“Perfect days”. Ambire il mondo

di Daniela Mazzoli

“Sempre meglio che pulire i cessi!” Quante volte lo abbiamo sentito dire. È il limite di ogni situazione, scomoda, difficile, insopportabile. Non è abbastanza scomoda, e non troppo difficile, e certamente è più sopportabile che: pulire i cessi. E l’idea è che, guardando il destino di chi come mestiere è costretto a pulire i residui dei nostri residui, ogni altra sorte sia da accettare.

Ma questa è la luce accecante di un’affermazione non del tutto verificata. Poi arriva l’ombra, che ci permette di vedere meglio alcune cose. C’è un uomo che in modo rituale compie ogni giorno gli stessi gesti, costruisce con questi gesti l’architettura portante delle sue giornate: prendersi cura di sé, lavarsi i denti, sistemare i baffi, poi prendersi cura degli altri viventi, libri e occhiali da riporre, panni da piegare, annaffiare le piante, poi uscire, alzare gli occhi al cielo, e fare in modo che quel cielo, in ogni stagione, allarghi la faccia in un sorriso di conferma, di essere al mondo e che il mondo duri. Poi inizia la giornata, un giro sempre identico, come una collana, a cui si agganciano mani, chiavi, canti, incontri.

Il protagonista del film Perfect Days non è un uomo che pulisce i bagni. È un uomo che legge. Che ascolta Lou Reed mentre viaggia in macchina, che dice di sì a chi chiede ospitalità, a chi vuole ascoltare la sua vecchia musica, a chi ha bisogno di un po’ di soldi per ‘giocarsi tutto’ con una ragazza da ‘dieci su dieci’. È un uomo che recupera piantine di acero nel parco dove fa ogni giorno la pausa pranzo e se ne prende cura in una specie di serra casalinga, e che è capace di raccogliere la sfida lasciata in un biglietto anonimo dietro la fessura di un water. Sembra non succedere niente in questo film, in questa vita. E sembra, ma solo sembra, che la lezione sia proprio qui: apprezzare le cose piccole, riuscire ad essere felici nella propria esistenza minima.

Ma è solo un difetto di prospettiva. Che cos’è una vita? Che cosa significa ambire a qualcosa? Significa girarci intorno, stare intorno a qualcosa per chiederle approvazione e consenso, e poter accedere così ai più alti ruoli. Hirayama non è un uomo che pulisce i bagni. È un uomo che gira intorno alla stessa giornata, agli stessi gesti, allo stesso albero a cui scatta foto come fosse una persona amata. E più che l’albero è la luce che fotografa e che passa attraverso quelle foglie. Cerca qualcosa, che gli ricordi o che somigli abbastanza, alle ultime immagini – bagliori o ombre?- con cui si chiudono gli occhi nel sonno ogni sera. Proprio come le immagini dell’abbandono all’inconscio anche le foto che scatta sono in bianco e nero, sono un’astrazione, non soltanto una foto, un’impressione. È un segreto quello che cerca di ascoltare Hirayama ogni giorno, e forse per questo sta molto zitto.

Ascolta. Ascolta gli altri sicuramente ma ascolta anche oltre le parole che sente o cose che vede. Ascolta il matto che si snoda in danze nel parco, come se fosse appeso a qualche altro mondo o filo a noi ignoto. Ascolta il silenzio degli altri, e qualcosa che non ha nome, ma sente esserci e attraversare ogni azione, ogni ora, ogni adesso. Ascolta il suono della scopa sulla strada che all’alba lo risveglia: il primo suono della sua giornata è un suono solitario, di cura, una signora che spazza i marciapiedi. Senza che nessuno la guardi. Ascolta le confidenze non richieste, il dolore, il bisogno. E mentre lui sta zitto il mondo gli gira intorno, gli chiede aiuto.

Sentire tutte queste cose, in un solo istante, a un certo punto, lo sopraffà, lo raggiunge in una canzone, in un punto simile ad ogni altro punto, eppure miracoloso: la perfezione di vivere che sempre si accompagna allo strazio per l’irraggiungibile, per una ‘prossima volta’ che forse non ci sarà, perduta eternamente.

