LEGGI, SCRIVI, CREPA: 3 articoli sulla crisi editoriale

Di Renata Morresi

Tre articoli recenti, molto diversi tra loro, su conglomerati editoriali, sul cosiddetto mondo dei libri e la sua sempiterna crisi, e, più a latere, sui mestieri della scrittura. Ambiti tutt’altro che affini, nonostante le apparenze. Fanno pensare a quanto siamo sotto torchio, ma anche a quanto c’è da fare per uscire dal vicolo cieco.

Il primo, di Alessandro Gilioli su MicroMega, ricostruisce la vicenda del gruppo editoriale Gedi in via di dismissione, non senza umiliazione per il giornalismo italiano. Si vede un passaggio di mano in mano, da miliardario padre a miliardario figlio, fatto di partite di giro e giochi d’influenza che hanno progressivamente svuotato l’editoria del suo mandato fondamentale. Il valore dell’informazione giornalistica è diventato un elemento accessorio, o un perfetto ignoto per certi CEO che muovono ben altri volumi di denaro, oppure proprio un intralcio, tutt’al più uno strumento di distrazione e manipolazione.

Il secondo articolo, di Giulio Mozzi su Snaporaz, più ‘piccolo’ ma non meno tagliente, interroga invece la posizione della piccola editoria: stritolata da un sistema che non valorizza davvero libri, autori, confronti, esperienze, non costruisce dibattito culturale, non regge economicamente e/o a volte si rifugia in proiezioni ideali sempre più residuali. Visto che non ha senso rincorrere le masse e i prodotti industriali-digitali espulsi ai ritmi vertiginosi dell’immondizia, perché, suggerisce Mozzi, non torniamo a essere luogo di pensiero, non ci occupiamo di quello che un senso invece ce l’ha?

Terzo e ultimo, il pezzo di Francesco Quatraro apparso sul Tascabile, che spiega bene dove ci troviamo: qui, dove l’informazione produce o comunicati stampa o sensazionalismo, l’editoria commerciale vive gonfiando la propria bolla, e le persone, non importa quanto stralaureate, si arrabattano per sopravvivere, magari investendo in un fantomatico prestigio che non porta mai reddito, in “un sistema, insomma, che si autosostiene proprio grazie alla sua inefficienza” (Quatraro).

E spesso ci ritroviamo a sciorinare giù colpevoli: il pubblico, capre, ignoranti, l’analfabetismo di ritorno, o l’alfabetizzazione di massa, e tutti vogliono scrivere, signora mia non c’è selezione e dove sono i critici e Benedetto Croce eccetera oppure i cellulari, il deterioramento cognitivo, l’intelligenza artificiale e via dicendo. Ma è inutile cercare l’intruso che detiene la colpa della debacle: “la sovrapproduzione, l’autoreferenzialità e la dispersione non sono anomalie, ma esiti prevedibili di un sistema” (Quatraro). Sul suo facebook Christian Raimo fa notare quanto queste riflessioni facciano infuriare e mostrino “l’evidente bisogno di più sindacalizzazione” per chi lavora nel giornalismo, nella distribuzione, per gli oligopoli editoriali. Certo, ma anche l’opera sindacale deve essere consapevole delle peculiarità del lavoro di conoscenza e delle sue innumerevoli modalità di sfruttamento.

Forse c’è stato un “periodo d’oro” dell’editoria, dell’università, del giornalismo, della lettura, di cui mi pare di aver vissuto, un tempo, gli ultimi indizi di esistenza. Forse è stato esattamente questo: un periodo. Continuare a rincorrerne le condizioni materiali e simboliche rischia di essere un esercizio sterile. Quello che invece ha ancora senso è ricercare profondità, competenza, densità critica, ma incarnate in forme nuove: non necessariamente individuali, non necessariamente riconducibili al Libro come entità superiore e autosufficiente, al genio solitario identità di un’epoca, il viandante illuminato che ci dice a cosa credere, la verticalità zzzz.

Questo mio è un esercizio immaginativo, non ho soluzioni di sorta, anzi. Sono solo una persona che scrive, ogni tanto, poesia, un genere senza pubblico, senza mercato e spesso senza libro stampato. Sono una persona che facilita altr3 nel fare i loro libri di poesia, curando una collana di libri “rich and strange”, ma che dire di nicchia è poco; una persona che lavora nell’accademia e insegna letteratura attraverso libri spesso non tradotti o non trovabili in italiano, e, infine, che si colloca, come tanti practitioners da queste parti, dentro un osservatorio diffuso, sempre più consapevole di alcune contraddizioni strutturali. Per esempio: creare compratori di libri non significa creare lettori, come dice Martina Testa; fatturare sempre di più per ottenere credito e mandare avanti la baracca produce una bolla che finisce per soffocare l’intero ecosistema; i large language models verranno (sono già) sfruttati per scrivere/tradurre a ritmi inauditi, per produrre infotainment che ci scivola addosso, per generare sempre più testi scritti da nessuno e che nessuno leggerà.

