Profezia è Predire il Presente
di Francesco Memo
Come accostarsi a Pasolini a cinquant’anni tondi dal suo assassinio? Come affrontare questo anniversario di morte senza tradire la vitalità che ha alimentato l’incessante lavoro culturale e la multiforme vena del poeta di Casarsa?
Una risposta originale la fornisce Massimo Zamboni in P.P.P, uno spettacolo di musica e parole che lo scrittore e chitarrista emiliano – fondatore dei CCCP, con cui è stato recentemente in tour – sta portando su e giù per l’Italia, accompagnato da Cristiano Roversi ed Erik Montanari, e che ha trovato traccia anche in un album pubblicato da Le Vele/Egea.
Come spesso in Zamboni, i titoli sono cruciali perché rappresentano la porta di accesso a progetti sempre molto meditati; in questo caso la firma di Pasolini diventa l’acronimo di una frase che è già una dichiarazione programmatica: Profezia è Predire il Presente.
La chiaroveggenza è un topos di cui si alimenta il mito pasoliniano. Ma si sbaglia a cercare in Pasolini una sorta di profeta mistico, disconnesso dalla realtà politica e sociale. Come scrive Zamboni nel libretto che accompagna il disco (impreziosito dalle belle fotografie di Diego Cuoghi), la sua non era divinazione, ma intelligenza, cultura e attenzione allo stato delle cose.
Ciò che muove Pasolini è infatti la capacità rabdomantica di attraversare e rivelare non il futuro ma il tempo presente, di vedere cioè oltre le verità consolidate, a cui in molti si arrestavano. Queste rivelazioni assumono spesso la forma di illuminazioni che legano insieme presente e passato, contestando l’idea di progresso con una concezione mitica, o sarebbe forse meglio dire archetipa, di permanenza dell’antico. Visioni ossessive, sempre più simili a incubi di distruzione e di crollo, che mettono al centro chi è fuori dal Centro: la vita brulicante, spontanea, e in qualche modo libera, delle moltitudini ai margini della Storia.
Dal cataclisma antropologico che investì il popolo italiano con lo sviluppo del dopoguerra, al coraggio, al limite dell’incoscienza, con cui Pasolini additava la mutazione criminale del potere, la nuova pelle del serpente fatta di stragi e violenza, ma anche di omologazione e seduzione del consumo. Fino alla sensibilità ambientalista ante litteram (che condivideva con Calvino) con la quale intercettò i segni di devastazione nel paesaggio del nostro paese: proliferazione edilizia, periferie stravolte, sovrapporsi scomposto di fragile modernità e lunga durata, con la scomparsa delle forme di vita popolari e dei loro modi secolari di interagire con il territorio.
Il movimento che segue Zamboni nell’accostarsi all’universo di Pasolini è duplice: centripeto, verso la sua opera, e centrifugo, dalla sua opera al mondo. Il primo movimento si manifesta nella scelta coraggiosa di intervallare le canzoni con la lettura dei testi, e soprattutto delle liriche, di Pasolini.
Perché coraggiosa? Perché Pasolini è un autore tanto retoricamente celebrato quanto poco letto. Come ha sottolineato Paolo Desogus su Il manifesto, il nome di Pasolini non rimanda più all’opera o all’esperienza intellettuale di uno degli autori più significativi del Novecento, ma a un personaggio di finzione, a una figura opaca che ha smesso di essere sorgente di senso, spazio di interrogazione. La sua vita e la sua opera vengono ridotte ad un frusto campionario di citazioni, così rimasticate e vuote da adattarsi ad ogni uso. Ne hanno offerto prova le celebrazioni ufficiali a Montecitorio di qualche giorno fa, quando persino esponenti politici eredi di quel neofascismo che Pasolini ha combattuto per tutta la vita hanno avuto il coraggio di appropriarsi di brandelli ad hoc del suo pensiero.
