Il mistero Hilda Hilst

di Lisa Ginzburg

L’anarchia nell’uso della punteggiatura intimidisce, perché come accadrebbe nella realtà ascoltando un soliloquio, o un’invettiva, o un semplice discorso pronunciato senza pause, o pause come intervalli astratti e decisi in maniera solo arbitraria, il disagio nasce dal tenere come auditori il fiato sospeso esattamente come accade al dicitore, o scrittore. Questa la prima componente di stile che rende da subito inconfondibile, ma anche “ingombrante” (perché informe, scontornato da limiti non consueti, eccessivo) l’oggetto letterario che questo testo di Hilda Hirsch definisce. Lei, scrittrice di prosa e più ancora prolifica autrice di versi, possiede prosa che della poesia ha soggiacente il respiro, il “flatus”, fiato ininterrotto perché sempre vicino all’anima, in risonanza con i di lei sussulti, soliloqui, silenzi.

Molto silenzio, tra le righe di questa prosa che quasi non conosce arresto.

Lei, Hilda Hilst, in Italia ancora praticamente semi sconosciuta, nel “suo” Brasile fu a lungo trascurata dalla critica, legittimata come poeta più che come narratrice solo negli ultimi anni della vita. Il padre era un ricco commerciante di caffè al quale era stato diagnosticato un disagio psichico invalidante, la madre una proprietaria di fazenda, la Casa do Sol, vicino a Campinas, un luogo ampio e agiato dove Hilda, stanca della mondanità paulista, meno che trentenne si ritira, per vivere, con consapevolezza ma anche con fiera noncuranza del proprio privilegio sociale, la sola vita che le interessi condurre. Scrivere, prosa, poesia, teatro.

Spesso affiancata a Clarice Lispector, Hilst conduce con analogo rigore letterario una ricerca autoriale però molto diversa, se anche ci si attenga a quest’unico L’oscena signora D. Il rapporto con le parole è legame d’amore: meticoloso, ossessivo, intessuto di una cura che trascende lo stile, che è segno di puro, incondizionato sentimento amoroso. Controllo viscerale, fisico, di parole concepite e maneggiate nel loro essere effetti della fisicità: qualcosa di assai differente dal dominio che Clarice Lispector esercita sulla lingua in termini di intelligenza raffinatissima e mirabolante figuratività immaginativa. Qui, nella scrittura di Hilst, tutto si gioca sul piano di visioni, suoni: immagini di una carnalità che sempre chiede di ritornare al corpo, secondo un percorso restituito nell’egida di un inesausto aderire al dettaglio di ogni momento del sentire.

Quel che più colpisce è allora il flusso ininterrotto, uno stream of consciousness articolato in linguaggio 4carnale tanto quanto scarnificato. Un procedimento che sortisce lo specialissimo risultato di un grado di scrittura prossima  al «misticismo». 

“E i gesti, mio Dio, come me li sono presi: lenti frivoli pausati a ricevere il mondo, intrepidi grotteschi. E i gesti passi di parole di coloro che mi hanno fatto sentire amore, gratitudine in tutta me stessa, e che oro che succulenze che aroma avrei desiderato avere, e case luccichii, uccelli, poesie, luce avrei desiderato essere, tutto ai piedi di coloro che mi hanno fatto sentire amore”.

Mistico questo Io che scrive avvertendosi solo, staccato dal resto, secondo un grado di separazione tale da portarlo a oggettivare il proprio stesso desiderio. Al di là di quanto possa risultare vibrante il sentimento d un Io che appartato scrive, al di là delle molte incursioni dell’eros che innalzano immediatamente l’intensità della lingua, altra caratteristica assolutamente “mistica” è che in ogni pagina di questo soliloquio amoroso sempre la parola è corpo, e il corpo è parola. L’oscenità (termine usato per parossismo, ma efficace) coincide allora con quel che di più puro il linguaggio possa raggiungere : identità di pulsione e voce, di desiderio e suo timbro, di tormento erotico e sua intonazione.

 
Predominante sul contenuto (osceno come il titolo evoca, solamente perché a venire raccontato é un desiderio sessuale pulsante, vibrante, reale in spregio a qualsiasi sogno) c’è lo stile. Un ostinato amore per il “mezzo”, che rende questo libro una lezione di quel genere di purezza di intenzioni di cui la letteratura mai come ora ha fame, sete. Bisogno, come dell’ossigeno. 

 

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Lisa Ginzburg ha scritto i romanzi Desiderava la bufera (Feltrinelli 2002), Per amore (Marsilio 2016, Au pays qui te ressemble, Verdier 2019), Cara pace (Ponte alle Grazie 2020, candidato al Premio Strega), le raccolte di racconti Colpi d'ala (Feltrinelli 2006, Premio Teramo 2007) e Spietati i mansueti (Gaffi 2016, Premio Renato Fucini 2017), i mémoir Malìa Bahia (Laterza 2007), Buongiorno mezzanotte, torno a casa (Italo Svevo 2017) e Pura invenzione. Dodici variazioni su Frankenstein di Mary Shelley (Marsilio 2018). Collabora con Avvenire.
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