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Perché la guerra di Trump e Netanyahu in Iran è illegale e viola il diritto internazionale

 

di Giuseppe Acconcia

Nessuna guerra è necessaria ma questa di Stati Uniti e Israele contro l’Iran lo è ancora di meno. Mentre cresce il fronte di chi non vuole sostenere l’intervento statunitense e israeliano come la Spagna e chi avanza seri dubbi sulla sua legittimità, come Francia, Canada e Gran Bretagna, è importante chiarire che non esistevano delle prove di un attacco imminente da parte iraniana contro altri paesi. La possibilità che Teheran fosse nell’imminenza di lanciare missili contro l’Europa o addirittura più lontano non è sostenuta da alcuna prova reale. Lo stesso si può dire della possibilità che l’Iran stesse per realizzare un’arma nucleare, smentita dallo stesso direttore dell’Agenzia internazionale per l’Energia atomica (Aiea), Rafael Grossi.

Perché i raid statunitensi e israeliani sono illegali

I raid di Usa e Israele, inclusi quelli della guerra dei 12 giorni dello scorso giugno, sono illegali e violano il diritto internazionale. Per Marko Milanovic, docente di diritto internazionale all’Università di Reading, “i raid sono chiaramente una violazione delle norme delle Nazioni Unite che proibiscono l’uso unilaterale della forza tra gli stati”. “L’autodifesa è la sola possibile eccezione a questo divieto ma non è applicabile al caso dei raid statunitensi e israeliani”, ha aggiunto il docente.

L’articolo 2 delle Nazioni Unite proibisce l’uso della forza con l’eccezione di due casi: se c’è l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, per autodifesa, e se un attacco avviene contro uno stato membro delle Nazioni Unite.

L’autodifesa

Il Consiglio di Sicurezza Onu non ha autorizzato i raid del 28 febbraio scorso, lasciando aperta la sola possibilità che si trattasse di autodifesa. Il diritto internazionale criminalizza anche l’uso della forza se non nei casi detti prima.

E così chi ha autorizzato questo tipo di raid può essere processato dai tribunali internazionali per crimini di guerra. L’aggressione è uno dei quattro crimini secondo la Corte penale internazionale, con il genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Tuttavia, nessuno dei tre paesi in conflitto ha sottoscritto il trattato fondativo della Corte penale internazionale.

Un attacco preventivo per autodifesa è possibile solo quando è previsto un attacco imminente. Molti paesi rifiutano completamente la possibilità che siano ammessi attacchi preventivi perché sono basati su false percezioni di minacce. Un esempio in questo senso può essere l’attacco in Iraq contro Saddam Hussein del 2003, sebbene non avesse, come è stato poi dimostrato, le cosiddette armi di distruzione di massa, usate come pretesto per fare la guerra.

La minaccia nucleare è stata costantemente esagerata

Con il tempo sarà ancora più evidente fino a che punto sia stato Israele a spingere gli Stati Uniti, nonostante le smentite di Trump, a entrare in questa guerra così come è successo lo scorso giugno. Il segretario di Stato Usa, Marco Rubio, ha suggerito questa interpretazione quando ha spiegato che intervenire in seguito avrebbe aumentato i rischi di perdere vite umane statunitensi.

È plausibile che la decisione di attaccare sia arrivata durante l’ultimo incontro tra Trump e Netanyahu di mesi fa a Washington. Quello che è certo è che Israele ha impedito che i negoziati sul nucleare venissero presi seriamente da parte degli Stati Uniti, ha sempre ostacolato qualsiasi possibilità di dialogo tra i due paesi per evitare una guerra che va principalmente nell’interesse di Tel Aviv. E così mentre si negoziava, Israele e Stati Uniti erano già pronti ad ammassare truppe per attaccare l’Iran.

Non solo, lo stesso ministro degli Esteri dell’Oman, il principale mediatore nel negoziato, aveva formalmente assicurato che l’Iran “non avrebbe mai usato l’uranio arricchito per creare una bomba”. E poi esiste una fatwa in questo senso dell’ex guida suprema, Ali Khamenei, uccisa nei bombardamenti, che vieta l’arma nucleare.

Non solo, lo stesso Trump aveva assicurato dopo gli attacchi di giugno alla centrale di Fordow e in altre località che le capacità nucleari del paese fossero state completamente cancellate.

Non è un’operazione proporzionata

E poi quando si parla di imminenza di un attacco si fa riferimento a una finestra temporale ben precisa e molto ristretta che non esiste nel caso della guerra all’Iran.

Come ha continuato Milanovic, l’uso della forza deve essere comunque proporzionato. “Attaccare l’Iran durante i negoziati è difficile che possa essere considerato un atto di difesa”. Si tratta di una chiara violazione di qualsiasi principio di fiducia reciproca, come sottolineato da Teheran.

