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Les nouveaux réalistes: Fabrizio Pelli

Una diceria

di

Fabrizio Pelli

Si veste così per protesta, dice, a prescindere dal caldo e dal freddo: ha sempre quel cappello a falda larga, quello che ha in testa adesso, la retina a ingabbiarle il viso e il vestitino color carta da zucchero a coprirle il corpo fino alle ginocchia, come una dama inglese. A ognuno che la ferma chiede: «È questa una brava persona?», indicando se stessa dalla testa ai piedi con le movenze di una marionetta. Ormai non è più una maestra, ma insegnava alle elementari, quelle in centro, di fianco al duomo, con il cortile enorme e la siepe di bosso tutt’intorno. Insegnava lì e ha perso il lavoro colpa del marito. Meglio dire ex marito, perché marito non lo è più.

La prima volta si era spacciato per il padre di un ragazzino e aveva detto di essere tornato da un lungo viaggio. Così il bidello lo aveva fatto passare senza troppe magagne. Lui, il marito, quatto come un ladro, era salito ed era entrato in classe durante una lezione della poveretta. S’era messo a sbraitare, che da uno così mica ti aspetti altro, e i bambini, spaventati, si erano messi a fare una gran fiera.

Dopo qualche urlo di troppo, il marito s’era seduto a un banco vuoto e pretendeva che la Perbenini riprendesse la lezione.

«Fai la brava maestrina, come a letto», aveva detto. Dopo quasi un’ora erano arrivati i poliziotti. I bambini avevano fatto loro una gran festa, come ai cavalieri di ritorno dalla battaglia, perché solo loro, i poliziotti, avevano convinto il marito ad andarsene per evitare altri casini.

Ovviamente la Palinculi, la preside, dopo l’episodio aveva pensato bene di chiamarla nel suo ufficio. Donna d’altri tempi, la Palinculi, di quelle che si vestono col corpetto per sembrare una bambolotta. Poi s’incipria le gote e porta pure il rossetto abbinato agli orecchini.

«Se è arrivato a fare quello che ha fatto, a uno sfogo del genere, signora, mi dispiace, ma dovrebbe farsi delle domande: significa che l’ha proprio esasperato, poveretto», sembra avesse detto.

No, non ha sporto denuncia verso entrambi: solo verso il marito. Avrà avuto paura che denunciando anche la Palinculi, questa la licenziasse per ripicca.

Per gentile concessione, la Perbenini aveva continuato a lavorare alla scuola, anche se non poche erano state le polemiche dei genitori. C’era addirittura un padre, frequentatore assiduo della parrocchia, che si era fatto bardo della qualità della scuola e aveva organizzato una piccola petizione. Aveva raccolto qualche firma qua e là, gridando alla mancanza di professionalità dell’insegnante, che in realtà non aveva chissà quali colpe. Fatto sta che, Paladini, quello della petizione, aveva iniziato a pescare le firme proprio nel gruppo che i genitori della classe, creato, in realtà, per le comunicazioni importanti. Ma, come accade in ogni gruppo più o meno ampio di persone, prendine dieci e la penseranno tutti in modo diverso. Infatti, di genitori ce n’erano di ogni tipo, e alcuni di questi erano vicini all’organizzazione femminista della città. Vedendo la compagna maestra sfregiata dalle voci, come sassate, dei tradizionalisti – così si facevano chiamare i genitori guidati da Paladini – avevano preso le sue parti. Un parlamento: ecco cos’era diventato quel gruppo quel pomeriggio. Un parlamento impegolato che aveva fatto canticchiare come uccellini i cellulari di trenta persone per un pomeriggio intero.

Vuoi per una voce arrivata al giornalista giusto, vuoi per la quantità di persone che si sono viste coinvolte in questa storiaccia, nei giorni a seguire, la gazzetta ha cominciato a parlare solo della Perbenini, di suo marito, della Palinculi e della guerra civile vera e propria che stava ammorbando la scuola elementare. La preside si deve essere sentita tirata in causa perché, con la formalità tesissima che la contraddistingueva, aveva convocato tutti i genitori e la maestra per un’assemblea.

«Un ritrovo riparatore», l’aveva definito, «per porre finalmente un punto a questa storia».

