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Colonna (sonora) 2023

di

Claudio Loi

 

PLAYLIST 2022. 15 album da non sottovalutare

Come ogni anno eccoci alle solite classifiche, un’operazione che non serve a nulla e proprio per questo indispensabile. Un giochino che serve – così spero – a tenere viva una passione che a sua volta ci tiene vivi e a continuare a divertirci ascoltando musica, cercando di cogliere i nuovi fremiti che arrivano dalle diverse parti del mondo conosciuto. E di stimoli ne arrivano davvero tanti e di ottima qualità ed è facile perdersi in questo universo così ricco e multiforme. Per il resto questa lista rappresenta una visione soggettiva e opinabile e ognuno potrà essere in grado di farsi la propria playlist. Buon divertimento!

  1. Alvvays. Blue Rev (Transgressive)

Dal Canada con amore e una dose massiccia di suggestioni contrastanti. Una proposta che spiazza nella sua instabile composizione chimica: canzoncine d’autore cantate con suadente naïveté con sfondo noise che spiazza e destruttura. C’è di che uscirne pazzi (in senso buono) da questa strana dialettica degli opposti ed è come perdersi in paesaggi ameni e bucolici a la Twin Peaks o nella oscura immensità della nostra mente. Il miglior pop del pianeta è un ibrido formato da anime che finalmente trovano pace tra le sperdute lande del nord e la voglia di essere altrove. Instabile quiescenza dei sensi.

  1. Anteloper. Pink Dolphins (International Anthem)

La label International Anthem sta a Chicago che non è una città qualsiasi. In quel mondo violentato dal freddo e da temperature estreme si è creato un habitat favorevole alle migliori espressioni musicali divergenti: dal free al post free a tutte le vertigini successive. A Chicago ha trovato cittadinanza anche la visione laterale proposta da Jaimie Brunch e i delfini rosa del titolo sono piccole rimembranze di un sogno che purtroppo si è interrotto sul più bello. Jaimie ci ha lasciato con un patrimonio di suoni che saranno la base per ulteriori viaggi e scoperte e questo disco rimane un testimone prezioso e da tenere caro. Per chi vuole andare oltre le proprie certezze e immaginare un mondo diverso questa è la giusta base di partenza.

  1. Big Thief. Dragon New Warm I Believe In You (4AD)

Loro arrivano da Brooklyn ma sembrano dei fuorusciti di un racconto di Faulkner o da polverosi scenari descritti da John Fante. Folk nell’accezione più folk possibile ovvero di quelle cose fatte a mano con pochi ingredienti e tanta genuina passione. E poi amano fare le cose doppie: nel 2019 sono venuti fuori con due album (Two Hands e U.F.O.F.) che erano la quintessenza di una passione senza limiti verso il lato più poetico dell’esistenza. Nel 2020 la cantante Adrianne Lenker ha pubblicato Songs and Instrumentals, un doppio album dove la sua voce è protagonista assoluta e inesauribile scrigno di emozioni. Questo nuovo disco è anch’esso doppio e strapieno di umori ed emozioni e nessuna voglia di postproduzione, mixaggi, ritocchi superflui: questa è materia prima allo stato puro e una voce che non ha eguali.

  1. Black Country, New Road. Ants from Up There (Ninja Tune)

Le nuove leve del post-punk di scuola british sanno bene dove andare a pescare per fornire le giuste coordinate di un suono che può ancora stupire. Basta rovistare nei cassetti dei propri genitori per trovare quello che serve: la storia si ripete all’infinito e non è mai uguale a sé stessa ed è alquanto straniante rivivere emozioni che pensavamo ormai andate. In questi solchi riecheggia persino qualche reminiscenza prog che tanto ci fece inorridire e che il primo punk ha demolito con veemenza. Nella loro seppur breve storia ritroviamo tutti i topos del rockandroll style: passione, fremiti di innocente ribellione, ma anche studio e applicazione e persino le solite diaspore umane che riemergono quando il chitarrista ha lasciato stizzito la sua band.

 

  1. Black Midi. Hellfire (Rough Trade)

Anche in questo caso colpisce il rapporto tra età media dei concorrenti e capacità di leggere la storia del rock nel suo divenire. La gioventù inglese nasce e pascola tra le colture che del rock e allora viene facile citare, copiare e ricomporre un corpus musicale che così si rigenera e rivive in nuove mutazioni. Loro sono incredibili nel riuscire a fornire un prodotto coerente nonostante la schizofrenia citazionista che li anima. Rock, jazz, prog, elettroshock sonoro a velocità folle con continui cambiamenti di direzione. Qualcuno lo chiama math rock per la sua natura spigolosa e computazionale e ci può stare ma qui siamo di fronte a qualcosa di ancora più complesso e indefinibile.

