Silvia Calderoni: un dente strappato come il ricordo

 

Un dente strappato come il ricordo; tutto si tiene, tutto traballa: «nonostante che le persone e i luoghi citati non siano inventati, questo non è un romanzo autobiografico». Si apre così Denti di latte, il romanzo di Silvia Calderoni pubblicato recentemente da Fandango.

È, questo di Calderoni, un libro di giuramento all’inquietudine, di vita spalancata e di schianto con l’acqua fredda di ogni infanzia. Libro dei tremolanti, delle piccole persone che cercano di abitare il proprio tremore, e di farne racconto luminoso. Libro che per questo che non assolve alcun compito prestabilito; che anzi ricomincia, sorprendentemente, ad ogni capitolo, decidendo di essere fedele fino in fondo alla memoria più-che-naturale, al regno del sogno e della seconde vite, quelle selvatiche, quelle che sempre bruciano in noi, come del resto brucia il corpo di Silvia Calderoni ogni volta che la vediamo varcare la scena. Ripenso a una riga da lei pronunciata in Paesaggio con fratello rotto del Teatro Valdoca: «sento il cosmo che tiene / e non è stanco. / Solo l’uomo è stanco».

Tutto si tiene, dicevamo. Tutto s’agita nell’intreccio magnifico delle righe: il dettaglio di gioia e lo spasmo, la memoria e la lacuna, la tosse e il fiore di forsizia: «e all’improvviso un uccello ha iniziato a batterle le ali nel torace. È doloroso, diceva, ha bloccato il respiro.». Poi, piano piano, ha smesso di agitarsi ed è tornata a respirare.

***

Ospito qui un capitolo dal libro. Grazie a Fandango per la concessione.

 

È da giorni che non riesco a mordere le mele. Mi balla un dente. È la prima volta che sento che un pezzetto di me ha deciso di lasciarsi andare. Lo dico a lui, è pomeriggio e come al solito siamo soli in casa. È seduto sul divano a tre posti con le gambe incrociate l’una sull’altra. Non ha le scarpe e in una delle due calze color blu notte c’è un buco all’altezza del dito medio. Sento forte l’odore acre dei suoi piedi.

“Vieni qui, fammi vedere…”

Accompagna la frase con un gesto della mano. Come per semplificare una lingua già semplice. Lui è così, è tutto corpo, non è mai una cosa senza l’altra. Io non mi avvicino subito, sono schiva, afferro il mio dente incisivo tra pollice e indice della mano sinistra e abbasso la testa. Sospiro, il dentino si muove ancora, ma ormai non ho più il primato su nessun segreto.

“Ti ho detto di venire qui!”

Adesso il tono della voce si alza e, per paura di contraddirlo, mi avvicino rapida. Le mani di lui sono enormi. Quando camminiamo per strada uno accatto all’altra, invece di tenerci mano nella mano, ci teniamo dito-mano. Perché le sue dita sono grosse come zucchine e lunghe più delle manopole del manubrio della mia bicicletta. Il suo indice è stato forgiato su misura per le mie manine magre e, quando mi aggancio, posso camminare anche a occhi chiusi: e se inciampo, lui mi tiene, sempre. Mi avvicino a testa bassa verso il divano e, senza lasciarmi il tempo di schivarlo, mi tira verso di lui e mi afferra la mandibola coprendomi con il palmo quasi tutta la faccia. Mi ritrovo a bocca spalancata, con il collo flesso all’indietro e inizio a piangere. Le sue mani sono troppo grandi per infilare le pantacalze alle mie Barbie e le sue dita sono troppo grosse per entrare nella rotella numerata del telefono, azione che compie o con il mignolo o con una matita senza punta che sta sempre vicino a un blocco note sul mobile davanti alla porta. Sono intrappolata in questa morsa ma non chiudo gli occhi e sforzo i miei bulbi a compiere un gesto innaturale, nel tentativo di mettere a fuoco ciò che sta accadendo sotto il mio naso. Vedo che un grande dito entra nella mia bocca e la riempie. Un sapore salato fa arretrare la mia lingua in fondo, nella sua tana e stimola la mia salivazione. Il dito con estrema delicatezza si appoggia al mio incisivo che tentenna incastrato nella gengiva. Tutto finisce in un attimo e mi ritrovo libera. Deglutisco. Nonostante la sua completa mancanza di grazia, non mi ha fatto alcun male, anche se per ora si è solo accertato che il mio dentino di latte fosse veramente traballante. Siamo al punto di partenza, mi allontano camminando all’indietro, sperando che qualcosa di più interessante del mio dente straripi da questo pomeriggio d’ottobre. E proprio quando sta per uscire dal mio campo visivo, spegne la tv e si alza all’improvviso. Va in balcone con un passo spedito come se fosse l’unico a sapere le regole di questo nuovo gioco, io lo seguo con lo sguardo incuriosita e tornando sui miei passi raggiungo il centro del tappeto, una pelle di mucca bianca a macchie marroni che è per ora l’unico animale domestico che io abbia mai avuto. Sento il suono dell’armadietto degli attrezzi che si apre e un bofonchiare che riconosco, ma che non riesco a decifrare. Probabilmente sta cercando qualcosa che non trova. Ritorna con in mano un filo da pesca e inizia a spiegare a una platea di cui anche io faccio parte:

“Adesso ti lego il filo al dente, poi lego l’altro capo alla maniglia della porta. Poi in un colpo solo sbatto la porta che ti toglie il dente, neanche te ne accorgi.”

Per un attimo rimango titubante ma poi il suo entusiasmo mi coinvolge tanto da spalancare io stessa la bocca in complicità. Leghiamo insieme il dentino con un nodo a cappio e, nell’assicurarci che sia bene saldo, un po’ di sangue amaro mi si mischia alla saliva. La porta che ha scelto è il portone dell’appartamento: la apre, mi posiziona al di là e lega l’altro capo del filo alla maniglia che è esattamente all’altezza dei miei occhi. Ci siamo, siamo tutti e due complici e operativi. E da qui tutto diventa velocissimo. Ho la bocca spalancata come un pesce all’amo, le fauci si seccano, il filo è teso e ogni piccola flessione della colonna fa scendere un po’ di sangue dalla gengiva. Non faccio in tempo ad alzare la fronte al cielo e a cercare di mettere i miei occhi nei suoi, che lui urla divertito:

“Vado!”

Sono certa che sto sentendo quel “vado” e il suono dello sbattere della porta senza nessuna pausa in mezzo, senza nessuno spazio per far accadere ciò che deve accadere. Tutto succede adesso, nello stesso istante. Il suo urlo, il mio dolore, lo strappo che sento al collo, il boato dello sbattere della porta amplificato dalla tromba delle scale. Tutto accade insieme e finisce sempre nello stesso adesso in cui sta accadendo. Porto entrambe le mani alla bocca e mi chino in avanti, crollo educata sulle ginocchia e appoggio il sedere ai talloni. Abbasso gli occhi e vedo fiorire delle gocce di sangue sulle calze di lana color panna. Lui arriva poco dopo con un cubetto di ghiaccio avvolto nel suo fazzoletto di stoffa. Mi dice che anche lui ha tolto il primo dente così e non l’ha mai dimenticato.

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Giorgiomaria Cornelio
Giorgiomaria Cornelio è nato a Macerata nel 1997. E’ poeta, regista, curatore del progetto “Edizioni volatili” e redattore di “Nazione indiana”. Ha co-diretto insieme a Lucamatteo Rossi la “Trilogia dei viandanti” (2016-2020), presentata in numerosi festival cinematografici e spazi espositivi. Suoi interventi sono apparsi su «L’indiscreto», «Doppiozero», «Antinomie», «Il Tascabile Treccani» e altri. Ha pubblicato "La consegna delle braci" (Luca Sossella editore, Premio Fondazione Primoli, Premio Bologna in Lettere) e "La specie storta" (Tlon edizioni, Premio Montano, Premio Gozzano Under 30). Ha preso parte al progetto “Civitonia” (NERO Editions). Per Argolibri, ha curato "La radice dell'inchiostro. Dialoghi sulla poesia". La traduzione di Moira Egan di alcune sue poesie scelte ha vinto la RaizissDe Palchi Fellowship della Academy of American Poets. È il direttore artistico della festa “I fumi della fornace”. È laureato al Trinity College di Dublino.
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