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Oggi penso a Renée Good

Di Francesca Matteoni

Oggi penso a Renée Nicole Good, uccisa a Minneapolis
il 7 gennaio 2026 alle 9.37 del mattino da un agente dell’ICE
che il poeta Cornelius Eady definisce “squadra di annullamento
Renée –
bianca, lesbica, madre, vicina di casa, poeta.
Il volto pieno si affaccia dal SUV, dice
“ok, amico, non ce l’ho con te”, forse ha paura, forse ricorda
come ogni donna prima o poi ammansisca un uomo brutale
(perbene, rispettabile, perfettamente sociale)
mentre stringe i pugni di una rabbia immortale.
Sua moglie guarda negli occhi gli agenti del nulla –
sarcasmo contro arma da fuoco. Anche lei ha paura.
Paura e rabbia, paura e rabbia, mentre riallacciamo i fili distrutti
tessiamo mutilate la trama per un tempo senza sopraffazione.
Noi donne non dovremmo mai dire la verità,
perché siamo
giovani inesperte, vecchie ingobbite, nere, queer, madri che allattano,
bianche, fricchettone, senza figli, in carriera, gialle, vagabonde di strada, isteriche,
disinibite, rosse, stolte, ubriache –
ma la diciamo comunque

lingue acute, corpi che prendono spazio
o lo rifiutano
i liquidi, i seni pendenti, la peluria ostile, la pancia di statuette asiatiche,
fertile, rilassata,
o le ossa, le lame, i punteruoli a tendere la mappa della pelle.
Siamo troppo – viviamo.

“Fottuta puttana”, risponde l’uomo dopo averle sparato, tre volte, nella faccia –
solo così riacquista la parola, ma ecco lui non può parlare.
Quel tipo di potere non parla.
Il potere di Renée invece sgorga mentre il teschio
si rompe, è dolore, è giustizia, è fiumana
lo assorbono, lo traducono, lo tatuano accanto ai nomi di coloro
che squarciano l’infamia della distanza.
Scrive Renée dello scarto minimo fra l’essere e il morire
mai riducibile agli apparati asettici della scienza
o alla nenia consolante delle fedi
lo stesso scarto, che ci divide ora –
punto l’indice immaginario
Stati Uniti
Minnesota a settentrione, quasi al centro
allungo il braccio e un oceano è poco più del getto
d’acqua calda a cui rilascio il corpo, ma l’acqua
si appiccica, si addensa questa volta
non scorre
si trattiene in me perché io stia fiera
sulla soglia fra la mia casa e gli imperi, fra la mia lingua e l’altra –

oggi, penso a Renée Good
potrei essere lei. Penso alla me di sette anni
le trecce, i jeans sporchi, il sedicenne bullo
a cui fa la predica, perché la smetta di minacciare i bambini
e mia nonna alla finestra
non dice nulla e osserva, mi lascia fare
mia nonna, convinta che io debba e possa sempre parlare
mia nonna che mi dà la merenda quando rientro, bocca serrata
nessun pianto, dopo aver sostenuto lo sguardo di lui che sibila: ti ammazzo.
Penso alla me gettata sull’uomo che amavo
le botte della guardia notturna, lo sbirro che avverte: lei non c’entra
ancora alla mercé di una volontà maschile che non voglio
o alla me nel sottopasso della stazione, con i soliti agenti in truppa
su un ragazzo nordafricano. Io che rallento, poso la borsa a terra.
“Lei che fa?”, chiede uno. “Io? Io guardo”. “Lei non può stare qui”.
“Io? Io posso. Il sottopasso è pubblico, suo quanto mio”.
E tremo, dentro gli abiti tremo, vorrei urlargli quanta frustrazione deve provare
chi ha bisogno di un’arma per pensarsi al sicuro
da tutte quelle donne che studiano o svuotano i bidoni, dai bambini
che rubano nei supermercati,
dal piccione che libera l’intestino sul passante, dal mozzicone fradicio
di sigaro sul binario della ferrovia.
Oggi penso a Renée Good
penso no, non ci è bastata la lezione
continueremo a imparare quanto è problematico essere buone
buonissime fottute puttane

penso a Renée, penso a Rochelle Bilal, sceriffo di Filadelfia
donna, nera, penso al velluto della sua voce che mi sale addosso
mi ripete –
Renée Good, Renée Good, Renée Good
a chi sceglie di difendere e creare, di parlare
penso al figlio, alla madre, alla moglie di Renée, al suo cane
come se fossero le mie sorelle, le mie madri, il mio amante, i miei gatti
penso al perché scriviamo poesie e le leggiamo
nella spietata umana ottusità industriale, e lasciamo che ci ridano dietro
uccidano quelle di noi che sono al posto giusto nel momento giusto
penso all’odio che può scandire una lingua
nella sua compassione
su questa terra, l’unica, di autocrati che massacrano popoli
penso alla poesia, al bandito che fugge
per essere causa della loro morte, infine, alla fine

sotto la doccia tutte le poesie che non leggerò più a mia nonna
i genocidi, i lupi braccati, le manette, le terre rare, le esplosioni
i proiettili, le donne tirate via per i capelli
nelle centrali di polizia, la polvere al posto delle case
gli incendi, i ragazzi che tirano sassi ai cecchini, le bestie, le città fracassate
le auto con i cani dentro,
mi aggrappo, perché nessuna di noi vuole morire
prima della lotta
un unico corpo che tracima nella parola che alziamo
da giorni, per anni fino al domani
oggi penso a Renée Good

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renata morresi
renata morresi
Renata Morresi scrive poesia e saggistica, e traduce. In poesia ha pubblicato le raccolte Terzo paesaggio (Aragno, 2019), Bagnanti (Perrone 2013), La signora W. (Camera verde 2013), Cuore comune (peQuod 2010); altri testi sono apparsi su antologie e riviste, anche in traduzione inglese, francese e spagnola. Nel 2014 ha vinto il premio Marazza per la prima traduzione italiana di Rachel Blau DuPlessis (Dieci bozze, Vydia 2012) e nel 2015 il premio del Ministero dei Beni Culturali per la traduzione di poeti americani moderni e post-moderni. Cura la collana di poesia “Lacustrine” per Arcipelago Itaca Edizioni. E' ricercatrice di letteratura anglo-americana all'università di Padova.
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