  1. Cate Le Bon. Pompeii (Mexican Summer)

Una riflessione piuttosto amara sulla condizione umana generata nel profondo Galles nel periodo pandemico con lo sfondo delle eruzioni vesuviane che ben conosciamo. Nel nuovo disco di Cate le Bon tutto è profondo: la voce, i suoni, gli arrangiamenti, persino quell’aria di leggera frivolezza che arriva dalle tastiere e dai computer di bordo. Un’artista da cui è difficile prescindere e che rimanda alle migliori pagine di Kate Bush pure lei incredibilmente tornata in auge. Pochi elementi, quelli giusti e ben dosati e un ascolto che ogni volta rilascia sapori nuovi.

  1. Dry Cleaning. Stumpwork (4AD)

Li si aspettava al varco per capire se tutta quella magia profusa nell’album d’esordio fosse un fuoco fatuo o qualcosa di più duraturo e l’attesa non è stata vana. Il progetto è sempre quello: la voce ieratica e divina di Florence Shaw e un tappetto sonoro percorso da fremiti post-punk e noise di grana fine. Se una cosa funziona è anche giusto passarci il giusto tempo ma siccome noi siamo gente che ambisce all’infinito e ci stanchiamo e seguiamo quell’istinto evoluzionista come scelta di vita ecco che le cose iniziano a complicarsi. E loro questo l’hanno capito e persino affrontato con il giusto piglio trovando nuove soluzioni armoniche e con la Shaw che si permette persino di cantare come quella volta che Greta Garbo accennò un sorriso che sconvolse il pubblico. Stumpwork (il titolo) si riferisce a quella tecnica di ricamo in rilievo che troviamo nei cuscini che spesso invadono le case dei nostri cari e questa cosa ha qualcosa di commovente e scuote sentimenti arcaici. Ma la cosa più stupefacente è l’artwork della copertina con la sua estetica da toilette ed è curioso immaginare l’impegno profuso a sistemare con pazienza la peluria sulla saponetta. Arte estrema che farebbe emozionare anche Hermann Nitsch.

  1. Fontaines D.C. Skinti Fia (Partisan)

Irlandesi dal sangue caldo, hanno il piglio dei veterani pur essendo solo al terzo disco. La loro musica è quella dei muscoli sempre in tensione, di vibrazioni, sudore e fremiti e una nota di esotica baldanza nell’utilizzo della lingua madre e nel recupero di mitologie e fantasmi di matrice irlandese. Ormai li diamo per scontati consci che quello che fanno lo fanno sempre al meglio ma non per questo si rilassano sull’enorme successo ottenuto in questi pochi anni. Questa è gente seria che lavora duro e si conquista ogni giorno il giusto spazio nella scena della musica dei nostri tempi.

  1. Gigi Masin. Vahinè (Language of Sound)

Chissà cosa si prova ad essere veneziani e frequentare quella città, sentirsi assediati dal mondo, da tutto il mondo per tutti i giorni della tua vita. Un assedio che ti obbliga a sviluppare sistemi immunitari a prova di un virus subdolo e maledetto. Forse la miglior autodifesa è quella messa in atto da Gigi Masin capace di costruirsi un universo parallelo, un sistema di protezione che isola e allo stesso non trascura le dinamiche della vita in laguna. La musica di Masin contiene continenti e moltitudini, arriva da lontano, forse dal cosmo o dalle periferie di Dusseldorf o forse dalle oscure manifestazioni del proprio inconscio. La sua forza è quella di essere qualcosa che travalica le pose e le mode, manifestazione di un pensiero coerente e sincero. Arte fuori catalogo adatta ad assecondare la naturale predisposizione all’escapismo ma anche sintesi raffinata di strati sonori e sedimentazioni storiche. Il tutto con le referenze qualificate di Mirko Salvadori a cui potete rivolgervi per un tour subliminale tra campi, bifore e le acque torbide dei canali.

 

  1. Makaya McCraven. In These Times (International Anthem)

Makaya ci consegna il suo testamento spirituale con un’opera destinata a rimanere momento fondante della nuova estetica musicale contemporanea. Una gestazione lunga e ragionata, anche sofferta, l’apporto di un numero enorme di collaboratori, la giusta collocazione editoriale ci consegna un lavoro che spiazza, commuove, ipotizza nuove linee di ragionamento. Siamo oltre ogni genere, il jazz diventa in queste tracce un semplice punto di partenza e si disperde nella nuvola del caos dell’oggi e i suoni che si diramano da questo disco sono pieni di pathos e di infinite suggestioni. Ancora una volta Chicago e la sua gente si dimostra incubatori di sogni e, soprattutto, la patria della libera creatività e di un nuovo umanesimo. Ne abbiamo bisogno.

  1. Nina Nastasia. Riderless Horse (Temporary Residence)

La struggente atmosfera che trapela da queste canzoni ci riconsegna un’artista di cui si erano perse le tracce. Questo disco arriva infatti alla fine di un lungo e tragico percorso personale ed è probabile che la cara Nina sia riuscita a superare le atrocità del quotidiano attraverso una seduta di autocoscienza e ritrovo del sé che talvolta la musica fornisce. Quando ci si trova di fronte a opere così personali, aperte, senza nessuna difesa non possiamo che lasciarci andare al melanconico flusso di sussurri e lacrime. Musica che arriva dal tunnel, dalle profonde immensità della nostra vita e che ci accompagna con affetto. Mica poco!