Che fare, allora? Da un lato, certo chiedere di porre un limite all’invasività di strumenti che concentrano potere e ricchezza nelle mani di pochi tycoon digitali, ormai più forti di molte nazioni. Non possiamo (non dovremmo, non avremmo dovuto) ammettere che tutta la sfera della conoscenza – di cui il mondo dei libri è solo una parte – sia dominato da questi strumenti. Ahi. E dovremmo, credo, provare a immaginare progetti nazionali, anche per i libri, che abbiano un respiro più ampio dell’attuale navigazione a vista, o meglio, con l’acqua alla gola. Dall’altro, direi, sarebbe opportuno evitare ogni tentazione restaurativa: niente corporazioni, niente recinti identitari, nessun ritorno mitizzato a un passato che non può tornare. Ho letto di un famoso poeta-accademico l’altro giorno che se ne va in pensione ‘in anticipo’ (a 69 anni) stanco, tra le varie cose, dell’inclusione. Capisco che le parole d’ordine possano diventare facilmente feticcio vuoto, ma leggere per l’ennesima volta la nostalgia del tempo che fu da parte di chi da quel tempo ha avuto tutto, ecco, dà un tantino sui nervi. E poi: il contrario di inclusione è esclusione. Vogliamo almeno problematizzare un poco? In nome di quello spirto critico ch’entro ci rugge? Anche le università umanistiche sono diventate dei luoghi fragili, lo sappiamo, sotto la pressione di standard opprimenti, definanziamento, richieste di marketing, settori che bramano di parassitarla, concorrenza foraggiata dallo Stato, crisi d’identità, ecc. Barra dritta sulla vocazione primaria allo studio come amplificatore di possibilità, va bene, ma senza i libri come compagni neanche la solitudine è virtuosa, e qua coi libri c’è più di qualche problema.

Forse la questione sta nell’accettare che la bolla non è più sostenibile, che il sistema va cambiato e riattraversato da saperi e artigianati più diversi, per esempio aprendosi a modalità nuove di produzione e condivisione: lavori collaborativi, progetti ibridi, attivismi localizzati, formazione divergente, integrazione e interscambio tra pratiche diverse, libri pure tradizionali, a bassa tiratura e ad alta intensità, archivi che li accolgano, gruppi leggenti da luoghi e istituzioni precipue e/o disparate che li ri-usino. In questo quadro, la lettura sarà forse inevitabilmente diversa da quella del 1957. Penso che rimanga importante, perché è una delle attività più potenti di costruzione della soggettività, del sapere e dell’immaginazione del futuro. Forse, infine, dobbiamo scrivere altro.

________

Alessandro Gilioli, “Gruppo Gedi: cronistoria di una catastrofe”, 16 dicembre 2025, https://www.micromega.net/gruppo-gedi-cronistoria-di-una-catastrofe

Giulio Mozzi, “La verità vi prego sull’editore”, 16 dicembre 2025, https://www.snaporaz.online/la-verita-vi-prego-sulleditore/

Francesco Quatraro, “Mai più libri”, 17 dicembre 2025, https://www.iltascabile.com/linguaggi/mai-piu-libri/

3 Commenti

  1. Cara Renata,

    intanto grazie del tuo post e degli articoli che segnala. Per ora ho letto quello di Francesco Quatraro apparso sul “Tascabile”. Che dire? Da tempo non leggevo un articolo cosi lucido, nel cercare di cogliere la dinamica globale del problema, le ragioni strutturali della “bolla”. Partiamo dalle conseguenze, dall’esperienza comune che queste conseguenze creano. Sono un cosiddetto lettore forte. Cosa mi succede quando entro negli ultimi anni in una libreria, a meno che non abbia già un titolo preciso da prendere, il che mi esenta dal soffermarmi accanto agli scaffali? Nausea e disorientamento. E non sono proprio l’ultimo arrivato. Leggevo da qualche parte, poco tempo fa, che di fronte a questo “disorientamento” molti lettori si gettano sui “classici”. Ma è spesso quello che faccio anch’io. I miei classici magari giungono fino alle seconda metà del novecento, ma sono il contrario di una scoperta.
    Quatraro illumina la causa:

    “Lo abbiamo visto: se l’editoria smette di fare il proprio mestiere, ovvero di scegliere, come ci si aspetta che reagisca il pubblico? Percependo una mancanza di scelta, pare evidente.”

