Noce, Aparecida e altre tavolette votive

di Davide Nota

Ho composto questi testi su facebook tra il settembre e il novembre del 2023 ipotizzando una sintesi tra il canone metrico della canzone italiana e lo stile semantico della memoria autobiografica su social network. Immagino queste canzoni nel solco della tradizione italiana, particolarmente radicata nelle Marche, degli ex-voto. Due giovani pittrici marchigiane come Valentina Vallorani e Alice Piergiacomi si confrontano ancora oggi con questa tradizione. Le tavolette votive italiane, a lungo considerate poco più che una grossolana espressione di devozione popolare, approssimativa nella costruzione prospettica e irrilevante dal punto di vista teorico e dottrinale, hanno composto e tramandato all’ombra delle pale d’altare un vero e proprio canone marginale del sacro successivamente defluito come puro riferimento stilistico nel variegato paesaggio dei pittori naïf del primo Novecento e da lì al presente in varie forme e tracce. Non era la compiutezza formale il cruccio dei loro autori, né la funzione pedagogica o divulgativa (politica) delle allegorie e del sistema simbolico, quanto la disarmata volontà di testimoniare alla lettera un miracolo realmente vissuto (realmente percepito come tale) o di pregare per esso. In ognuno di questi testi è incastonata una preghiera.

 

 

Noce

Oggi voglio raccontarvi un segreto
Una storia di provincia di molti anni fa
Alle 6 del mattino al bar della stazione
Stavo aspettando lʼautobus per lʼuniversità
Qui apparve misteriosamente Noce.
Noce era un tipo assurdo (ma il suo nome
Era un altro e questa è solo una canzone)
Noce era sostanzialmente un rimasto
Ma con stile e unʼenergia che nessuno
Avrebbe mai eguagliato. Tutti lo rispettavano.
E aveva dei santi lʼocchio e il sorriso.
Che fai, mi chiede. Aspetto lʼautobus
Per Perugia e tu? Io aspetto il sole.
Attorno a noi si popola il piazzale
Di genitori e figli e noi parliamo.
Avevo conosciuto Noce al centro
Sociale di Ascoli qualche anno prima
Lui era un matto e io probabilmente
Un ragazzino solo e problematico.
Comunque ci siamo subito intesi.
La nostra intesa si espresse in silenzio,
In forma di saluto, di fulmineo
Sguardo illuminato da unʼempatia
Credo reciproca, ma non è questo il punto.
Lui era un pusher e io un quindicenne
Nemmeno mi compravo mezza canna
Per cui la sua amicizia era sincera.
Un giorno nel deserto dellʼestate
Sedevo trascrivendo dei pensieri
In forma di rappato, avevo ai tempi
Sognato di comporre un primo demo
Su un quadernino a righe. Arriva Noce
e mi si siede accanto. Ciao che fai?
Scrivevo una canzone. Me la canti?
Fu il mio unico concerto e Noce pianse
Nella luce che inondava lʼuniverso
E mi chiese di ripetergli un verso
Che parlava di un Dio troppo distante.
Da allora quello fu il nostro segreto.
E quando arrivò lʼautobus e i padri
alzarono i trolley della prole
e io mi preparavo a salutarlo
Mi chiese sorridendo: Posso farlo?
E io gli dissi: Certo. E camminammo
verso lʼautobus come figlio e padre.
Posò la mia valigia dolcemente
E attese in mezzo ai padri che partissi.
Da qualche anno so che Noce è morto
Di quelle morti che si sa da sempre
Che un giorno arriveranno. Ma ti penso
Questa mattina di 20 anni dopo
Il tuo ricordo è in me un sorriso buono
E spero che un giorno ci rivedremo.

 

 

Into the wild

Poco dopo la laurea (breve, in Lettere
Moderne, quanto basta per svignarmela
Da un posto che non mi appartiene) trovo
Un lavoro ad Ascoli in un call center
Ma mi licenzio perché torno fuso
E col cervello intriso di stronzate.
Io voglio lavorare per permettermi
Di scrivere la notte (ai tempi sogno
Di essere un poeta) ma è impossibile
Col fischio nelle orecchie concentrarmi.
Cerco un lavoro semplice, un custode
Notturno, ai confini della via lattea,
Ma non si trova altro che la merda
Pubblicitaria o cazzate del genere.
Poi a un certo punto mi chiamano a un multiplex.
È un lavoro bello, è un lavoro che amo,
E a un certo punto ho pensato davvero
Di aver trovato un piccolo mestiere
In tutto e per tutto a me somigliante.
Amo la gente che vuole sognare
Oppure distrarsi per un paio di ore.
Monto le pizze poi chiedo i biglietti
Spengo le luci e faccio andare il film.
Poi scendo nelle sale a controllare
La qualità dellʼaudio e il radiatore.
Un giorno proiettavo Into the wild
La storia dice Franco in un volume
Sui dipinti di Kerouac della fine
Del sogno francescano di On the road.
Lì scendo in sala e mi metto a sedere
Tra i miei fratelli che pregano al buio
Le stimmate nel corpo del fedele.
Il capo mi parla nellʼauricolare:
Come è la sala 8? Dopo sali.
Io gli rispondo a monosillabi: Sì
Va bene, certo, è tutto ok. Ma affondo
Nel canto di Eddie Vedder e la vita
Mi appare allʼimprovviso una galera.