Non è una vita minima, non è pulire bene i bagni -un lavoro che nessuno vorrebbe fare e farlo tanto bene come se dovesse durare per sempre e invece al prossimo che entra sarà da ricominciare. Non è questo che succede, non è l’ultimo film di Wim Wenders. Essere ambiziosi e desiderare, ed essere nella propria storia è questa cura invisibile dell’invisibile, sapendo che senso e ricompensa ci sono già stati dati, e serve riconoscerli con una scelta, perseverante ed elastica. Che ogni vita è regola ma anche infrazione, che almeno una volta un abbraccio -da chi ha fatto altre scelte eppure ci appartiene- può interrompere la continuità delle nostre fogliefronde, lasciare entrare un’ombra nella luce, farci piangere.

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14 Commenti

  1. Grazie per questa recensione, dev’essere un film bellissimo, ho visto la sua presentazione da Fazio con Wim Wenders che parlava a mani giunte e ho pianto,
    glande Wenders, ricordo il suo I”l cielo sopra Berlino” e “Paris Texas”, due film meravigliosi. Grazie per questa recensioneI Lo vedrò sicuramente. Vi seguo sempre, Ida E.

  2. Recensione molto interessante di questo film semplice e complesso, delicato e potente. Un film meraviglioso sul significato della vita, della morte, della libertà, che con pochi tratti racconta mondi. Vorrei tornare a Tokyo e cercare Hirayama, il protagonista, interpretato da un attore straordinario, e abbracciarlo, sicura che non mi respingera’ perché lui è gentile con tutti e tutto, ama alberi, libri, cielo e persone con lo stesso rispetto profondo e lieve, una gratitudine genuina e splendente. Fa le pulizie dei bagni pubblici con una devozione che rasenta l’ossessione, aiuta chiunque gli chieda aiuto, non chiede mai niente per sé, accetta il disprezzo degli altri verso di lui e la debolezza umana in generale con compassione. Non è di certo un debole però Hirayama, quando c’è da puntare i piedi lo fa con risolutezza, anzi è forte, è forte nella sua solitudine voluta ma grata di ogni contatto, di ogni piccolo incontro, di ogni effimera relazione e di ogni scambio casuale con l’altro, hanno un grande valore per lui. Hirayama ama l’analogico, il silenzio e la buona musica, ama fotografare il Komorebi -lo splendore della luce del sole che filtra tra le fronde degli alberi-, guardare in alto, ogni suo gesto è un rituale. È un uomo non più giovane che conserva un animo puro e uno sguardo incantato sul mondo, di una sensibilità estrema, che non vuole avere aspettative perché ha sofferto troppo, perché ha dovuto lasciare andare persone e affetti rinunciando alla classe sociale ricca e potente della famiglia d’origine per una vita frugale ma libera, perché sentirsi bene è una questione interiore da portare avanti con umiltà e disciplina. Ma è comunque uomo, e nonostante la volontà ferrea di non desiderare, spera, perché l’amore è una tentazione troppo forte.
    Questo film per me è un capolavoro, sì proprio un C.A.P.O.L.A.V.O.R.O, e se in tanti non l’hanno goduto, beh, mi dispiace sinceramente per loro.

  3. Una lezione di vita, un affresco di immagini, di sogni. Vivere intensamente ogni giorno, con ciò che ci circonda, guardare con lo sguardo attento, essere appagati dello scorrere della vita, un fruscio che proviene dalla strada e ci risveglia con delicatezza ogni mattino, sempre alla stessa ora. Una vita semplice e allo stesso tempo ricca di sensazioni, di umanità.
    Il dialogo ridotto ed essenziale che ci fa comprendere ciò che è veramente importante per vivere.
    Questo film lo rivedrei ancora e più volte per carpire e vivere ogni messaggio nel momento in cui il tutto accade.
    È la storia di un uomo che vive da solo, ma non per questo lo è, chi si avvina a lui riceve un messaggio positivo qualsiasi cosa accada.
    Ci si avvicina a lui con fiducia. La semplice casa in cui vive è il suo rifugio dove ha tutto quello che gli serve.
    Un buon libro, una buona musica e un luogo in cui sai di trovarlo se cerchi aiuto.
    Il suo sorriso è la risposta che cerchi, accetta tutto quello che gli accade con serenità e saggezza.