    L’editoria “non sceglie”, e le scelte del giornalismo culturale e della critica non sono cosi evidenti o convincenti. (Ma il discorso su giornalismo culturale e critica andrebbe affrontato a parte, segue ancora altre logiche.) E il lettore se ne rende conto.

    Riprendoun altro passaggio di Quatraro:
    “Il ritornello La gente non legge più, allora, non sta lì a segnalare tanto un problema culturale quanto a indicare il cortocircuito della filiera. È una frase che non descrive il pubblico, bensì descrive l’incapacità di un settore di comprendere che la sovrapproduzione, l’autoreferenzialità e la dispersione non sono anomalie, ma esiti prevedibili di un sistema che ha smesso di avere un rapporto sensato con chi dovrebbe raggiungere.”
    Lo riporto perché intorno agli anni Zero, ma probabilmente già ancora prima, quando cioè si cominciava ad oliare la macchina della non scelta, tutto cio’ che non entrava nel conto, che non prometteva ritorni “quantitativi” di qualche tipo, visibilità e vendibilità facile, comincio’ ad essere tacciato di elitismo e di autoreferenzialità. L’accusa cadde per prima su chi faceva poesia, e a maggior ragione su quell* che in più pretendevano fare poesia in modi “diversi” rispetto a qualche codice di genere dominante. E’ una triste e magra soddisfazione verificare che dopo che la macchina della non-scelta ha dispiegato pienamente tutte le sue forze, essa stessa si scopra “autoreferenziale” in toto. E che dentro questa autoreferenzialità siano finiti pure i romanzieri, ossia i membri più nazional-popolari e anti-elitisti della corporazione.
    Questa situazione pero’ potrebbe incitare tutti quanti a riconsiderare da capo e in modo diverso tutta una serie di faccende.

    Un punto da cui ripartire è la lettura. Ma non dalla lettura come “prestazione”. Ricordo i commenti grotteschi dei giornalisti televisivi durante i mesi bui della pandemia e del confinamento. Dopo debita parafrasi, il loro succo era questo: “Ragazzi, è praticamente la fine del mondo; stiamo morendo come mosche, gli ospedali esplodono, non possiamo neanche fare due passi all’aria aperta per sgranchirci le ossa, rischiamo di ammazzare i bimbi che abbiamo a casa tutta la giornata, è quindi ORA di (RI)SCOPRIRE LA LETTURA.” Questa è la concezione della lettura che la nostra cultura capitalistica è riuscita ad esprimere: quando siete alla frutta, avete raschiato il barile dell’intrattenimento e del confort, quando non avete più via d’uscita, e cominciate a visuallizzare delle corde annodate da far pendere da qualche gancio, allora e solo allora NON VI RESTA PIU’ CHE LEGGERE, non vi resta più che questa magnifica attività, che confina praticamente con le azioni dei santi, come digiunare su una colonna o cose del genere.

    Renata, tu proponi alla fine: “modalità nuove di produzione e condivisione: lavori collaborativi, progetti ibridi, attivismi localizzati, formazione divergente, integrazione e interscambio tra pratiche diverse, libri pure tradizionali, a bassa tiratura e ad alta intensità, archivi che li accolgano, gruppi leggenti da luoghi e istituzioni precipue e/o disparate che li ri-usino.” Io non ho capito del tutto a cosa tu pensi concretamente, non ho capito se si nominino cose che alcuni di noi stanno già per necessità facendo da un po’ di tempo o siano piste tutte ancora da costruire. Ma sono tutto orecchi.

    Intanto pero’ apprezzo grandemente, e capisco perfettamente, quanto tu dici qui: “Penso che rimanga importante, perché è una delle attività più potenti di costruzione della soggettività, del sapere e dell’immaginazione del futuro.” Io intanto partirei da questo.