È anche vero che il corpo dell’opera pasoliniana è debordante e frattale: una poesia rimanda ad un pezzo giornalistico, che a sua volta rimanda ad un film e da lì ad un’altra poesia, in una organicità difficilmente districabile. Organicità anche biologica, perché intessuta con la vita stessa di Pasolini. Ma se vogliamo ricercare la chiave di questo mistero, sempre ammesso che questa chiave esista, non c’è dubbio che è alla sua poesia che dobbiamo guardare innanzitutto. Quella poesia intima ma insieme così pubblica: riflessiva, con un riferimento interno, diaristico, e insieme proiettata verso un interlocutore esterno e collettivo, perché civica e moralistica. E la scelta di Zamboni è spiazzante perché oggi la poesia non si legge più, men che meno ad alta voce: al massimo, la si analizza intorno ai banchi di scuola o nelle aule universitarie, come un corpo morto, come un’autopsia eseguita in un gabinetto anatomico.
Il richiamo al corpo ci permette di fare un’altra considerazione. Pasolini è un poeta che potremmo definire epidermico, non nel senso di superficiale, ma nel senso che ciò che osserva e propone al lettore – sia un luogo fisico o uno snodo teorico, un paesaggio umano o un passaggio marxiano – è sempre frutto di una esperienza diretta, personale, fatta di pensieri lunghi ma alimentata da sensazioni “a pelle” (epidermiche, appunto), nel quale è sempre il corpo ad entrare in relazione, ad immergersi nella realtà osservata. E un ruolo fondamentale in questo, come ha messo in luce con forza Marco Belpoliti, lo gioca l’omosessualità di Pasolini, filtro costitutivo del suo rapportarsi al mondo, in senso sia euristico che valoriale.
Del resto, Pasolini non ha mai nascosto questo dato costitutivo del suo essere scrittore e polemista: ”E’ da questa esperienza, esistenziale, diretta, concreta, drammatica, corporea, che nascono in conclusione tutti i miei discorsi ideologici”, scrive a pochi mesi dalla morte. Denunciava i mali della società perché quei mali li conosceva personalmente, ne faceva esperienza in modo concreto, privato, senza filtri: in maniera disperata, per usare un aggettivo profondamente pasoliniano. In una delle ultime poesie, Pasolini fa di sé questo ritratto: “Parla, qui, un misero e impotente Socrate/ che sa pensare e non filosofare,/ il quale ha tuttavia l’orgoglio/ non solo d’essere intenditore/ (il più esposto e negletto)/ dei cambiamenti storici, ma anche/ di esserne direttamente/ e disperatamente interessato.”
Pasolini è dunque un intellettuale debordante, contraddittorio perché la sua innegabile acutezza clinica non nasce da un’osservazione distaccata e razionale della società. Lo ha dimostrato Gianni Biondillo analizzando il rapporto passionale e fisico – così distante da una presunta scientificità, che si pretende oggettiva – tra Pasolini e la città, a partire da Roma, città per eccellenza, così spesso attraversata e rappresentata nelle sue opere. In Pasolini la descrizione stratificata dello spazio architettonico e urbano (anche, e forse soprattutto, nei suoi elementi minori e minuti: un muricciolo, i vicoletti, le case di borgata, i prati desolati) scaturisce da una scoperta fisica, da un’esplorazione sensoriale, come lo sono i suoi resoconti dal Sud globale, contadino e primordiale.
Se teniamo conto di questa immersione sensuale e passionale nella realtà, possiamo comprendere anche il plurilinguismo che contraddistingue l’opera di Pasolini: friulano, italiano letterario, registri quotidiani e gerghi specialistici, lingue straniere, romanesco in film e romanzi, sono tutte sfaccettature di un’esperienza frammentata ma univoca (perché personale) della realtà e della storia.