  4. Film davvero meraviglioso che attraverso la sua lentezza ti fa assaporarne ogni istante …lui bravissimo con i suoi occhi dove ci vedevo sorriso e velo di tristezza alternarsi…un po’ di ombre un po’ di luce…

  5. Ho visto il film . Bellissime le musiche il vero linguaggio del film e l’ unica concretezza. Il resto non mi è piaciuto. In una Tokio surreale, bella pulita, abitata da sognatori e immersa in un tempo ciclico sempre uguale. Il protagonista si sveglia, si veste, prende il caffè in un distributore appena fuori casa sua in lattina. Sale in macchina. Carica la musicacassetta e va a pulire cessi bellissimi che dopo 24 ore sono pulitissimi. Sempre con un sorriso sulle labbra. Termina il lavoro. Va sempre allo stesso ristorante poi va ai bagni pubblici per lavarsi e rilassarsi. Sempre così. Nel week end va in un locale dove c’è la proprietaria innamorata di lui che gli prepara il suo piatto preferito ,ma lui sembra non avvedersene. Una famiglia allontanata,un padre con cui non va d’ accordo. Accoglie una nipote che irrompe improvvisa nel cerchi suo magico. La accoglie benevolo ma poi telefona alla sorella che non sente da anni per farla recuperare. Tutto è fermo in questa vita. Allontana felicità forti ma manco dolori, no malattie,e se si inceppasse la macchina distributrice del suo caffè mattutino? Anche il cancro di un conoscente viene affrontato senza empatia. Perfect day è una fuga irreale nella quotidianità dell’ uguale.No non mi piace. A proposito. Il protagonista avrà una sessantina d’ anni. Ma prima ma soprattutto dopo?

  6. Finalmente parole in cui si dice che il film non è una lezione sull'”imparare a vivere delle piccole cose”. Ho letto in rete moltissime dichiarazioni di questo tipo, che a mio avviso cancellano completamente quell’andare incontro al proprio Desiderio cui invece il protagonista fa (più o meno lacanianamente parlando). Desiderio che non ha a che fare con l’accontentarsi delle “cose minime/piccole”, ma che va nella direzione dell’essere sé, di un’esistenza viva, nel proprio e con l’altro, per quanto in punta di piedi. A mio avviso questo film meraviglioso è stato anche, da moltissimi, “meravigliosamente travisato”.

  7. Come un tranquillo fluire di ruscello nel sottobosco. Accarezza l’anima , serenamente coinvolge, accompagna lo sguardo, cede il passo, abbraccia tutti i sensi. Sa essere mite. Fa star bene. Semplicemente

  8. Concordo con i precedenti commenti ed aggiungo: il protagonista cerca l’ invisibile nella realtà quotidiana, quello che traspare attraverso le ombre, le foglie degli alberi, i sogni…sorride e si commuove per ciò che è stato e non tornerà, per ciò che aspetta e sempre aspetterà, perché in ogni cosa c’è un significato più profondo che appena si intravede e che sempre sfugge… perché ha vissuto mille vite in una, ha sofferto e ha amato…..per tutto questo è grato, ma non sa che cosa ancora gli manca…e nello sforzo di afferrarlo piange… forse è quel quid che ci rende umani, forse la vita, o quel che ci donerà la morte….

  9. Sollecitato e insieme ad alcune amiche (di cui una era ripetitiva) ho visto il film in una piccola sala di una città bellissima, apparentemente con tante iniziative ma in cui, come spesso accade in tanti altri luoghi, i sentimenti, la conoscenza, i rapporti e la cultura sono elementi liquidi che scorrono e vanno: come le acque di fiumi e canali che rendono unica questa città.
    Non avevo letto nulla sul film e confesso di non conoscere nemmeno il regista, anche se di gran fama. Confesso che alla mia età, una certa età, e dopo essermi attvato in mille e mille cose, dichiaro che “preferisco un film stupido a eventi troppo impegnati”.
    Durante la proiezione, in un silenzio tombale, avrei quasi voluto gridare “Che palle!” e alla fine, sorridendo, ho chiesto agli spettatori vicini, fra cui qualcuno immobile: “Scusate, chi è che russava?”.
    E poi sono tornato a casa, chiedendo alle amiche che poi mi spiegassero il film.
    Invece oggi quasi me lo sono spiegato da solo.
    Nonostante la felicità di aver vissuto una vita felice, con una splendida moglie e un figlio adorabile (che ora ha la sua vita felice), un’infinità di incontri e opportunità, una bella casa e aver avuto un bel lavoro.
    E’ quasi un’autobiogafia: negli sguardi, nelle piccole cose, nei sommessi sorrisi, nel godere degli squarci del cielo, delle foglie che ondeggiano, delle piantine di un bosco, della condivisione dello stesso cibo e delle frequentazioni, della fatica sui pedali, del vivere in una grande città ed essere solo, con la propria anima, non dimentico di intime relazioni.
    Quante volte ognuno di noi ha anelato, cercato e vissuto delle solitudini fra la gente.
    E ora, nonostante l’attiva vita sociale, sono davvero felice di osservare una parete affrescata, l’acqua delle risorgive che nasce e scorre in città, i colori, i piccoli suoni, il lento scorrere delle stagioni, le memorie antiche e recenti, i gesti di mia madre – che spesso viene a salutarmi nelle sembianze di un uccellino – i respiri notturni di mia moglie, le conoscenze, gli sguardi e tante tante altre emozioni.
    Ecco, sono vere “carezze all’anima” che aiutano e che danno più senso allo scorrere della vita, ovunque e comunque sia.

