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Corporum primorum fragmenta – Rewriting dal Canzoniere di Stranamore

di Daniele Ventre (-2013 -con un contributo di F. P.)

...corpora prima, quod ex illis sunt omnia primis...

LUCREZIO

1.

Voi che sentite nel boato il suono
degli isotopi fissili nel ‘core’*
della centrale fuso per errore
umano che le barre non ci sono,

dal calcolo invariante in cui ragiono
di sindrome cinese con dolore
seguendo un’alchimia di Stranamore
non trovo soluzione e non perdono.

Rilevo radiazioni un po’ su tutto
e mutazioni appaiono sovente
e da scienziato un po’ me ne vergogno.

Ma di questa vergogna senza frutto
faccio pompa ai convegni vanamente
che il cielo è ancora azzurro solo in sogno

– – –

I call it the Madman Theory, Bob. I want the North Vietnamese to believe I've reached the point where I might do anything to stop the war. 

RICHARD NIXON

2.

Ritorcere la massima vendetta
come risposta alle minori offese
inquadrando la strage con riprese
di combat film che il pubblico si aspetta:

la teoria del pazzo ha una ristretta
gamma di strategie per le difese:
sferra il tuo colpo e attendi le discese
del fall out che ogni atomica saetta,

perché il nemico dopo il primo assalto
non abbia o forze o chance o tempo o spazio,
vaporizzati i suoi compagni d’arme.

Che il numero di vittime sia alto
e lo Stato canaglia avrà il suo strazio
di sepolture e alle divise, ahi, tarme!

– – –

Ora sono diventato Morte, distruttore di Mondi.

BHAGAVADGITA

4.

La trinità che per i quanti e l’arte
relativistica ebbe magistero
e di bombe adornò questo emisfero
e sonde ne mandò su Giove e Marte,

giocando poco bene le sue carte
ha travisato un po’ dovunque il vero
e ha combattuto la guerra di Piero
e quella di Edith Stein nella sua parte

duplice in questo dramma senza grazia,
e quella di Giudea con il suo Stato,
poiché certo la pace non le piacque.

Quindi ad Alamogordo un sole ha dato
che la natura e il luogo non ringrazia,
tanta deformità nel mondo nacque.

12.

Non ci avessero poi dato il tormento
coi dispacci di guerra e i loro affanni,
non erano poi male gli ultimi anni
prima del botto e dell’inverno spento.

Dopo che il cielo è brillato d’argento
e d’oro fuso, evaporati i panni
dal corpo e il corpo insieme ai primi danni,
quando è calato questo freddo lento,

di noi infine ha goduto Stranamore
col suo ordigno al non-senso dei martiri
senza testimonianza d’ultime ore

e agiografie che si pregò (“Deh, Siri,
basta massacri!), e detonò dolore
e gli affari si fecero sospiri.

15.

Se si potesse ritirare un passo
dalla via che procede a questo porto
di Caronte, ne avremmo anche conforto,
ma troppo si è avanzati in questo lasso

di tempo dal pensiero troppo lasso,
lungo la strada del secolo corto,
fino a quest’epoca, al suo cielo smorto,
gridando in massa a vuoto “evviva”, “abbasso”.

E non ne sono rimasti che pianti
ghiacciati sulle palpebre e le membra
scarnificate da bombe lontane

e poi il fall out che qui smembra e rimembra
corpi deformi da un seme di amanti
sopravvissuti in forme non più umane.

20.

Chiedono come la parola taccia
in questo tempo vuoto senza rima,
perché certo non è l’età di prima
e non è tempo questo che mi piaccia.

Il peso ha superato le mie braccia
e l’anima da tempo ci si lima
di Stranamore che si sottostima
mentre d’intorno tutto il mondo agghiaccia.

L’inverno nucleare che ci apersi
già da tempo covava in mezzo al petto
gelato nell’inconscio e nel buio alto

di questa notte in cui riscrivo versi
altrui per dare sfogo a un intelletto
senza ragione vinto al primo assalto.

21.

Questa imbecille inciviltà guerriera
sta terminando infine con la pace
della sconfitta, come a tempo piace
per l’implosione d’ogni gente altera.

E se mai qualcun altro ancora spera,
si illude sciocco per ubbia fallace:
per parte mia non credo, mi dispiace,
che nulla tornerà mai più com’era.

