Esiodo – Erga – Le età dell’uomo (vv. 109-201)

trad. di Daniele Ventre

Aurea prima una stirpe di uomini nati a morire
fecero i numi immortali che hanno dimore in Olimpo.
Vissero al tempo di Crono, allorché sul cielo regnava;
ebbero vita di dèi, e l’animo immune da angosce,
scevri d’infelicità, di travagli; vile vecchiaia
non li opprimeva, ma sempre di piede e di mano immutati,
nell’allegria s’allietavano, ignari di tutti i malanni;
poi come vinti dal sonno morivano; v’era per loro
ogni bontà: dava frutto la terra nutrice di biade,
spontaneamente, in gran copia e senza negarsi; essi, paghi,
placidi, colmi di tutte delizie, abitavano i campi,
[ricchi di greggi com’erano e cari ai beati, agli dèi.]
Ma sin da quando la loro genia la coperse la terra,
spiriti son divenuti –volere di Zeus, di quel grande–,
saggi, abitanti terreni, guardiani alle genti mortali,
che stanno a guardia del giusto agire e degli atti nefandi,
cinti di nebbia s’aggirano e scorrono ovunque la terra,
dànno ricchezza: anche questo ottennero, premio regale.
Dopo di quella, seconda, assai meno nobile stirpe
fecero, argentea, i numi che hanno dimore in Olimpo,
impari all’aurea sia nell’aspetto sia nell’ingegno.
E per cent’anni ogni figlio accanto alla madre signora
era allevato e cresceva in casa, da stolto fanciullo.
Come ciascuno cresceva, giungeva nel fiore degli anni,
tutti vivevano un tempo effimero, avendo dolori,
ma per stoltezza: non seppero, infatti, evitare fra loro
malvagità tracotante, e non vollero essere servi
degli immortali, e officiare agli altari sacri ai beati,
come nell’uso è pur giusto fra gli uomini. Ed ecco che infine
li subissò, incollerito, Zeus Crònide, ché di tributi
non omaggiavano i numi beati che sono in Olimpo.
E sin da quando anche questa genia la coperse la terra,
sono chiamati mortali che stanno sotterra beati,
i successivi, e però l’onore s’accorda anche a loro.
E il padre Zeus, terza stirpe di uomini nati a morire,
bronzea progenie, del tutto diversa da quella d’argento,
trasse, dai frassini, truce e violenta, a cui solo gesta
d’Ares dolenti piacevano, e oltraggi; e non certo di pane
s’alimentavano, avevano un animo fiero, adamante,
gli infaticabili: grande vigore, invincibili mani
da quelle membra possenti crescevano, sopra le spalle.
Erano bronzee le loro armature e bronzee le case,
e lavoravano il bronzo, ed il nero ferro non c’era.
Di propria mano costoro si uccisero gli uni con gli altri,
sì che la sordida casa raggiunsero di Ade crudele,
privi di gloria; e benché tremendi, alla fine li prese
nera la morte e lasciarono il fulgido raggio del sole.
Poi, non appena anche questa genia la coperse la terra,
ecco che il Cronide Zeus, su terra nutrice di vite,
ne creò allora una quarta, più giusta e ben più valorosa,
stirpe divina d’eroi, di quelli che sono chiamati
i semidei, la progenie degli avi, su terra infinita.
Tutti costoro la guerra tremenda e l’orribile mischia,
o nella terra cadmea, a Tebe, settemplice porta,
li trucidò, da poi che per le greggi d’Edipo in lizza
vennero, o a bordo di navi, oltre il vasto abisso del mare,
quando li inviarono a Troia per Elena bella di chiome.
Tutti costoro, in quel tempo, il fine di morte li avvolse,
vita e costumi diversi dagli uomini il Crònide padre,
Zeus, diede loro e li pose all’estremità della terra:
là, presso gorghi-d’abisso, Oceano, nelle beate
isole, tutti han dimora, e animo immune da angosce,
quei fortunati, gli eroi, a cui dà tre volte in un anno
florido frutto di miele, la terra nutrice di biade
[dagli immortali lontano, e su loro è Crono a regnare.
Già, ché il suo laccio lo sciolse il padre di uomini e dèi.
E parimenti, a quegli ultimi onore e prestigio ha concesso.
Poi, come quinta, altra stirpe ha creata, Zeus ampio-veggente,
d’uomini, quelli che sono su terra nutrice di vite*].
Ah, se soltanto non fossi io vissuto in mezzo alla quinta
stirpe d’umani, se fossi già morto o di là da venire!
Già, poiché ormai la semenza è ferrea; gli uomini mai
cessano infelicità, fatica, e di giorno e di notte,
nel macerarsi, e gli dèi infliggono cure angosciose;
anche per loro, comunque, si mescola bene con male.
Zeus disfarà questo seme di uomini nati a morire
quando la prole avrà già, nel nascere, tempie canute.
Né sarà simile il padre ai suoi figli, o i figli ai parenti,
l’ospite non sarà caro all’ospite come in passato,
e non l’amico all’amico e non il fratello al fratello.
Né ai genitori, per poco che invecchino, onore faranno;
anche li rampogneranno con dure parole, gridando,
folli, né occhio di dèi cureranno più, né sostegno
ai genitori offriranno, allorché saranno invecchiati:
per legge il pugno; e le proprie città spianeranno l’un l’altro.
Né gratitudine avrà, chi giura sincero, né il giusto,
né l’uomo buono, a chi opera infamie, all’oltraggio in persona,
tributeranno ogni ossequio: nel pugno il diritto; il pudore
non sarà più: farà danno ad uomo più nobile il vile,
e spanderà voci oblique, per esse farà giuramento.
Lieto del male, parola d’infamia, aborrito d’aspetto,
Zelo s’accompagnerà con gli uomini tutti, infelici.
Dunque in Olimpo, fuggendo la terra spaziosa di vie,
e ravvolgendo fra bianchi mantelli le candide membra,
si partiranno dagli uomini, andranno alle stirpi immortali,
sia Pudicizia sia Nèmesi; e agli uomini lugubri pene
poi rimarranno, ai mortali, né più s’avrà scampo dal male.

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daniele ventre
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Daniele Ventre (Napoli, 19 maggio 1974) insegna lingue classiche nei licei ed è autore di una traduzione isometra dell'Iliade, pubblicata nel 2010 per i tipi della casa editrice Mesogea (Messina).
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