Elogio del calciatore violento: Boban, Cantona, Zidane

 

di Daniele Ruini

 

Non si può esser grandi se non pensando e operando contro ragione.
(G. Leopardi)

 

Anche in questi mesi estivi durante i quali si consuma il rito del calciomercato, il calcio mostra la sua duplice natura: da un lato, un passatempo per benestanti, in cui la fanno da padrone finanza, gestione manageriale di ogni aspetto, diritti televisivi, cura tecnologica dei giocatori e prezzi (di biglietti, abbonamenti e merchandising) sempre più alti; dall’altro lato, la stessa capacità di sempre di accendere le passioni e le pulsioni dei tifosi, che –nonostante il disgusto verso un mondo gonfiato dai soldi e che ha perso identità­ e spirito comunitario– non smettono di essere emozionalmente sopraffatti ogni volta che un pallone rotola tra i piedi di 22 contendenti.

Messo anch’io di fronte a questo giano bifronte, tra repulsione e trasporto, sono attraversato dalla rievocazione di tre immagini divenute iconiche, tre momenti in cui tre grandi giocatori hanno, per così dire, rotto gli schemi, finendo al centro dell’attenzione non per meriti sportivi quanto per demeriti comportamentali. Censurati e additati come contro-esempi, le loro azioni violente mi sembra possano servire a controbilanciare il moralismo ormai imperversante nel mondo del calcio, dove i calciatori sembrano obbligati ad esibire esistenze tanto patinate quanto integerrime (potrebbe mai esserci un Maradona oggigiorno?), e dove il racconto sportivo rimane spesso soffocato tra enfasi eccessiva e tecnicismi tattici.

I tre momenti risalgono al 1990, al 1995 e al 2006: ovvero durante e subito dopo quegli anni ’90 che, tra decisioni politiche (la sentenza Bosman è del 1995), evoluzioni tecniche (con i calciatori uniformati a quell’atletismo che ha invaso tutti gli sport) e affarismo dilagante (si pensi al sempre più decisivo ruolo dei procuratori), rappresentano una spartiacque tra un prima e un dopo.

E i tre protagonisti non sono calciatori qualunque: si tratta di tre fuoriclasse che, ad un talento naturale, hanno unito una personalità non comune e un carattere facilmente irascibile.

Zvonimir Boban, 13 maggio 1990

Prima di essere uno dei leader del Milan supervincente degli anni ’90 e della nazionale croata, Zvonimir Boban è stato il giovanissimo capitano della Dinamo Zagabria, squadra con cui ha partecipato alle ultime edizioni del campionato jugoslavo prima dello scoppio della Guerra dei Balcani. E fu proprio quando le prime iniziative politiche in Slovenia e Croazia stavano dando il la alla dissoluzione della Jugoslavia che una partita di calcio calamitò su di sé tensioni che andavano ben al di là dello sport.

Il 13 maggio 1990 la Stella Rossa di Belgrado, già matematicamente vincitrice del campionato, si presentò a casa della Dinamo Zagabria, seconda classificata, ma la partita non poté nemmeno essere disputata. I supporter della squadra serba, guidati dal famigerato Arkan e reclutati tra futuri criminali di guerra, scatenarono una vera e propria guerriglia urbana, e le due tifoserie si affrontarono in campo. Vedendo la polizia prendersela soprattutto con i supporter croati, Boban, capitano ventunenne della Dinamo, rimase in campo insieme ad alcuni compagni di squadra a dare man forte ai propri tifosi; e fu in quel momento che la sua rabbia esplose e si scatenò contro un poliziotto colpevole di aver preso a manganellate un tifoso:

 

Una ginocchiata volante scagliata con la grazia di un ballerino e l’orgoglio di chi si sentiva in dovere di difendere una nazione intera dai soprusi del regime. Un atto ribelle che costò all’agente la frattura della mascella e a Boban un processo e la successiva squalifica a 9 mesi.

Éric Cantona, 25 gennaio 1995

Se c’è un giocatore che ha fatto della sua esuberanza e della sua strafottenza un marchio di fabbrica quello è proprio Éric Cantona. Della stessa generazione di Boban, figlio di madre catalana e di padre di origini sarde, Cantona è nato e cresciuto a Marsiglia. Ma con la squadra della sua città, l’Olympique, ha potuto giocare solo un campionato e mezzo: nonostante il suo evidente talento, i dirigenti non ne hanno sopportato le tante irrequietezze disciplinari (tra allenatori mandati a quel paese e risse con i compagni), spedendolo in prestito in altre squadre. Fino a quando, dopo una squalifica per aver lanciato la palla contro un arbitro, Cantona decide di iniziare una seconda vita calcistica in Inghilterra (decisione tutt’altro che scontata all’epoca, soprattutto per un calciatore francese).

