Disfacimenti

di Manuel Maria Perrone

 

illustrazione di Ettore Tripodi

Abbiamo parlato troppo.

Abbiamo detto tutto.

Però:

a me piaceva quel profumo,

le notti d’estate,

quando si stava zitti.

Quante immagini ci stanno in un occhio ?

E quante parole in una bocca ?

E poi ?

Poi si diventa ciechi ? O poi si tace ?

Si muore quando si sono viste troppe cose ?

O quando lo si è detto tutto ?

Prima almeno c’era la televisione.

Adesso siamo noi la televisione.

Siamo l’intrattenimento per un pubblico che si intrattiene da solo.

Che si dice troppo,

che lo fa vedere tutto.

Ti ricordi la televisione ?

Almeno la si poteva spegnere:

poi abbiamo perso il telecomando.

Abbiamo perso il controllo,

siamo rimasti accesi.

Per ore e per anni.

Parlando ininterrotti,

guardandoci esterrefatti

(aprile 23)

La vita è infinita finché non scopri che finisce

Sono caduto dall’altro

E ho capito me stesso

(marzo 23)

Sono triste che entriamo in guerra:

mi ero appena abituato all’apocalissi 20/21.

Posso almeno tenere la mascherina ?

La mascherina mentre guardo cadere le bombe .

O posso ammalarmi per non mettere l’uniforme ?

Perché nella vita le istruzioni per l’uso sono sempre sbagliate o scadute?

Come se ogni volta

usassimo l’aspirapolvere

con le istruzioni del tostapane.

Che poi i tostapani sono sempre uguali.

E anche gli aspirapolveri.

Che tanto si rompono.

Gira e rigira serve sempre una scusa alla miseria.

E gira che gira di scuse ce ne sono cinque.

La rabbia.

La fame.

La paura.

Il rancore

e la vergogna.

Che sono poi tutti sinonimi dell’ ignoranza.

Vorrei vaccinarmi contro la miseria.

Non la mia ma quella del mio pianeta.

Perché mi spiace che quando facciamo fatica ripetiamo sempre gli stessi errori:

continuiamo a infilare il pane nel posto sbagliato

e a mangiare polvere.

(Marzo 2022)

Gli spagnoli sanno

che il protagonista è Sancho.

Che la storia non la fa chi va avanti,

ma quelli che seguono borbottando.

Che si – certo- c’è quell’Hidalgo allampanato che combatte il vento

ma quella figura eterea è un lontano miraggio

mentre noi siamo qui a lottare contro la materia di cui è fatto il mondo.

Che per ogni eroe ci sono milioni di penelopi

che aspettano il loro momento.

Milioni di Sanchi

che riparano mulini a vento.

Che la vita non è occhio per occhio, ma chiodo piu chiodo piu chiodo

uguale casa.

E se non casa almeno qualcosa.

Lo sanno i faraoni che senza schiavi gli imperi sono miraggi.

Ci guardavamo poco, nel bus e nella metro.

Poi è venuto il telefono ad abbassare gli sguardi,

e poi le maschere, a fare mummia i volti .

Il mondo ha perso i confini e nessuno guarda più all’orizzonte,

la speranza è materia da illusi e la rabbia concime per tonti.

Sono scomparse le stelle e restano solo alcuni grumi,

che continuano a splendere, postumi, lontani nel tempo.

Si sa che non c’è amore ma solo prendersi in prestito a cambio di un sorriso;

e un regalo.

E i soldi, si sa, non sono mai stati una questione di sopravvivenza.

Ma i sogni, i sogni erano l’anima del mondo,

il suo respiro sottile – e adesso:

seppellite le speranze, resta solo un corpo stanco che chiede di dormire.

Viviamo un mondo che dorme in piedi correndo: un mondo che dorme il proprio ritardo.

Ma perché dobbiamo alzarci la mattina?

Se non c’è spazio per porsi domande,

se lottare è il sintomo di una psicosi latente,

perché dovremmo alzarci, ancora e per sempre?

Essere giovani ha un unico e sporco difetto: invecchiare il più in fretta possibile,

facendo finta di niente.

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