Poi bisognerà valutare l’estensione della risposta militare iraniana per analizzarne la proporzionalità. Teheran ha deciso di coinvolgere il più possibile i paesi arabi vicini attaccando basi statunitensi ed europee nella regione, attivando le milizie sciite in Iraq e Libano, chiudendo lo Stretto di Hormuz. Sono 1400 i morti iraniani al sesto giorno di guerra, e poche decine le vittime di Israele e sei i soldati statunitensi.

Crimini di guerra

Nonostante la percezione dei Repubblicani negli Stati Uniti, animati da una vera e propria iranofobia, dell’aggressività regionale iraniana che ha spinto Trump nel 2018 a stracciare l’accordo sul nucleare, voluto dall’ex presidente Barack Obama, l’Iran non ha mai tentato di esportare il modello rivoluzionario post-khomeinista. Se altri paesi hanno seguito gli schemi decisionali iraniani o hanno permesso alle milizie sciite di essere attive in altri paesi, lo hanno fatto nel vuoto di potere lasciato dagli Stati Uniti nella regione dopo il loro ritiro.

D’altro canto, fin qui gli attacchi al palazzo del Golestan, patrimonio Unesco, l’uccisione delle piccole studentesse nella scuola Minab, oltre 160, l’attacco all’ospedale Ghandi di Teheran possono davvero essere inquadrati come crimini di guerra di Israele e Stati Uniti.

L’intervento a sostegno delle masse

Se poi l’intervento Usa è stato motivato dalle mobilitazioni di piazza che hanno portato migliaia di iraniani a protestare contro la Repubblica islamica, a partire dallo scorso 28 dicembre, come spesso sostenuto da Israele, bisogna finalmente ammettere che si tratta davvero di un protesto che si è volatilizzato in pochi giorni.

La possibilità per gli iraniani di scendere per strada e manifestare contro il regime c’è sicuramente stata dopo l’uccisione di Ali Khamenei. Ma non si è mai concretizzata, gli iraniani non hanno mai “preso il controllo del paese”, come auspicato dallo stesso Trump. In altre parole, la maggioranza degli iraniani è contraria a questa guerra ingiustificabile. E per chiudere il conflitto con la fine del regime sarà necessario l’invio di truppe di terra trasformando l’Iran in una guerra logorante che potrebbe essere peggiore del pantano iracheno. Proprio l’opposto delle richieste che venivano in campagna elettorale dalla base Maga di Trump. E poi, in ogni caso, anche questa guerra, come nel caso dell’Afghanistan, conferma che è impossibile esportare la democrazia con le bombe.

La guerra di Stati Uniti e Israele è illegale e contraria al diritto internazionale. È vista negativamente dal popolo iraniano e potrebbe determinare accuse di crimini di guerra per le autorità statunitensi e israeliane che l’hanno avviata. Purtroppo, l’escalation del conflitto è arrivata a un punto di non ritorno che difficilmente può riportare in pochi giorni le parti a un negoziato per evitare un’estensione indefinita del conflitto. Eppure il dialogo e la soluzione pacifica delle controversie dovrebbero essere sempre la sola carta possibile per evitare massacri e distruzione, soprattutto in una regione già dilaniata dai conflitti com’è il Medio Oriente.

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giuseppe acconcia
giuseppe acconcia
Giuseppe Acconcia è giornalista professionista e docente di Storia delle Relazioni internazionali all'Università di Milano Statale e di Geopolitica del Medio Oriente all'Università di Padova. Dottore di ricerca in Scienze Politiche all'Università di Londra, è stato Visiting Scholar all'Università della California (UCLA – Centro Studi per il Vicino Oriente), docente all'Università Bocconi e all'Università Cattolica di Milano (Aseri). Si occupa di movimenti sociali e giovanili, Studi iraniani e curdi, Stato e trasformazione in Medio Oriente. Si è laureato alla School of Oriental and African Studies di Londra, è stato corrispondente dal Medio Oriente per testate italiane, inglesi ed egiziane (Il Manifesto, La Stampa, Huffington Post, The Independent, Al-Ahram), vincitore del premio Giornalisti del Mediterraneo (2013), autore del documentario radiofonico per Radio 3 Rai “Il Cairo dalle strade della rivoluzione”. Intervistato dai principali media mainstream internazionali (New York Times, al-Jazeera, Rai), è autore de Migrazioni nel Mediterraneo (FrancoAngeli, 2019), The Great Iran (Padova University Press, 2018), Liberi tutti (Oedipus, 2015), Egitto. Democrazia militare (Exorma, 2014) e La primavera egiziana (Infinito, 2012). Ha pubblicato tra gli altri per International Sociology, Global Environmental Politics, MERIP, Zapruder, Il Mulino, Chicago University Press, Le Monde diplomatique, Social Movement Studies, Carnegie Endowment for International Peace, Policy Press, Edward Elgar, Limes e Palgrave.
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