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Gen Z: voto e tendenze in America

ph. Alec Soth/Magnum Photos (particolare)

 

di Francesca Beretta e Loretta Bersani

Nel 2016 l’elezione di Trump era stata una sorpresa, qualcosa di inaspettato, uno shock iniziale seguito da un “vediamo cosa succede”. Da allora sono successe molte cose. Il trionfo del 2024 è il risultato di una campagna elettorale iniziata nel momento stesso in cui Trump è stato sconfitto da Biden, che ha portato oggi a un voto consapevole a favore di un uomo con un’identità ormai ben definita, così come lo sono i suoi valori e il suo retaggio culturale. E a un voto contro la sinistra, di cui oggi si capisce poco o niente.

Quando si pensa al voto pro Trump, l’immaginario comune corre subito all’America profonda, bianca, bigotta, isolata, poco scolarizzata, a quell’America che, se l’America un po’ la conosci, se l’America l’hai viaggiata, rimane sempre uguale per centinaia e centinaia di miglia, attraversata da strade che non curvano mai.

E mentre il Paese si è nettamente spostato verso destra, ognuno all’interno del partito democratico prova a darsi una spiegazione a seconda della propria posizione. Bernie Sanders  con il suo stile diretto definisce “disastrosa” la campagna centrista e liberale dei Dem che hanno fallito su più fronti: prima l’abbandono della working class bianca, poi di quella nera e infine di quella latina, in un momento in cui il 60% degli americani vive di stipendio in stipendio. Poi la politica estera, con il sostegno economico a Netanyahu, nonostante la maggior parte degli americani fosse contraria, e, davanti agli occhi di tutti, il genocidio e la fame a Gaza. Sanders non dimentica di come siano proprio i giovani americani a trovarsi davanti a un futuro incerto, con condizioni di vita potenzialmente peggiori di quelle dei propri genitori e preoccupazioni nazionali e globali concrete. Ed è in questo contesto che Trump ha saputo radicarsi con il suo motto MAGA (Make America Great Again), lanciato dalla campagna di Ronald Reagan del 1980 e popolarizzato dal tycoon per evocare un’America storica, non meglio definita ma comunque di successo, riproponendo il paradigma del “si stava meglio prima”.

Uno dei bacini demografici su cui hanno puntato i GOP è quello della Generazione Z. Della Gen Z americana si è sempre parlato come della generazione più progressista, multietnica e con il livello d’istruzione medio più alto di sempre, appassionata dell’ideologia “woke”, concentrata su questioni di giustizia sociale, uguaglianza razziale e di genere, diritti LGBTQ+, salute mentale, sostenibilità ambientale e pace globale. Una generazione dotata di una forte coscienza civica, che ha dimostrato di votare a tassi più elevati rispetto alle generazioni precedenti alla stessa età. Nell’immaginario romantico di chi ripone la speranza in un futuro sociale migliore nelle mani dei giovani, molti avrebbero voluto che la Gen Z fosse solo questo blocco monolitico. Ma la realtà è più complessa e sfaccettata.

Come mostrano i dati di CIRCLE (Center for Information and Research on Civic Learning and Engagement presso la Tufts University del Massachusetts), nel 2024 i giovani elettori hanno preferito Kamala Harris a Donald Trump con un margine di 6 punti (52% contro 46%, con il restante a favore di un candidato indipendente o di un terzo partito). Sebbene inferiore rispetto al 2020, quando avevano favorito Biden su Trump di 25 punti, il voto della Gen Z (18-29 anni) rappresenta comunque il maggiore sostegno per Harris tra tutte le fasce di età.

Dai dati emerge come i gruppi di giovani non bianchi, in particolare le donne laureate (75%) e non laureate (74%), e le persone non binarie (82%), abbiano votato in modo netto per Harris, riflettendo una tendenza in linea con l’identity politics. La preferenza per Harris si attenua tra gli uomini non bianchi (neri, latini e asiatici). I giovani bianchi con un titolo di studio universitario hanno preferito Trump con il 56%, mentre quelli senza laurea lo hanno sostenuto in modo ancora più deciso (67%). Le donne bianche con istruzione universitaria hanno favorito Harris con il 60%, mentre quelle senza titolo di studio hanno preferito Trump (55%). In generale, i giovani hanno indicato l’economia come tema principale (il 42% degli uomini e il 39% delle donne), seguito dall’immigrazione come secondo tema per gli uomini (15%) e dai diritti abortivi per le donne (17%). Tra gli argomenti che continuano a emergere, spiccano quindi l’economia e un divario di genere legato al voto dei giovani uomini bianchi. Vediamo come questi fattori siano stati determinanti.