L’illusione resiste forse in voi
che qualche dio ci presterà soccorso:
ma dio non corre dove l’uomo chiama.

La natura e la storia fuori corso
spacceranno moneta in mezzo a noi,
ma più ci si dorrà quanto più s’ama.

22.

Ogni specie che evolva in questa terra
deve ogni vita e nutrimento al sole,
o sia fra quelle che frequenta il giorno,
o sia fra quante al gelo delle stelle
escono a notte per fruscio di selva
fuori di tana dal tramonto all’alba.

Ma qui da quando detonò nell’alba
il canto nucleare in cielo o in terra,
contaminando zolla acqua aria selva,
resta sbarrato oltre le nubi il sole
e non ritorna un balenio di stelle
dal buio occluso né il brillio del giorno.

Eco di piombo ha travestito il giorno,
né si discerne dal tramonto l’alba:
la notte non accende le sue stelle
a guidare i viandanti sulla terra,
né dal mattino ci ritorna il sole
a intrecciare sull’erba ombre di selva.

Si aggirano per scheletri di selva
mutanti inscheletriti notte e giorno,
ora che il volto oscurato del sole
non arde l’erba senza ozono all’alba,
ora che quanto sopravvive in terra
non giace nudo ai raggi d’altre stelle.

Tempo verrà che sotto nude stelle
aperta piana e brulichio di selva
e tutto quel che vive ancora in terra
si cuoceranno nel feroce giorno
senza velo d’ozono, da che all’alba
ritornerà per sue vendette il sole.

E tutto sarà nuovo sotto il sole
e tutto sarà nuovo per le stelle
che veglieranno dal tramonto all’alba
sui resti inceneriti d’ogni selva
e lentamente giorno dopo giorno
muterà volto e rivivrà la terra.

Così la terra brucerà d’un sole
d’atomi, prima che fra giorno e stelle
ombra di nuova selva attenui l’alba.

23. Canzone metamorfica delle mutazioni

Amena villa dell’Estonia è Tade
in Kose vald, dove è mutata l’erba
irradiata, che poi fin troppo crebbe,
con nuovo frutto che non disacerba,
per vita che lasciò da liberta Ade,
e Stranamore a disdegno non ebbe.
Poi seguì che col tempo gliene increbbe,
di quell’erba drosera, quando avvenne
che divorò un lattante: e fu l’esempio
del multiforme scempio
dei genomi -e i gabbiani ebbero penne
rade sul ventre, ali spiumate, e a valle
pesci deformi nei fiumi e i sospiri
dei gemelli siamesi a breve vita,
grigi i burocrati a ridire: “Ah, ita”
e a consegnarli in ordine ai martiri
dei gulag: “Triste creatura: dalle
la morte dolce” poi girò le spalle
il colonnello medico, che in forza
del grado uccise e ne riusò la scorza.

Ricordo che dal giorno dell’assalto
di Stranamore anni erano passati
e anch’io mutai dal giovanile aspetto:
dopo le bombe gli inverni gelati
strinsero il mondo di glaciale smalto
e intorno era gelato ogni altro affetto.
Lacrime mi scendevano sul petto
rompendo il sonno, termine non c’era
per nostra mutua distruzione altrui.
Che sono ora? Che fui?
Il depresso si calma sempre a sera,
se distingue la sera: io ci ragiono
non la distinguo -mi lancia il suo strale
la mia Laura smarrita, alza la gonna,
mi approfitto di lei, l’unica donna
che qui intorno mi valse ancora e vale
prendere a forza e chiederle perdono:
altre sono mutate in quel che sono,
ora anch’io come alieno ho pelle verde:
dopo le bombe il carnato ci perde.

Mi chiedi come fu, quando mi accorsi
che mutai di colore la persona:
persi i capelli e spuntarono fronde
dalla mia fronte e ne ottenni corona
non voluta e balzai di scatto e corsi,
mentre ogni membro che a mente risponde
fu liquido di tremiti come onde,
e dentro mi sentii come se un fiume
di fuoco mi bruciasse e gambe e braccia!
E non meno mi agghiaccia
che mi spuntassero anche delle piume,
appena dopo che quel giorno giacque
il sole fosco e la notte montava.
Non lo sapevo più dove né quando
sarei tornato io: già lacrimando
per troppa luce e poco ozono, andava
il mio sguardo occhieggiando e intanto le acque
del lago luccicavano -e non tacque
voce spaurita nel buio maligno:
cantavo rauca parodia d’un cigno.