Fatto sta che, si sono trovati tutti in cerchio, in quel tribunale improvvisato che sembrava più una seduta di terapia di gruppo, che un ritrovo riparatore, appunto. Il gruppo di Paladini era arrivato con una nuova arma: il marito della Perbenini, infatti, vedendo che la moglie aveva raggiunto una certa attenzione mediatica anche a livello nazionale, aveva pensato bene di rilasciare un set fotografico che ritraeva la donna. Era nuda, in queste foto. Alcune erano addirittura in posa.

«Scandalose», più volte aveva detto Paladini, senza distogliere lo sguardo dal cellulare, mentre chiacchierava con gli altri genitori fuori dalla scuola, «scandalose e oscene. Non posso, anzi, non possiamo tollerare che la docente dei nostri figli abbia questa reputazione».

I giornali dicevano che era per vendetta: porno di vendetta, lo hanno chiamato.

Comunque, le foto sono state eliminate subito dai siti su cui erano state diffuse – tutti porno, tra l’altro. E già il fatto che quelli di Paladini le avessero, all’epoca mi aveva divertito alquanto, che chissà dove le avevano trovate, quelle foto che tanto li scandalizzavano. Dal canto loro, i genitori filo-femministi, avendo visto le foto, avevano portato i loro figli ad assistere al dibattito, così che nessuno potesse nominare le foto e usarle come argomentazione contro l’insegnante. Non direttamente, almeno.

Il risultato di tutto questo scompiglio è stato quello che, purtroppo, tutti si aspettavano: la maestra ha perso il lavoro. La preside ha motivato la sua decisione con parole ben scelte.

«Ho pensato che avesse bisogno di essere aiutata, e che dovesse prendersi un periodo di pausa da tutto questo trambusto», ha detto, «lei ha insistito per rimanere a lavorare, a insegnare a quei bambini che tanto le volevano bene, ma era tempo che se ne andasse».

A scuola, poi, i bambini le hanno dedicato una filastrocca per salutarla. Il progetto era stato proposto dalla preside stessa, in segno di solidarietà all’insegnante. Anche i genitori, unendosi all’idea per qualche strana formalità, hanno dato una mano nella sua stesura finale.

 

Maestra che insegni tutte le cose,

proprio tutte vanno imparate?

Come fare addizioni, come scrivere prose,

come risolvere problemi senza manate?

 

Abbiamo imparato tutto questo

e anche come mostrare le cosce.

Non disperare: ce la vedremo noi col resto.

Tu ora riposa e pensa alle tue angosce.

 

Poi, col tempo, la gente non ne ha più parlato: è rimasta una diceria in un mondo di notizie. Forse solo quando viene avvistata in giro, con quegli abiti da dama inglese che porta per protesta, qualcuno ancora scambia due parole a riguardo, come stiamo facendo noi. I bambini sono diventati grandi e non la riconoscono nemmeno, e anzi! spesso sono i genitori a ricordare loro, quando la incontrano, che prima era una maestra. E la indicano col dito, «Perché tanto ci ha fatto l’abitudine, a essere guardata e indicata», dicono, «alla fine se l’è cercata».

 

 

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2 Commenti

  1. davvero un bel racconto. una storia che testimonia i tempi a noi vicini, in cui nostro malgrado, viviamo impotenti ogni giorno. grazie.
    mario s.

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francesco forlani
Vivo e lavoro a Parigi. Fondatore delle riviste internazionali Paso Doble e Sud, collaboratore dell’Atelier du Roman . Attualmente direttore artistico della rivista italo-francese Focus-in. Spettacoli teatrali: Do you remember revolution, Patrioska, Cave canem, Zazà et tuti l’ati sturiellet, Miss Take. È redattore del blog letterario Nazione Indiana e gioca nella nazionale di calcio scrittori Osvaldo Soriano Football Club, Era l’anno dei mondiali e Racconti in bottiglia (Rizzoli/Corriere della Sera). Métromorphoses, Autoreverse, Blu di Prussia, Manifesto del Comunista Dandy, Le Chat Noir, Manhattan Experiment, 1997 Fuga da New York, edizioni La Camera Verde, Chiunque cerca chiunque, Il peso del Ciao, Parigi, senza passare dal via, Il manifesto del comunista dandy, Peli, Penultimi, Par-delà la forêt. , L'estate corsa   Traduttore dal francese, L'insegnamento dell'ignoranza di Jean-Claude Michéa, Immediatamente di Dominique De Roux
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