Dopo una stagione con il Leeds United, con cui vinse il campionato, Cantona si trasferì al Manchester United, squadra che lo consacrò nella leggenda. Le sue giocate, i suoi gol, il suo colletto alzato e la sua mitica maglia numero 7 (la stessa che sarà indossata da David Beckham e Cristiano Ronaldo: due calciatori simboli perfetti del calcio mediatizzato e così diversi dall’anarchico Cantona) lo renderanno l’idolo dei tifosi e un’icona sportiva.

E a farlo diventare ancora più celebre fu ciò che successe il 25 gennaio 1995, all’inizio del secondo tempo di Crystal Palace-Manchester United: dopo essere stato espulso per un calcio tirato a un difensore avversario, Cantona si avvia verso gli spogliatoi e, improvvisamente, fa questo:

 

Rincorsa, calcio volante e pugno in faccia ai danni di un tifoso del Crystal Palace, reo di averlo offeso. Squalificato fino a fine stagione e condannato a 120 ore di lavoro socialmente utile, ancora nel 2017 Cantona, ritornando sull’episodio, così dichiara:

Ho detto in passato che avrei dovuto colpirlo in modo più forte […]. Non posso pentirmene. È stata una bellissima sensazione.

Una bellissima sensazione. E forse, in fondo, anche un atto di giustizia verso tutti quegli spettatori il cui massimo godimento consiste nell’offendere i calciatori in campo, compresi quelli della propria squadra. Un’usanza purtroppo diffusissima negli stadi di calcio: e allora, qual è il cattivo esempio?

Zinédine Zidane, 9 luglio 2006

Figlio di genitori algerini e cresciuto a Marsiglia come Cantona, Zinédine Zidane è stato forse il più elegante calciatore ad aver calcato un campo di calcio. Campione del mondo con la nazionale francese, vincitore del Pallone d’Oro, faro di Juventus e Real Madrid (squadra che ha poi guidato anche da allenatore ottenendo una serie di vittorie sorprendenti, tra cui tre Champions League consecutive), il fantasista francese ha più volte mostrato in campo un carattere irruento.

Tra i suoi scatti di nervi più celebri vi fu la testata rifilata a un difensore dell’Amburgo nel 2000 punita dalla UEFA con una squalifica di cinque giornate. Ma ovviamente nulla può equiparare la celeberrima testata a Marco Materazzi (trasformata in scultura dall’artista algerino Abdel Abdessemed), atto

che valse a Zidane l’espulsione in quella che fu la sua ultima partita da calciatore: la finale di Coppa del mondo del 2006 persa contro l’Italia.

All’inizio del secondo tempo supplementare, con il risultato bloccato sull’1-1, il campione francese non resiste alle provocazioni verbali del rude difensore italiano e decide di abbatterlo in questo modo:

 

Si poteva scegliere un modo più memorabile per chiudere una carriera straordinaria? Tra il bullo difensore italiano, figlio d’arte e di note simpatie destrorse, e il fuoriclasse che danzava sul pallone e che, anche dopo aver vinto tutto, non ha mai perso la rabbia di chi ha imparato a giocare a calcio in uno dei quartieri più poveri di Marsiglia… beh, non mi è mai sembrato difficile scegliere. Come ha scritto Jay McInerney, «C’è una specie di nobiltà, nell’andare al patibolo tutto solo»: Zidane è uscito di scena condannandosi alla reprimenda pubblica, eppure con quella reazione violenta si è mostrato in tutta la sua nobile fragilità. Chi ha detto che anche da questo non si possa imparare qualcosa?

4 Commenti

  1. Dal ritorno di Maradona dopo l’infortunio a Barcellona (gli spezzarono una gamba proditoriamente) con tanto di rissa “riparatrice” ai ragazzi trevigiani di prima categoria che abbandonano il campo dopo gli insulti razzisti ad un proprio compagno (“ovviamente” perdendo la partita – la giustizia sportiva…) lo sport, il calcio, ci dona questi magnifici beautiful losers che, meno male, trovano una penna come la sua a ricordarcelo. Complimenti vivissimi. Alla frase di McInerney ho pianto

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ornella tajani
Ornella Tajani insegna all'Università per Stranieri di Siena. Si occupa prevalentemente di critica della traduzione e di letteratura francese contemporanea. È autrice dei libri Scrivere la distanza. Forme autobiografiche nell'opera di Annie Ernaux (Marsilio 2025), Après Berman. Des études de cas pour une critique des traductions littéraires (ETS 2021) e Tradurre il pastiche (Mucchi 2018). Ha tradotto, fra i vari, le Opere integrali di Rimbaud per Marsilio (2019), e curato opere di Rimbaud, Jean Cocteau, Marcel Jouhandeau. Oltre alle pubblicazioni abituali, per Nazione Indiana cura la rubrica Mots-clés, aperta ai contributi di lettori e lettrici.
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