Lo studio storytelling condotto dalle ricercatrici generazionali Corey Seemiller e Meghan Grace, che di Gen Z si occupano dal 2013 esplorando sia le sfere personali sia quelle accademiche e professionali, descrive sì questa generazione come la più diversificata nella storia, ponendo una forte accento su etnia, genere, orientamento sessuale e background socioeconomico. Ma è proprio sulla fase iniziale del loro adulting (il diventare adulto) che è importante concentrarsi per comprendere meglio le loro sfide.

Di orientamento finanziario fortemente conservatore, una grande fetta di questa generazione avverte la pressione dei genitori, considerati i primi modelli di riferimento, a intraprendere il percorso universitario per garantirsi un futuro migliore, pur trovandosi di fronte alle rette universitarie più alte di sempre.

Indirettamente colpita prima dalla crisi finanziaria del 2008 e poi dagli effetti della pandemia, una larga fetta di giovani si ritrova spesso a dover accumulare debiti universitari mentre i genitori sono ancora impegnati a saldare i propri. Questa generazione affronta l’università con l’aspettativa di un ritorno economico e il desiderio di acquisire competenze immediatamente applicabili. Da qui il crollo in popolarità delle discipline umanistiche e un duro colpo all’ideale secondo cui la nobile missione accademica di formare cittadini onesti e pensanti avrebbe sempre prevalso sull’utilità immediata di qualsiasi titolo di studio.

A differenza delle generazioni precedenti, i membri della Gen Z che si iscrivono al college non lo fanno per esplorare indirizzi di studio o corsi opzionali che accendano le loro passioni, rischiando di aumentare il debito. Al contrario, cercano lauree che rispondano alle esigenze del mercato e, per molti, il percorso universitario è accompagnato da decisioni finanziarie complesse e misure di accessibilità economica: rinunciare alla scelta del college ideale, frequentare università statali, vivere a casa con i genitori o seguire corsi nelle scuole superiori che rilascino crediti universitari per accorciare il percorso accademico. Nel periodo post-Covid, la percentuale di studenti lavoratori è aumentata drasticamente; secondo le statistiche del Bureau of Labor (2022), l’81% degli studenti universitari lavora part-time e il 42% full-time.

Per quanto riguarda il divario di genere, iniziamo col dire che Trump e Harris hanno utilizzato i podcast come strumento principale per attrarre i giovani, riconoscendo l’importanza della Gen Z come pubblico da raggiungere negli spazi digitali, dove si formano e si discutono le opinioni politiche. Su consiglio del figlio diciottenne Barron, Trump ha cercato di raggiungere i giovani uomini attraverso piattaforme che evitano i media tradizionali, come la manosphere  — una rete online di comunità maschili che promuovono idee antifemministe e sessiste, dove le fake news diventano realtà e il politicamente corretto un lontano ricordo, un po’ come l’ ‘X’ attuale di Elon Musk, amico e alleato di Trump. D’altra parte, Harris ha puntato a coinvolgere le giovani donne, utilizzando podcast che trattano temi sociali in modo diretto e senza filtri, attirando principalmente un pubblico femminile in una campagna elettorale che agli uomini ha lasciato poco, pochissimo spazio.

Kelsey Eyre Hammond, coordinatrice di programma presso l’American Enterprise Institute, ha osservato che l’accento posto dalle campagne Dem sui diritti delle donne ha fatto sentire molti giovani uomini marginalizzati, portandoli a identificarsi sempre più con il Partito Repubblicano, visto come un alleato: “Il forte focus della campagna dei Democratici sui diritti riproduttivi e sull’accesso all’aborto porta molti a pensare: ‘Ok, questo partito è per le donne.’, automaticamente spostando l’attenzione sui GOP come partito maschile. Secondo un sondaggio del 2020 condotto dal PRRI, molti uomini concordano con l’affermazione che “oggi la società sembra punire gli uomini solo per comportarsi come uomini.” Questo sentimento ha rafforzato il supporto a Trump, visto come simbolo di forza maschile e di valori tradizionali. Il suo gesto di alzare il pugno alla Capitan America dopo l’attentato al comizio in Pennsylvania è stato interpretato come un segno di resistenza, consolidando ulteriormente la sua posizione tra chi lo considera l’incarnazione dell’orgoglio maschile e di un modello di virilità tradizionale. Tutto questo si inserisce nella più ampia discussione sul “sostegno alla mascolinità” che Trump ha saputo canalizzare, facendo leva sui sentimenti legati alla percezione di una società dove il sostegno alle donne, la fluidità di genere e le questioni di inclusività sono ormai centrali.