Così per luoghi solitari andai:
faccio finta di niente e canto sempre,
però non riconosco la mia voce:
radionuclidi dalle strane tempre
spandono intanto al mondo orrori e guai
mutando questo secolo feroce.
E nella nuova estate il sole cuoce
molto di più: non ha l’ozono innanzi
brucia allo zenit con luce nemica,
né serve che lo dica.
Di questo mondo restano gli avanzi,
sparsi nel vento per angizia fura,
mentre muschi e licheni mano a mano,
prendono vita ed io non ho parola:
che la verzura si muova da sola
troppo va oltre ogni buon senso umano
e questo muschio mette un po’ paura,
poiché si muove e assume la figura
d’un blob per consistenza alquanto lasso
che trasloca di zolla in fiume in sasso.

Rimasi un po’ turbato a quella vista,
e più quando corrose anche una pietra:
lo so che a raccontarlo non mi credi.
Torno a casa e il mio cuore un po’ si spietra
e mi riprendo dalla scena trista
il giorno dopo, coi primi albori “è dì
nuovo” mi dico e non mi guardo i piedi
nell’alzarmi e li ignoro e per me stesso
non penso “Li ho palmati!” Un tempo morto
è questo, un tempo corto
e sento strani fremiti qui presso
il muschio vivo cresce e delle scritte
parole occulta traccia e non ne parlo:
non se ne meraviglia chi le ascolta.
La meraviglia tutt’intorno ha avvolta
la terra smangiucchiata e non sai trarlo
più fuori il senso a queste epoche afflitte
senza più reti e holding inter-ditte:
forse ci resta ancora un po’ di inchiostro
per i posteri -eh, amici il guaio è vostro.

Laura mi posa intanto gli occhi suoi
addosso, eppure non mi crede degno
di meraviglia: io mi avvicino ardito.
Di me non sembra avere altro disdegno
a volte si querela appena, poi
non le dispiace che le alzi il vestito.
Il suo sorriso strano è già sparito,
s’apre ad ‘o’ mugolando intorno intorno:
la rubo io ladro e non le semino orma,
poi la lascio che dorma
tranquilla tutto il resto del suo giorno.
Una volta seguendo un tardo raggio
di sole, dopo averle dato freno
libero -cavallina!- uscii e mi parve
dopo che appena diradò e disparve
la nebbia -dalla gioia venni meno-
che fosse ancora lì la fonte e il faggio
dove una volta ci baciammo, in viaggio
di nozze -ah l’anteguerra, ah quella fonte,
quel faggio! Fiabe dalla nonna conte.

Quando rividi quel faggio gentile
ci portai la mia bella e la sua grazia
lo attrasse e lo animò. Chi mai ritiene
possa accadere? Mai natura è sazia
di novità. Quell’alberello -uhm, hyle!-,
anima vegetale nelle vene,
un amore d’ormoni anche sostiene.
Laura svanita alla fonte si specchia
senza pensiero lei, nulla-pavente,
ma poi se ne ripente
per lo scherzo che il faggio le apparecchia:
protende i rami la pianta commossa
la stringe a sé. Lei d’un tratto si vide
foglie addosso a frugarle il suo peccato
innocente: così mutò di stato,
doppia creatura nata a nuove sfide:
fuse col faggio innamorato le ossa.
La mia mente restò sgomenta e scossa:
presi asce e seghe e altre artigiane some,
e segai il verde amante senza nome.