  1. Not Moving LTD. Love Beat (Area Pirata)

Hanno iniziato le ostilità agli inizi degli anni Ottanta in quella meravigliosa bolgia sonica che si rifaceva a gruppi come Cramps, X, Gun Club e tanti altri e sono arrivati fino ai nostri giorni con qualche aggiustamento nell’organico ma con la stessa voglia di suonare e vivere di rock. Il miracolo sta nel fatto che non si legge in questa storia nessun rigurgito nostalgico, nessuna parodia dei bei tempi andati. Si fa semplicemente quello che si sa fare al meglio delle proprie possibilità (insieme a mille altre cose) schivando le insidie del tempo e delle stagioni. Love Beat è il battito del nostro cuore che imperterrito continua a tenerci vivi.

  1. Paolo Angeli. Rade (ReR)

Paolo Angeli e la sua chitarra o meglio Paolo Angeli è la sua chitarra: un organismo in continua evoluzione, un loop emozionale che non è mai lo stesso, l’isola che c’è e che non c’è. Quella di Paolo Angeli è una mitologia a cui ormai non possiamo rinunciare con la differenza che il rito non è ripetizione meccanica di suoni e parole ma sempre qualcosa di nuovo e inaspettato. Lui continua a rovistare nella storia della musica e si infila nei meandri della tradizione sarda senza passiva rassegnazione. Ogni volta arriva puntuale qualcosa di inedito, di inaudito, suoni che prima non conoscevi che per magia riescono a dialogare con i baluardi del passato. Tutto questo avviene con apparente semplicità e la forza di un sorriso. In realtà dietro questa storia si nasconde un continuo lavorio sulle cose, sui mezzi di produzione del suono e persino sulle dinamiche della fruizione. E siamo solo all’inizio…

  1. Verdena. Volevo Magia (Capitol)

Sono tornati dopo alcuni anni di quiete (apparente) e con un bel cestino pieno di nuove canzoni forse recuperate tra le colline di Albino o nelle cantine polverose delle loro case. Anche per loro arriva il tempo di capire dove andare e come portare avanti una carriera iniziata a metà anni Novanta che ha segnato in modo indelebile la storia del rock italiano. Volevo Magia è il disco che non ti aspetti, carico di energie primarie, di distorsioni, di belle canzoni, ricco di quella magia che di solito troviamo nei primi dischi di una band e poi lentamente si disperde e sfuma col passare del tempo. Loro sono ancora tra noi seppure con le differenze dovute alle normali vicissitudine della vita, del mondo che cambia, della trasformazione. Sarà interessante valutare anche dal vivo la forza reale di queste nuove composizioni ma sul palco loro non hanno mai deluso e anche stavolta sarà così.

  1. Weyes Blood. And in the Darkness, Hearts Aglow (Sub Pop)

Il suo vero nome è Natalie Mering è questo è il suo quinto album, quello della maturità e della consacrazione nel quale si configura la sua visione della musica e del mondo. Un disco complesso e strutturato con una produzione che esalta le capacità vocali della Mering e si posizione in quella zona grigia chiamata chamber pop che talvolta è stata abitata da fragili eroi come Rufus Wainwright, da Antony e tanti altri affascinati da un’estetica carica di ridondanze, di barocchismi e leziosità che possono anche dar fastidio. Weyes Blood è invece molto brava nel superare lo scoglio del kitsch e navigare in queste acque turbolente. Il suo è un universo decadente, pieno di contrasti e di apparenze che possono ingannare, ma anche di luce che appare, di speranze mai abbandonate.

 

 

 

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francesco forlani
Vivo e lavoro a Parigi. Fondatore delle riviste internazionali Paso Doble e Sud, collaboratore dell’Atelier du Roman . Attualmente direttore artistico della rivista italo-francese Focus-in. Spettacoli teatrali: Do you remember revolution, Patrioska, Cave canem, Zazà et tuti l’ati sturiellet, Miss Take. È redattore del blog letterario Nazione Indiana e gioca nella nazionale di calcio scrittori Osvaldo Soriano Football Club, Era l’anno dei mondiali e Racconti in bottiglia (Rizzoli/Corriere della Sera). Métromorphoses, Autoreverse, Blu di Prussia, Manifesto del Comunista Dandy, Le Chat Noir, Manhattan Experiment, 1997 Fuga da New York, edizioni La Camera Verde, Chiunque cerca chiunque, Il peso del Ciao, Parigi, senza passare dal via, Il manifesto del comunista dandy, Peli, Penultimi, Par-delà la forêt. , L'estate corsa   Traduttore dal francese, L'insegnamento dell'ignoranza di Jean-Claude Michéa, Immediatamente di Dominique De Roux
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