba, è stata trascinata via dal palco perché non la smetteva di piangere. Mettete lei al registro e vi ritroverete con tre volte gli iscritti che abbiamo; non capisce che insegnare a un cacatua rosa avorio a mordicchiarti un orecchio o a gracchiare I wanna be loved by you non basta per avere un posto garantito; la gente chiacchiera e noi siamo già sommersi di richieste. Alla fine, ci ho pensato io: «Ti mancano, ahimè, i requisiti di ammissione – ho detto all’avicoltore sbattendogli la porta in faccia – non ispiri nessuna pietà, con tutti quei bottoncini lucidati e ben impuntati sul gilet. Senza impietosire non si fa carriera in questo settore. Inoltre, lo schiamazzo dei pappagalli farebbe storcere il naso ai vicini. Arrivederci e grazie». Slam! Sospetto, però, che quei due abbiano tramato qualcosa perché, adesso, in giardino c’è una cocorita azzurro detersivo che se ne sta appollaiata sul ballatoio del palco in costruzione e gorgheggia cattiverie sul mio conto criticando ogni mio gesto: una vera vigliaccata.

Lo ammetto: non credevo che montare un palco fosse tanto faticoso; noi che i palchi, come si dice, siamo abituati a calcarli. Comunque, non mi perdo d’animo. Lo spazio, per ora, non ci manca. La nostra casa su due piani in via Vitruvio sembra fatta apposta per ospitare i nostri corsisti: ha un piccolo giardino interno – cosa insolita di questi tempi – e l’erba, in attesa del palco, sembra essersi fatta meno pungente, come a benedire la nostra impresa.

La nostra famiglia ci abita da sei generazioni e tutti, come vedete, ci stiamo dando da fare. Molti teatri ormai hanno chiuso, e Dio solo sa quanto abbiamo bisogno, noi, di qualche soldo. Del corso di dizione – fondamentale se si vuole padroneggiare l’arte della supplica (ortoepia, fonazione, declamazione) – se ne occupa mia zia, doppiatrice: memorabili le sue incisioni su nastro magnetico per le fermate della linea verde Loreto, Lanza, Cascina Burrona. Mia madre, in attesa che il palco sia approntato, ha teso una fune tra le staccionate che delimitano il giardino e impartisce rudimenti di funambolismo: i ciechi, i mutilati, gli sciancati e gli storpi hanno borbottato, ma mio cugino li ha convinti che il mendicante di oggi deve sapersi adattare, perché – ha spiegato – il mercato del lavoro è in costante e frenetico mutamento. Mio cugino è l’unico della famiglia a non aver mostrato sin da piccolo alcuna predisposizione artistica: da bambini, mentre noi costruivamo il teatro dei burattini e ci dondolavamo sul trapezio come scimmie, lui catalogava etichette di bottiglie in un pesante raccoglitore che portava sempre sottobraccio. Nessuno si è stupito quando, finito il liceo, si è iscritto all’università commerciale. Va detto che l’idea del corso è stata sua e tutti, persino mia sorella, gli siamo grati per questo. È stato lui a parlare con gli agenti. A mandarli sono stati i nostri vicini, da quando hanno visto alcuni corsisti piantare le tende in giardino stanno tutto il giorno con le facce spiacciate tra le fessure della staccionata a minacciare e a urlare loro di andarsene. I vicini adulti fumano e sputano nel nostro giardino in segno di protesta, i loro bambini si azzuffano con i nani, gli orfani e i cani dei ciechi. Tutto questo trambusto rallenta la costruzione del palco. Si lagnano che gli orfani sono cenciosi, che i ciechi scambiano il capanno degli attrezzi per un orinatoio, e che più di una volta una clava infuocata, atterrata tra le corde del bucato, ha bruciacchiato la biancheria. Mia sorella, quando non è impegnata ad aiutarmi con l’allestimento del palco, raduna le vedove e i cani dei ciechi e, facendosi accompagnare dai violinisti e dai suonatori di fisarmonica, improvvisa balletti osceni per le mogli dei vicini finché, esasperate, non se ne tornano a casa.

Ottenuto il suo scopo, rompe i ranghi della compagnia e torna a passarmi gli attrezzi in silenzio. A volte sento che parla da sola, sottovoce: «Che porci. Se solo non mi facessero così tanta paura…» La capisco: è ancora molto giovane, lei. O non lo sa, o si rifiuta di ammetterlo, sta di fatto che vivere in città è diventato insostenibile: troppo affollata. Siamo tutti ossessionati dallo spazio. Seduti al bar, in fila all’edicola, ai tavoli delle biblioteche: non si sente parlare d’altro. Da noi lo spazio si vende, si scambia, si baratta: i giovani lo vogliono comprare, ma è molto caro; i vecchi non sanno cosa farsene, ma non lo vogliono vendere. Il sindaco ha promesso che ne avrebbe creato di nuovo; il problema, però, mi ha spiegato un mio amico ingegnere, è che lo spazio non si crea né si distrugge. Per ricavare spazio devi sottrarre spazio. Sembra paradossale, ma è così. Il sindaco è stato di parola: tutti i teatri, i cinema e i chiostri sono stati accorpati e trasferiti in un grattacielo fuori città. Sopra lo spazio liberato ha edificato altre case e le ha date in affitto a rotazione a prezzi calmierati. Per un po’ è servito ad alleviare la pressione di chi, da fuori, viene ad abitare in città (assicuratori e agenti immobiliari, più che altro), ma già non basta più. Chi è rimasto se lo combatte senza guardare in faccia nessuno; chi non può più permetterselo si trasferisce in periferia o, semplicemente, lascia il paese.

