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Le epifanie allo specchio di Graziano Graziani

di Lidia Tecchiati

È il 1906 quando James Joyce pubblica una raccolta di quindici novelle sul “The Irish Homestead”, dal titolo Gente di Dublino. È in quella precisa occasione che introduce il concetto di epifania: una rivelazione improvvisa e inattesa, una manifestazione di qualcosa che non può essere incasellato in una definizione materiale quanto piuttosto in una spirituale. Ma l’elemento straordinario è che questa rivelazione così potente, questa risonanza con ciò che intimamente sentiamo ma che fino a quel momento nemmeno sapevamo di provare, scaturisce da un gesto, un evento, una frase del tutto banali, che caratterizzano la vita quotidiana di un qualsiasi essere vivente. Eppure, ci manifestano un significato celato ben più profondo della banalità e casualità da cui origina.

Più o meno negli stessi anni, nel romanzo autobiografico dalla leggenda editoriale travagliata, Stephen Hero, lo scrittore irlandese ci dà una definizione più precisa di quell’entità così difficile da afferrare e da spiegare che è l’epifania: “L’anima dell’oggetto più comune, la struttura del quale è stata così calettata, ci appare radiante. L’oggetto compie la sua epifania”.

Ed è proprio attraverso presagi e rivelazioni che ai miei occhi si è mostrato il primo romanzo di Graziano Graziani, edito da Tunué e uscito a marzo 2020.

 

Girolamo è nato il 29 febbraio, un giorno che nemmeno esiste tutti gli anni. Ne consegue dunque che la sua esistenza, sin dalla nascita, risulti ai suoi e ai nostri occhi precaria e traballante. Si potrebbe definire come un uomo cogitabondo, un flâneur che passeggia, alla mano una cartina geografica alle volte reale, alle volte immaginata. L’azione del camminare come pratica simbolica con cui trasformare lo spazio si estende al suo (e di conseguenza al nostro) sguardo: Girolamo si muove all’interno di uno spazio-tempo spesso non definito, altalenando tra le varie età della sua vita. Nei capitoli anaforici “Girolamo e…”, narrati in terza persona, questo walkscaper ci guida attraverso la sua personale osservazione e interpretazione della realtà, spinto da una disillusione e da un’ironia sferzante che ci sbatte in faccia tutta la tristezza e la frustrazione provata nel far parte di un mondo che non riconosce (più) e nel quale fatica a collocarsi come io.

Il romanzo è costruito su due piani di narrazione differenti: da un lato ci sono i capitoli alla terza persona, in cui Girolamo osserva e riflette, a diverse età, sul mondo che lo circonda, dalla percezione della finitezza umana all’equazione impossibile delle relazioni sentimentali, passando per le grida di bambini irriverenti e approdando al profumo di rum e al sapore di lampone della nostra galassia. Dall’altro, troviamo dei capitoli senza titolo, in cui Girolamo parla in prima persona dando del tu al lettore e a un amico orologiaio, “che normalmente con uno sguardo mette in chiaro il confine che c’è tra speranza e credulità” (p. 186), e lo guarda un po’ come si guardano i mezzi matti, con un misto di diffidenza e nascosta ammirazione. In questi capitoli Girolamo cerca se stesso, attraverso le pieghe del tempo e di una burocrazia tipicamente italiana, illogica e ulteriormente complicabile, quando possibile, e cioè sempre.

Il romanzo tratta della sua anima e del suo sentire, messi in relazione con elementi della vita quotidiana del tutto ordinari e quotidiani, da cui però partono delle riflessioni molto intime e profonde. A volte risulta quasi complicato seguirne i ragionamenti logici, più Girolamo si allontana dalla realtà per approdare all’immaginazione. Questi capitoli, oltre alle epifanie joyciane, mi hanno riportato ad alcuni racconti brevi inzuppati nel realismo magico di Murakami, in cui le storie di personaggi comuni che conducono vite apparentemente normali e ben ancorate alla realtà terrena sono in realtà un espediente come un altro per addentrarsi in un altro piano di esperienza, un po’ come se si aprisse una porta – o meglio un portale – per accedere ad un modo che di ordinario ha solo le vesti, ma che in realtà lascia spazio all’immaginazione e a tuffi onirici. Un modo per affrontare una realtà complicata? Per fuggire dalle domande esistenziali che attanagliano la mente umana da secoli – da dove vengo chi sono e dove sarò dopo la morte?