  10. Dopo aver letto commenti bellissimi, che avrei voluto saper scrivere io, non riesco ad aggiungere altro. Nel personaggio Hirayama mi sono ritrovata. Sono grata al regista e all’attore per averci regalato un film che è una vera sinfonia.

  11. Nei commenti che leggo manca un punto importante: il contesto.
    In questa pellicola, che a noi occidentali sia percepibile o meno, viene espresso il meglio della cultura e della filosofia del popolo giapponese, fortemente legata a quella buddista.
    Non è importante chi tu sia e che cosa tu faccia per vivere, ma fallo al meglio, e questo può dare quella percezione (a se ed agli altri) di grandezza e pienezza anche ad una vita che a occhi impreparati può sembrare piccola e vuota.
    Viene anche rimarcato (in brevi parole del giovane coprotagonista) che nemmeno per tutti i giapponesi questo sia un concetto acquisito e sembra che sia un modus vivendi che possa essere acquisito solamente con l’avanzare dell’età.
    In questo film vi ho letto molte altre cose, ma non vi è qui spazio sufficiente per raccontarle tutte.

  12. Dopo decine di recensioni tutte belle, ho deciso di vederlo, ho sempre ammirato Wenders, ma mi spiace dirlo una delusione ASSOLUTA, non trasmette nulla e volevo uscire dopo 30 minuti, forse sarò come Fantozzi che dopo la biscione de La Corrazzata Potemkin , gridava ” una cagata pazzesca” e però veniva applaudito

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Andrea Inglese (1967) originario di Milano, vive nei pressi di Parigi. È uno scrittore e traduttore. È stato docente di filosofia e storia al liceo e ha insegnato per alcuni anni letteratura e lingua italiana all’Università di Paris III. Ora insegna in scuole d’architettura a Parigi e Versailles. Poesia Prove d’inconsistenza, in VI Quaderno italiano, Marcos y Marcos, 1998. Inventari, Zona 2001; finalista Premio Delfini 2001. La distrazione, Luca Sossella, 2008; premio Montano 2009. Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato, Italic Pequod, 2013. La grande anitra, Oèdipus, 2013. Un’autoantologia Poesie e prose 1998-2016, collana Autoriale, Dot.Com Press, 2017. Il rumore è il messaggio, Diaforia, 2023. Prose Prati, in Prosa in prosa, volume collettivo, Le Lettere, 2009; Tic edizioni, 2020. Quando Kubrick inventò la fantascienza. 4 capricci su 2001, Camera Verde, 2011. Commiato da Andromeda, Valigie Rosse, 2011 (Premio Ciampi, 2011). I miei pezzi, in Ex.it Materiali fuori contesto, volume collettivo, La Colornese – Tielleci, 2013. Ollivud, Prufrock spa, 2018. Stralunati, Italo Svevo, 2022. Romanzi Parigi è un desiderio, Ponte Alle Grazie, 2016; finalista Premio Napoli 2017, Premio Bridge 2017. La vita adulta, Ponte Alle Grazie, 2021. Saggistica L’eroe segreto. Il personaggio nella modernità dalla confessione al solipsismo, Dipartimento di Linguistica e Letterature comparate, Università di Cassino, 2003. La confusione è ancella della menzogna, edizione digitale, Quintadicopertina, 2012. La civiltà idiota. Saggi militanti, Valigie Rosse, 2018. Con Paolo Giovannetti ha curato il volume collettivo Teoria & poesia, Biblion, 2018. Traduzioni Jean-Jacques Viton, Il commento definitivo. Poesie 1984-2008, Metauro, 2009. È stato redattore delle riviste “Manocometa”, “Allegoria”, del sito GAMMM, della rivista e del sito “Alfabeta2”. È uno dei membri fondatori del blog Nazione Indiana e il curatore del progetto Descrizione del mondo (www.descrizionedelmondo.it), per un’installazione collettiva di testi, suoni & immagini.
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