Ma torniamo allo spettacolo P.P.P e a Massimo Zamboni. Il secondo movimento, quello centrifugo, prende la forma di una rilettura pasoliniana del proprio repertorio. È come se Zamboni guardasse alle proprie canzoni come si guarda a pianeti sconosciuti, perché illuminati in maniere inedita dalla luce riflessa della stella-Pasolini. Qui il cantautore reggiano lascia affiorare quanto di pasoliniano – ed è molto – c’è nella sua produzione, selezionando da album vicini e lontani (si potrebbero aggiungere quelli con i CSI) una manciata di canzoni che rimandano a Pasolini sia direttamente sia indirettamente.
È il caso di una canzone come Persona non grata (del 2008), che cita quell’allarme totale lanciato da Pasolini nella sua ultima intervista (“siamo tutti in pericolo”), che risuona oggi apocalittico e concreto insieme, come pure la notissima elegia dei ruderi che contiene uno dei suoi versi più potenti (“sono una forza del passato”). Alla seconda categoria appartengono canzoni che dialogano con Pasolini per assonanza di temi: l’isolamento ricercato e imposto, le belle bandiere e la delusione dell’impegno, il popolo minuto e la massa informe, la ferocia nel mondo e la rabbia nell’anima.
Si aggiungono, infine, tre brani inediti scritti apposta per questo progetto – La rabbia e l’hashish, Cantico cristiano, Tu muori – e l’interpretazione di quello che è il più bel componimento in musica e parole dedicato a Pasolini e alla sua barbara morte: Il lamento di Giovanna Marini. Illumina lo spettacolo di una luce calda e nostalgica anche un’altra canzone – cantata in lusitano e ripresa da José Alfonso: Grândola villa morena – omaggio all’ultima vittoriosa rivoluzione contro un regime fascista europeo: quella incruenta dei garofani portoghesi del 1974.
Nell’insieme P.P.P. Profezia è Predire il Presente è un periplo intorno all’enigma Pasolini, un autore così scoperto nel mettersi in mostra e in gioco pubblicamente, ma che al fondo rimane distante e impenetrabile. Zamboni ci invita senza didascalismi a dare spazio alla voce di Pasolini, per interrogarlo ancora, inoltrandoci in un bosco che, da una lettura ad un’altra, da un brano al successivo, si fa via via più scuro e funereo. Ma non potrebbe essere altrimenti, considerati l’epilogo tragico della vita del grande intellettuale e, dall’altra parte, l’involuzione che il nostro mondo ha conosciuto da allora.
Nel 1964, undici anni prima di essere ammazzato, Pasolini scrive una delle molte prefigurazioni della propria morte: “sono come un gatto bruciato vivo,/ pestato dal copertone di un autotreno,/ impiccato da ragazzi a un fico,/ ma ancora almeno con sei/ delle sue sette vite,/ come un serpe ridotto a poltiglia di sangue/ un’anguilla mezza mangiata”.
Violenza evocata, con funzione apotropaica, che spesso si colora anche di sensualità, perché nella poetica pasoliniana il legame tra Eros e Thanatos è sempre scoperto, dichiarato. Ma anche il richiamo a Cristo, e alla sua passione, che risuona in tutte le fasi della ricerca pasoliniana come un basso continuo. Immagini brucianti che non possono non sovrapporsi alle terribili fotografie del suo corpo maciullato, non possono non intrecciarsi con quella violenza indicibile di cinquanta anni fa, che ancora oggi rimane senza un movente e senza una vera paternità.
In questo senso, non si può ancora lasciar andare Pasolini, liberarlo dal buio di quella maledetta notte, tra il 1 e il 2 novembre del 1975, per tentare di sbrogliare il filo di un’esistenza fin troppo breve e certamente più ampia di una sola vita. In questo senso, non si può evitare di cercare ancora nella sabbia dell’Idroscalo di Ostia, impastata del suo sangue, le tracce dell’immensa e inesausta eredità che Pasolini ha lasciato dietro di sé.