Un orgoglio rimarcato anche dalla figura del vicepresidente J.D. Vance, che ha guadagnato notorietà nazionale nel 2016 con la pubblicazione autobiografica Hillbilly Elegy, successivamente adattato al cinema e distribuito su Netflix nel 2020, sotto la regia di Ron Howard. Il titolo stesso è emblematico: un’elegia degli hillbillies, ossia di coloro che provengono dalle aree rurali e montuose degli Appalachi, negli Stati Uniti. Il libro racconta la storia di un ragazzo cresciuto in una famiglia povera tra Ohio e Kentucky, con una madre tossicodipendente. Viene allevato dalla nonna e diventa un first-gen (il primo membro della famiglia a intraprendere un percorso universitario). Si laurea in giurisprudenza a Yale e sposa la sua sweetheart, conosciuta durante gli studi. Si tratta di una storia di successo che rappresenta la quintessenza del sogno americano del “ce la puoi fare indipendentemente da dove parti”. E qui rimarchiamo come questo memoir esalti la meritocrazia bianca, in una fase fase storica dove è la diversità a essere considerata un punto di forza, rappresentanza e resilienza. È anche una storia dove il protagonista trionfante non dimentica mai però le proprie origini, il proprio vissuto, quella parte di America che oggi favorisce la politica isolazionista di Trump dal mondo esterno, perché ha bisogno di salvare il proprio. Il libro ha guadagnato popolarità soprattutto nelle università, diventando una lettura comune in molti campus dove Vance è stato spesso invitato a tenere conferenze. E dov’era poche ore prima delle elezioni? A tenere un discorso alla High Point University in North Carolina. Ed ecco il Millennial, prima pensatore indipendente, oggi esponente del GOP, che si appresta a diventare Vicepresidente degli Stati Uniti a quarantadue anni, distinguendosi come il politico di maggior rilievo anagraficamente più vicino ai giovani.

Fino al 5 novembre, in molti hanno creduto, o almeno sperato, che i giovani avrebbero dato un contributo decisivo all’America progressista e liberale, contribuendo alla sconfitta di Trump e del suo retaggio culturale. E invece, il 6 novembre ci siamo risvegliati in un ‘68 distopico, con il riallineamento di una fetta consistente di giovani bianchi e della classe operaia che guarda a un Baby Boomer per riportare il sogno americano indietro di più di mezzo secolo con le buone o con le cattive, un po’ alla Don’t Worry Darling (Olivia Wilde, 2022).

1 commento

  1. Non si può dar senso alla serie di dati interessanti presentati in questo articolo senza ricordare il concetto di intersezionalità, ovvero il modo in cui i gruppi di cui ci troviamo a far parte (età, etnia, censo, genere, cultura eccetera) definiscono i nostri valori e le nostre scelte individuali, anche alle urne.

    Un altro aspetto secondo me da non sottovalutare è l’appeal di un voto accelerazionista, “sfascista”: Trump come strumento di vendetta contro un sistema ormai detestato, senza necessariamente illudersi sulla sua capacità di crearne (o restaurarne) uno migliore.

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Ornella Tajani insegna all'Università per Stranieri di Siena. Si occupa prevalentemente di critica della traduzione e di letteratura francese contemporanea. È autrice dei libri Scrivere la distanza. Forme autobiografiche nell'opera di Annie Ernaux (Marsilio 2025), Après Berman. Des études de cas pour une critique des traductions littéraires (ETS 2021) e Tradurre il pastiche (Mucchi 2018). Ha tradotto, fra i vari, le Opere integrali di Rimbaud per Marsilio (2019), e curato opere di Rimbaud, Jean Cocteau, Marcel Jouhandeau. Oltre alle pubblicazioni abituali, per Nazione Indiana cura la rubrica Mots-clés, aperta ai contributi di lettori e lettrici.
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