Di tanti passi, o del diritto alla caduta

di Paola Ivaldi

(Pubblichiamo un estratto da Di tanti passi, Maurizio Vetri, 2024. Il romanzo di Paola Ivaldi racconta l’inconsueto legame che, nell’arco di un anno, si instaura tra il relitto del più drammatico naufragio del Mediterraneo e una donna che si trova ad affrontare, in una manciata di mesi, un lutto famigliare, un’inattesa separazione, due traslochi)

Al termine del giro serale, mi sentivo sempre più stanca, una donna sfiancata. Poi mi capitava di domandarmi: c’è un modo di rincasare che possa apparire dignitoso pulito lieve? Perché ogni volta che io mi guardo dall’alto o che osservo gli altri che infilano la chiave nella toppa, spingendo rassegnati il portone, sbilanciando il proprio peso un poco in avanti, a voler aprire più rapidamente e con minore fatica di braccia, dunque aiutandosi con la spalla, di lato, o con la punta del piede, capo chino, mi pare di assistere a una sconfitta, non plateale, in sordina, tranne che per il lamentoso cigolio che precede il rumore cocciuto del portone che sbatte, una sconfitta che si consuma lontano dai clamori, ma che scava dentro lunghe gallerie di risentimento non sempre capace di tramutarsi in rassegnazione.

Riesco a vedere, attraverso i muri, le persone che avanzano barcollanti verso ninnoli e altarini colori tessuti acrilici luci e profumi sintetici che evocano sempre altro dal qui e ora, dall’istante del ritorno a casa, che è poi l’unico che conta, quello autentico che però si rinnega. Cuoricini pupazzi meme ritagliati magneti turistici frasi sagge quattro salti in padella telenovelas televendite telegiornali telequiz. Ecco, io allora penso all’animale selvatico e alla meraviglia di una tana che è rifugio, solo quello, la verità accecante nella sua semplicità, essenza di esistenza, terra sassi fango paglia zanne sangue, chinarsi strisciare per tornare a una tana, la nostra capanna, chinarsi umilmente grati della destinazione di fine giornata. Quanto siamo lontani, noi, e infelici in mezzo ai nostri giocattoli e protesi e capricci sommersi dall’inutile troppo. Annaspiamo tra le cose nostre, lucide e lisce.

Soffochiamo in mezzo alle cose. Sommersi dalle cose, dal pensiero delle cose, dal desiderarne sempre altre, nuove, più lucide e più lisce. Eppure, in quel richiudersi senza speranza del portoncino, quel rumore sì familiare, ci accompagna l’illusione che lasciamo fuori il mondo cattivo, fatto di brutture maldicenze malanni, ma che da lì in poi siamo salvi, al sicuro. Non è affatto vero, naturalmente, perché siamo braccati fin nel profondo dell’anima, dal mondo di fuori e da quello di dentro.

Riempire sempre riempire: il trolley, il frigo, il carrello, le rughe, l’agenda, il tagliere e il bicchiere, il baule, l’armadio e la scarpiera, la bocca il silenzio. E poi questi smisurati vuoti che, con deleteria ostinazione, rifiutiamo di abitare, li si riempie oltre che di cose anche degli altri, compulsivamente: dei figli dei nipoti di mariti e amanti, vampirizziamo gli altri, ci attacchiamo come sanguisughe o come invisibili zecche ai loro polpacci e ci nutriamo di loro, delle loro vite, dei loro guai e i loro vuoti riempiti, ulteriormente, di cose e di vite e di vuoti altrui. Riempire i vuoti di programmi televisivi, colmare le attese di musiche di sottofondo. Riempire, riempire la vita e i discorsi, di abitudini di luoghi comuni e frasi fatte pur di parlare pur di non ammettere di non avere parole o avere esaurito i gesti.

E poi: tubetti e flaconi, creme pastiglie opercoli prodotti preparati e infusi massaggi aperitivi e chiacchiere. Schermi e cavi, social e messaggini, post, pixel, tweet, call, spot e gaffes e app, codici a barre e codici QR, raccolte punti e buoni acquisto, strass e brillantini, paillettes e glitter, e lucine natalizie intermittenti, prenotazioni e shopping, pantofole e scarpe giacche e borse cinture e cravatte, mete e avventure da sogno, abbonamenti coupon saldi e offerte stracciate, elettrodomestici, elenchi puntati, pin e password, multivitaminici, rate, mutui, verbali certificati multe bollette perizie polizze.

Invece, io credo, ma davvero ci credo, avvicinandomi alla fine del viaggio e anche avviandomi con una conquistata lentezza verso il termine di questo mio annus horribilis, ma anche assai sorprendentemente mirabilis, che, almeno per me, la sola salvezza concepibile consista nel mettere spazio tra le cose, tempo fra le azioni: ecco, sì, molto meglio dilatare, rallentare, diradare. Nonostante tutto intorno a me sembri andare nella direzione opposta, come a puntare in massa obiettivi sempiterni di accumulo e accelerazione.

Posso accettare il rischio dell’acuirsi del senso di una inscalfibile e inevitabile solitudine, di restare incompresa, di sentirmi, ancora e ancora, uno scarto. Ma a seconda dei punti di vista, lo scarto può anche rivelarsi la porzione più preziosa, quella da tenere più in conto, da salvare, mettendola da parte. Posso farcela, perché io so, adesso, che non c’è un’altra via, per me, che la mia traiettoria di vita è questa, non un’altra.

Dilatare, rallentare, diradare. Spazio, tempo. Non c’è molto altro da capire, in fondo. Perché se non c’è più tempo e spazio per i fatti, se non ne abbiamo consapevolezza, non ne serbiamo memoria, allora significa che le cose hanno preso il sopravvento sui fatti, i quali accadono quasi a nostra insaputa. E questo, pur nella mia modestia intellettuale, non credo sia un buon segno.

———

Paola Ivaldi (Torino, 1966) è laureata in Lettere moderne e lavora nel campo della comunicazione pubblica. Ha esordito nel 2020 con Piccoli viaggi (Robin Edizioni). Di tanti passi (Maurizio Vetri Editore, ottobre 2024) è il suo secondo romanzo.

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davide orecchio
Scrittore e giornalista. Vivo e lavoro a Roma. La maggior parte dei miei romanzi e racconti tradisce un certo interesse per la storia, ma una minoranza si rifiuta di farlo. Testi inviati per la pubblicazione su Nazione Indiana: scrivetemi a d.orecchio.nazioneindiana@gmail.com. Non sono un editor e svolgo qui un'attività, per così dire, di "volontariato culturale". Provo a leggere tutto il materiale che mi arriva, ma deve essere inedito, salvo eccezioni motivate. I testi che mi piacciono li pubblico, avvisando in anticipo l'autore. Riguardo ai testi che non pubblico: non sono in grado di rispondere per mail, mi dispiace.
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