Il suo corpo respira e si rimembra
nelle sue membra sciolte e pellegrine
che natura innestò con nuovo ardire
di mutazione e il processo ebbe fine
e lei riebbe coscienza in nuove membra
verdi di lauro-faggio e il suo sentire
e il suo intelletto -e questo era ed è sì ‘re
vera’ una meraviglia -ora s’oléa
di resine il suo corpo in forma cruda
soda di Laura ignuda:
danza con grazia più che in volo ardea:
io di nessuna altra vista mi appago
più che a sue nudità senza vergogna
verdi di fronde -da quando cielo arse
e Stranamore radiazioni sparse
sul mondo -e lo dirò senza menzogna-
vista più bella non tessé rima, ago
su carta o arazzo con ricamo vago
tanto che appena in parole trasformo
le gioie che da lei nacquero a stormo

Angeli partorì con piume d’oro
volati oltre il fall out, oltre la pioggia
di Stranamore, dopo che si spense
l’ultima bomba sulle ardenti cense
dove aratro nei solchi più non poggia.
In versi al vuoto mondo io qui la onoro
mio stranamore di mutato alloro,
che dai rami esfoliati non fa ombra
ma d’occhi e mente ha la sua chioma ingombra.

25.

Stranamore piangeva e anch’io talvolta
per i suoi funghi atomici lontani,
osservando i mutanti oscuri e strani
fra le rovine della città sciolta.

Ora che la natura s’è rivolta
ce ne restano piaghe sulle mani
e danze gaie di scheletri umani
che la ragione del silenzio ascolta.

Ombre difformi per contorta vita
vanno col capo rivolto alle spalle
e vedi come il loro passo poggi

indietro il tempo su ritroso calle
a fuggire il futuro e la salita
dura sul giogo di irradiati poggi.

26.

Lieta sorride al luccichio la terra
fosforescente ionizzata e vinta
di rosso fuoco e d’iride dipinta
e il bombardiere di ritorno atterra.

Dal suo carcere lieta si disserra
la forza forte per mesoni avvinta,
la materia si illumina discinta
di mille soli in sfavillio di guerra.

Poi Stranamore ne ritesse in rima
per un ordito d’amori non detti
quanto non s’era atomizzato prima:

era questione di assassini eletti
da popoli di schiavi senza stima
di prezzo e monopoli non perfetti.

30.

Ombra di donna su un tronco di lauro
vidi impietrita, il corpo come neve
sciolto alla bomba e per miliardi d’anni
radionuclidi: non traccia di chiome
d’alberi o donne, non più luce d’occhi,
pesci di fiume morti sulla riva.

Contaminato anche il mare alla riva
per luce d’un Apollo senza lauro:
vuoti d’un lampo radioattivo gli occhi,
gli scheletri di case come neve:
montagne calve di ghiacci e di chiome
desolate per lungo ordine d’anni.

Molti nel vuoto desolato d’anni
i mondi senza mare e senza riva
e senza vita e i tronchi senza chiome
per trionfi di guerre senza lauro,
corpi dissolti e ricaduti in neve
di fall out sopra teschi vuoti d’occhi.

Ora si mira per prodigio d’occhi
sul mondo inerte scivolare gli anni
come slavine per coltre di neve,
se l’eco rompe su rocciosa riva,
e poeti ed eroi nudi di lauro
marciano fra lebbrosi orbi di chiome.

Ora che a tutti cadono le chiome
per il terrore che ha scavato gli occhi,
non si raccoglie né mirto né lauro,
solo capelli incanutiti d’anni
o di secondi sull’opposta riva
dove ombre muoiono in fiocchi di neve.

Nella polvere lenta e nella neve
che brucia ai corpi i petali e le chiome
e argento impuro semina alla riva
e d’iride malsana offusca gli occhi
e di ghiaccio e di fuoco opprime gli anni,
Stranamore così cinge il suo lauro,

cinge il suo lauro nella grigia neve
che copre d’anni i teschi senza chiome
e vuoti d’occhi abbandonati a riva.

35.

Solo e pensoso per gaussiane e campi
misuro curve di neutroni lenti,
e sul rilevatore ho gli occhi intenti
se radiazioni anomale mi stampi.

Altro schermo non trovo che mi scampi
dai raggi beta sparsi fra le genti,
fra tutti i teschi allegri e gli occhi spenti
che ancora sembra un’esplosione avvampi:

purtroppo credo ormai che monti e spiagge
e fiumi e boschi abbiano uranie tempre
per la mia mutua distruzione altrui.

E per queste aspre vie fatte selvagge
va Stranamore tramutando sempre
la sua forma con me, la mia con lui.

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Daniele Ventre (Napoli, 19 maggio 1974) insegna lingue classiche nei licei ed è autore di una traduzione isometra dell'Iliade, pubblicata nel 2010 per i tipi della casa editrice Mesogea (Messina).
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