Forse sì, o forse è tutto più semplice di così. Girolamo vaga tra i vicoli della sua città così come tra i vicoli della sua memoria, cercando di districare una matassa di ricordi che non riesce a sbrogliare e collocare nel giusto ordine cronologico. Si sofferma sulle assenze, su ciò che una volta c’era e ora velocemente è scomparso, assenze e sostituzioni che hanno completamente cambiato la geografia del suo passato insieme alle abitudini di una vita. E, giustamente, Girolamo alle sue abitudini – e di conseguenza alla sua vita – non vuole rinunciare: piena solidarietà da parte mia se alla sostituzione dell’unico forno del quartiere con una banca, risponde con una proposta che a me pare tutto fuorché paradossale: “la banca potrebbe aprire uno sportello per il pane. Uno solo, non di più; gli altri possono pure continuare a commerciare in soldi. Se cominciate voi, magari la banca accanto tra una settimana aprirà uno sportello per la verdura, e quella in fondo alla piazza forse entro la fine del mese si sarà dotata di uno sportello per la frutta. Sarebbe una soluzione pratica, spiega Girolamo” (p. 29).

Ma si sofferma anche sugli sguardi di Viola, unica costante nella sua vita ma anche nelle pagine di questo libro; un amore perduto che nel suo essere lontano dal presente è in grado di tenerlo in vita e riportarlo alla realtà strappandolo così ai suoi viaggi ai confini della realtà. Un’ancora alla realtà che incarna tutte quelle occasioni che Girolamo pare rincorrere ma mancare sempre, tutti quei “se” ipotetici che rimangono sospesi a mezz’aria. È troppo abituato a subire ed osservare la sua esistenza per viverla davvero, o forse è solamente incapace di sincronizzarsi sulle sue frequenze.

“Eccolo, forse, l’unico momento desiderabile dell’esistenza, pensa Girolamo, quello in cui ci si trova un po’ fuori sincronia con sé stessi. Un po’ prima o un po’ dopo, ma proprio di poco, di un’inezia appena, qualcosa di trascurabilissimo nello scorrere del continuum spaziotemporale – e ci si guarda venire investiti da un’onda d’acqua e si ride, perché tanto in realtà siamo già, o non siamo ancora, altrove.” (p. 185)

Si fa sempre fatica a parlare (e scrivere, in questo caso) di qualcosa che si sente come intimamente proprio. Un luogo in cui ci si è a proprio agio con i pensieri, in cui ogni riferimento sembra accordarsi intimamente con le proprie convinzioni sul mondo in cui viviamo e sul suo veloce cambiamento. Uno spazio sicuro in cui si normalizzano i sentimenti umani, anche quelli che solitamente si provano con vergogna, aspettando al varco sensi di colpa che hanno l’esatto compito imposto di divorarci. Un libro che mi ha fatto riflettere su cose che sapevo da sempre dentro di me, ma a cui non sono mai riuscita a trovare uno spazio consono e una parola giusta. Un romanzo che può fungere da mappa urbana e mentale, per orientarci nel mondo e nei suoi luoghi nascosti, per guidarci verso un realismo magico necessario per interpretare la nostra esistenza su questa terra. Per trovare frammenti di noi stessi che formano l’immagine riflessa nello specchio.

Una scrittura essenziale, solo apparentemente asciutta, eppure densissima; a tratti nostalgica, come richiede questo libro. Una rinuncia ammirabile al superfluo – e in letteratura al giorno d’oggi ne abbiamo fin troppo – e una capacità di comunicazione e connessione emotiva che si poteva già trovare negli scritti precedenti dell’autore, penso ad esempio alla Planimetria sentimentale del disastro, e che in questo suo primo romanzo trova terreno fertile per esprimersi nella sua forma migliore.

Questo è stato ed è per me questo libro: un luogo in cui ogni scoperta si rivela come un’epifania, e si chiude con un sorriso convinto, dato da un qualcosa che si presagiva e che viene confermato. Una sensazione epidermica e poetica simile a quella che Amélie Poulain provava tuffando la mano in un grosso sacco di legumi.

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Vivo e lavoro a Roma. Libri: Lettere a una fanciulla che non risponde (romanzo, Bompiani, 2024), Qualcosa sulla terra (racconto, Industria&Letteratura, 2022), Storia aperta (romanzo, Bompiani, 2021), L'isola di Kalief (con Mara Cerri, Orecchio Acerbo 2021), Il regno dei fossili (romanzo, il Saggiatore 2019), Mio padre la rivoluzione (racconti, minimum fax 2017. Premio Campiello-Selezione giuria dei Letterati 2018), Stati di grazia (romanzo, il Saggiatore 2014), Città distrutte. Sei biografie infedeli (racconti, Gaffi 2012. Nuova edizione: il Saggiatore 2018. Premio SuperMondello e Mondello Opera Italiana 2012).   Testi inviati per la pubblicazione su Nazione Indiana: scrivetemi a d.orecchio.nazioneindiana@gmail.com. Non sono un editor e svolgo qui un'attività, per così dire, di "volontariato culturale". Provo a leggere tutto il materiale che mi arriva, ma deve essere inedito, salvo eccezioni motivate. I testi che mi piacciono li pubblico, avvisando in anticipo l'autore. Riguardo ai testi che non pubblico: non sono in grado di rispondere per mail, mi dispiace. Mi raccomando, non offendetevi. Il mio giudizio, positivo o negativo che sia, è strettamente personale e non professionale.
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