 

 

LʼUFO

A sette anni accade che ho unʼimmagine
Che mi feconda il pensiero. È un UFO
Da cui probabilmente sono sceso
Una notte di avaria e viaggi stellari.
Questo disco volante ora è sepolto
Sotto il nespolo del nostro giardino.
Lo vedo, lo ricordo e mi convinco
Che è necessario andarmene. Una sera
Preparo le valigie e per le scale
Del mio palazzo vengo tratto in fermo.
Ricordo che a quei tempi sono certo
Di ricordarmi un sacco di altre cose.
Oltre a un alieno sono pure un mago.
Mi mettono alla prova allʼintervallo
Devo piegare un ferro che nemmeno
Il più forte riesce a torcere e lo piego.
A volte sogno un altro me gemello
Nel mondo parallelo. E forse è vero.
Papà mi porta a funghi la domenica.
Io vado alla ricerca degli gnomi.
A scuola siedo sotto a una quercia.

 

 

Il taglialegna

Nel bosco di Accettura in una macchia
Più fitta di alberi un giorno trovo
La baracca di mio nonno, il taglialegna
Morto quando mio padre era un ragazzo.
Quella mattina uccisero il vitello
Non so se prima o dopo fu sgozzato
O aperto nelle viscere a svuotare
Le sacche interne gonfie di liquame.
Il sangue fu scaldato in un catino
E offerto a tutti come unʼostia nera.
A mezzogiorno sopra una piazzola
Accesero un falò e dopo la brace
Fu stesa a terra come una colata
Di ferro e poi la bestia fu mangiata.
Di pomeriggio si doveva andare
Al bar a osservare i maschi grandi
Che giocano alle carte. Invece dico
Che voglio stare a casa con le femmine
E tutti lì a cercare di aiutarmi
A dirmi questo e quello. Ma io voglio
Soltanto stare in pace. E ancora penso
A quando camminai sopra alle braci
Pensandole sopite e presi fuoco.
Non ho di nonno altro che lʼimmagine
Di quella tana inchiodata tra gli alberi.

 

 

Aparecida

Qualche tempo fa una ragazza con cui chattavo
Mi ha raccontato una storia stranissima tipo
Che un game A.I. sciamanico lʼaveva
Convinta a abbandonare la famiglia
Adottiva, a prendere un treno e dirigersi
In Germania in un villaggio di clochard.
Questo villaggio era in realtà un campeggio
Montato su uno spiazzo periferico
Di una metropoli. Dorme in un bungalow
Assieme ad altri, la mattina ruba
Prodotti di cosmesi che rivende
Alle escort di un palazzo vicino.
Coi soldi sopravvive e poi la sera
Si incammina verso un internet point
Dove il suo game le dice cosa fare
Il giorno dopo. E lei esegue il compito.
Un giorno il game inizia a delirare
A dirle cose assurde e incomprensibili
Tipo: devi trovare la bambina
Che dorme in te. Così ha inizio un gioco
Più articolato, una specie di rebus
In cui si deve ricordare il nome
Della sua prima infanzia peruviana.
Un giorno ha un flash e non è più una gamer
Ma un personaggio giocato da un altro
Giocatore più grande che sovrasta
La realtà come unʼentità invisibile.
Quel giorno trova il nome: Aparecida.
Non è un nome nativo ma è lo stesso
Perché lo legge sopra al cartellino
Di una cassiera come una memoria.
E il game le dice: Youʼve to see your mother
Anche soltanto in sogno e puoi tornare.
Una sera al campeggio la avvicina
Una donna che la vede spaesata
Ha i tratti peruviani e lei si fida
La porta in una tenda in cui altre donne
La spogliano, la lavano e alla fine
La vestono con dei vestiti nuovi
Lei immagina che quello sia un rituale
In cui è liberata e che sua madre
Sia quella donna anziana. Adesso è libera
Si dice Aparecida nella notte
E avanza attraversando Francoforte
Come una proiezione ortogonale.

 

San Nicola salva una donna caduta in un tino. XVI secolo, tempera su tavola, 21,3 x 28 cm, Museo di San Nicola, Tolentino (MC)

 

 

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Renata Morresi scrive poesia e saggistica, e traduce. In poesia ha pubblicato le raccolte Terzo paesaggio (Aragno, 2019), Bagnanti (Perrone 2013), La signora W. (Camera verde 2013), Cuore comune (peQuod 2010); altri testi sono apparsi su antologie e riviste, anche in traduzione inglese, francese e spagnola. Nel 2014 ha vinto il premio Marazza per la prima traduzione italiana di Rachel Blau DuPlessis (Dieci bozze, Vydia 2012) e nel 2015 il premio del Ministero dei Beni Culturali per la traduzione di poeti americani moderni e post-moderni. Cura la collana di poesia “Lacustrine” per Arcipelago Itaca Edizioni. E' ricercatrice di letteratura anglo-americana all'università di Padova.
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