  2. Il declino di un paese si manifesta precocemente alla periferia: mani e braccia edematosi, ulcere, onicosi. Il nostro è un paese che è passato, nel volgere di poco decenni, dall”indigenza economica e culturale (fino al secondo dopoguerra) alla ricchezza, ma soltanto quella economica. Da alcuni decenni la ricchezza economica non viene più prodotta e gli italiani si sono convertiti in ereditieri. Non si produce più ma si vive delle ricchezze accumulate, a livello statale si campa a debito. Ecco, al netto di un cambio tecnologico che pure è, secondo me, la causa principale del declino della lettura e dei media tradizionali, come ignorare il brutale fatto del declino del nostro paese? L’Italia si sta rattrappendo e le estremità esornative, l’arte e la cultura in generale, stanno morendo per prime. Diciamo che sarà anche occasione di pulizia, di igiene. Qualcuno potrebbe obiettare che ciò porterà a buttare il bambino con l’acqua sporca. A me sembra che il bambino non fosse proprio un granché e che l’acqua fosse ormai fetidissima.

  3. Scusate il ritardo di questa replica, sono rimasta invischiata tra i panettoni e gli orrori in onda.

    Nel frattempo sono uscite altre belle riflessioni. Per esempio: “Separare la cultura dall’editoria” di Gianfranco Pellegrino, uscito nel substack di Stefano Feltri — https://open.substack.com/pub/appunti
    Ne cito un breve estratto:
    “La domanda più sensata da porsi di fronte alla crisi dell’editoria come settore merceologico e produttivo e come maniera di fare cultura è, dunque, non tanto (o non soltanto) come arrestare la crisi.
    Semmai, il problema è come svincolare la cultura – nel senso di pensiero critico e di produzione letteraria di qualità – dalle secche di una modalità di produzione che mostra la corda.”
    Da leggere per intero, è accessibile a tutti. Vi faccio solo uno spoiler: non salveremo l’editoria né i suoi mestieri se non riusciamo a nutrire una “discussione pubblica democratica di livello elevato.”

    Poi, Loredana Lipperini ha rilanciato una sua intervista con Wu Ming, che rivendicano, a fronte dell’iperproduzione suicida, l’importanza della presenza:
    https://lucysullacultura.com/come-salvare-leditoria-italiana-wu-ming-1-ha-unidea/
    Mi interessa questo riportare il ‘corpo’ nella questione, ho dei seri dubbi che si possa farlo in una modalità puramente presenziale. Anche il libro è un corpo, che ci unisce e supera. Per esempio: stiamo sostenendo, come stato italiano dico, in qualche modo le biblioteche pubbliche? Rispetto a questo Stefano Zangrando ha fatto una proposta:
    https://salto.bz/de/article/21122025/appunti-uninternazionale-bibliofila

    Di Wu Ming sono uscite delle note sul nesso (e lo iato) tra scrittura umana e AI, che riguardano anche il nostro discorso: https://www.wumingfoundation.com/giap/2025/12/letteratura-e-intelligenza-artificiale/

    Io invece vorrei aggiungere: siamo abbastanza consapevoli, credo, che il capitalismo neoliberista non fa bene a quasi nulla sul pianeta, perché dovrebbe fare bene ai libri? Cerchiamo di spiegarci la “crisi del libro” o la “crisi della lettura” con TikTok, l’AI, non c’è più lo stile, le ‘siure’ leggono solo i romance ecc, ma siamo seri/e: c’è un effetto combinato di gruppi editoriali e distributivi che devono fatturare + una orizzontalità che non produce pluralismo ma da cui viene estratto valore + la brandizzazione delle voci e l’inseguimento narcisista dell’aura + il declino strutturale del lavoro culturale, manipolato (e punito) da chi non ha alcun interesse a promuovere la conoscenza e l’immaginazione. Insomma, per salvare le condizioni materiali di pensiero e scrittura, non basta “fare meglio promozione”, e neanche “il bello scrivere”: mi sa che va proprio ripensato il sistema. Ovvero: salvaguardare l’istruzione pubblica e l’intero ecosistema di formazione, informazione, giornalismo e cultura del libro. Insomma, più in generale direi che si tratta di salvare il sistema democratico.

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renata morresi
renata morresi
Renata Morresi scrive poesia e saggistica, e traduce. In poesia ha pubblicato le raccolte Terzo paesaggio (Aragno, 2019), Bagnanti (Perrone 2013), La signora W. (Camera verde 2013), Cuore comune (peQuod 2010); altri testi sono apparsi su antologie e riviste, anche in traduzione inglese, francese e spagnola. Nel 2014 ha vinto il premio Marazza per la prima traduzione italiana di Rachel Blau DuPlessis (Dieci bozze, Vydia 2012) e nel 2015 il premio del Ministero dei Beni Culturali per la traduzione di poeti americani moderni e post-moderni. Cura la collana di poesia “Lacustrine” per Arcipelago Itaca Edizioni. E' ricercatrice di letteratura anglo-americana all'università di Padova.
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