I mendicanti invece se la passano bene: battono senza sosta le strade e le stazioni e le metropolitane, picchiano sui vetri delle pasticcerie appannandole con l’alito, assediano le porte girevoli degli hotel alla moda, piantonano le entrate dei ristoranti, dilagano fin dentro ai grandi magazzini, elemosinano direttamente di fianco alla cassa o tra la gente in coda ai camerini. Molti si sono accampati nelle grotte o sulle panchine dei parchi cittadini. Per ora, pare che se la cavino; presto, però, saranno troppi anche loro, e chi non farà il suo lavoro come si deve verrà sostituito e dovrà andarsene. Pare che alcuni si siano confederati in vere proprie gilde dei mestieri di accattonaggio dal motto latino semper insisto; che si spartiscano i quartieri in base a un complicato rapporto fondato sulla correlazione inversa tra reddito medio degli abitanti di un quartiere e il numero di mendicanti attivi in quel momento. Ho provato a spiegare a mia sorella che è comprensibile, vista l’attuale situazione abitativa, che i nostri vicini non vedano di buon occhio un accampamento a cielo aperto. Io, comunque, non mi vergogno: noi almeno ci ingegniamo, anche se non ho il cuore di dirle che un giorno, non lontano, dovremo vendere la casa e andarcene anche noi. Gli agenti si sono presentati in divisa borghese, hanno perlustrato la casa e chiesto i documenti a tutti i nostri ospiti, ma non hanno riscontrato infrazioni (lungimiranti, abbiamo ammesso solo chi ha commesso piccoli reati). Mio cugino li ha seguiti per tutta la casa e senza mai perdere la calma, ha spiegato loro che operiamo su proprietà privata e possiamo ospitare chi vogliamo; per quanto riguarda il palco, abbiamo chiesto e ottenuto regolare permesso dal comune. Prima che se ne andassero, ha insistito perché rimanessero per un tè. Della quota di iscrizione, naturalmente, ha taciuto.

Finalmente il palco è pronto. È davvero un bel palco, non c’è che dire: la ribalta è spaziosa, la platea è inclinata al punto giusto, c’è persino un elegante arlecchino mobile in panno rosso che mio padre ha ricavato cucendo insieme le fodere dei divani. Dopo una cena tutti insieme a base di ravioli, sale sul palco la prima corsista: è la vedova con sei bambini. Ha la faccia rotonda e carnosa, stare in giardino le ha stemperato il pallore dalle guance. Inciampa sugli scalini e si vergogna da morire, i ciechi seduti in prima fila sentono gli scalini scricchiolare e le fanno un grande applauso di incoraggiamento. Estrae una fotografia dalle pieghe larghe della gonna, ostende una latta di pomodori pelati e attacca: «Signori! per favore aiutatemi… ho tanta fame, ho tre miei figli sono malat…» si interrompe. La cocorita azzurra le è planata sulla spalla fischiando oscenità. A tutti sembra un buon auspicio e ci mettiamo a ridere, la tensione si allenta. Dalla platea scrosciano altri applausi di incoraggiamento, gli orfani ridono, gli storpi battono le mani fuori tempo, i mutilati picchiettano i monconi sui braccioli e i musicisti improvvisano un rondò buffo: è bello vedere il gruppo così unito. Lei si torce le mani, sembra una bambina troppo cresciuta. «Ricomincia! – le urla mia zia in fondo alla platea – questa volta scandisci meglio le vocali, e aprile di più». Tutti i membri della famiglia occupano la stessa fila in fondo. Da lì dirigono le esibizioni e dettano i tempi. Tutti si spendono per darle qualche buon consiglio: «Attenta al numero dei figli. Evitiamo i cliché per favore; se proprio devi, evita i tre, i quattro e i sei: troppo ricorrenti; meglio uno, magari malato d’asma, o spara alto: dodici!» Mia madre le mostra come zoppicare correttamente, mia sorella le spiega come trasformare i condotti lacrimali in geyser islandesi; io rimango in disparte e ammiro il palco ben fatto: sono felice. Mio cugino appartato in un angolo confabula con mio padre e mio zio. Credo discutano se sia il caso di aprire le iscrizioni del prossimo ciclo anche a qualche richiedente asilo. Sotto lo sguardo dei ciechi la vedova si concentra prima di ricominciare, sembra rinfrancata dai consigli e più sicura di sé, un sole pallido e lontano illumina il palco a lato del boccascena. Poi toccherà a tutti gli altri, speriamo davvero di riuscire ad aiutarli. Oggi pomeriggio ci abbandoniamo a un cauto ottimismo. Insieme, ce la faremo.

 

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Giorgio Mascitelli ha pubblicato due romanzi Nel silenzio delle merci (1996) e L’arte della capriola (1999), e le raccolte di racconti Catastrofi d’assestamento (2011) e Notturno buffo ( 2017) oltre a numerosi articoli e racconti su varie riviste letterarie e culturali. Un racconto è apparso su volume autonomo con il titolo Piove sempre sul bagnato (2008). Nel 2006 ha vinto al Napoli Comicon il premio Micheluzzi per la migliore sceneggiatura per il libro a fumetti Una lacrima sul viso con disegni di Lorenzo Sartori. E’ stato redattore di alfapiù, supplemento in rete di Alfabeta2, e attualmente del blog letterario nazioneindiana.
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