pecore nere, presenze, imageboard
di Tristano Walther Occorsio
1.0.
stanotte è arrivato il messaggio. non ce l’ha fatta e non è più tra noi. pensa diciamolo meglio
– lo abbiamo ammazzato, come presa di coscienza e dichiarazione di intenti a cose già fatte
abbiamo ammazzato barbanera. tutti sapevano che le responsabilità della catastrofe erano già
fissate ma nessuno era disposto a fare niente. intirizziti come si sta in paese per il formicolio
che dal bosco si spinge fino a tavola per cena, si cena presto in alcune case, si guarda la tv
senza nemmeno dirsi niente. l’hanno cremato. da sempre tutti desiderano vivere tranquilli
la propria vita data con amore se possibile o con forza quando è stato necessario, in piazza
il bar ha abbassato la serranda, ci sono i fogli, la colla ancora fresca, abbiamo ammazzato
barbanera, non ci sarà funerale. mentre inumano le ceneri abbiamo le mani grandi dei grandi
appoggiate sulle spalle o che ci arruffano i capelli. d’un tratto ci troviamo costretti a guardare
una donna buttarsi a carponi sul loculo. ha le tempie bruciate. ci sussurra dentro qualcosa
finché un estraneo non grida chi ti ha detto che potevi andartene, è alto, secco con un cilindro
scolorito in testa e una camicia nera, e nessuno di quei grandi con quelle mani grandi che osi
fare niente, mentre la strattona e dice zitta col dito sulle labbra a fare il gesto. ci guarda storto
quando la carica in macchina. un’uggia che fa accapponare la pelle. viene da sé pensare che
ce l’abbiano nella pelle, l’uggia, e non per la nebbia, il freddo o il crinale che si impiglia
ogni volta che si allunga il collo per guardare lontano, né il bosco, ma nella pelle incallita
di persone che ripetono siamo stanche adesso e pensano ai loro formicolii, alle ghiandole
al bene dei loro bambini, perché nessuno pensa ai nostri bambini. qualcun altro tornando
poi dice una volta è andato a parigi e conosce il francese e dice che sa, la signora parlava
francese ripeteva soltanto una frase, qualcosa tipo je vudré apprandre a vivre enfan
2.0.
uno fischiava tre volte per aprire che il campanello non andava
e un’etichetta con su scritto n o p u b b l i c i t à sostituiva il nome
la vernice del cancello rimaneva sulle mani come le foglie di betulla secche
che popolavano il giardino, dalla casa il bracco aveva preso ad abbaiare
era la fine dell’estate quand’eccolo in mutande affacciarsi dal balcone
con una sigaretta in bocca e una croce celtica tatuata in mezzo al petto
sbrigatevi. non ho tutta la notte
3.0.
aveva quarant’anni tre patrimoni ereditati dai parenti
passava il tempo crackando le playstation barbanera
era il re dell’informatica, della pirateria più estrema,
loro volevano tutto cartoni giochi foto di donne e video
stimolati perennemente com’erano dal prossimo futuro
dai dati che tumefacevano gli occhi appiccicati al monitor
ci diceva che il mondo ha osato varcare le soglie del male
che il tempo accelerava in una circolazione depressionaria
tutte le grida sarebbero state presto o tardi sommerse
noi tutto questo non lo capivamo e non ci importava nulla
e mamma non capiva noi a dirci studia che finisci come me
come tuo padre tirando avanti con i denti, a lingua infuori
a denti stretti come tutti, quasi tutti, fino a bestemmiare
3.1.
anche oggi le ghiandole hanno finito di buttare al freddo
come uno zombie con la tosse passa, e sul divano ancora
in tuta da lavoro, è buio pesto, ha il telecomando in mano
per asportare le bave dei danni, stanco, senza dormire mai
guarda dagli screpoli degli occhi, ma tutti così attenti, tutti
così senz’anima, stoccata, la mola gli ha urlato sulla faccia
i fumi dell’acetilene che impregnano i capelli, il grasso nero
nero che non si lava via, le spalle che non lasciano guardare
il cavaliere intervistato e mike che da bravo gli lecca il culo
mi avrebbe sgridato un giorno trovandomi davanti a italia1:
ti fanno credere che il mondo è come vogliono loro solo
perché comandano, non crederci, sono tutte cazzate
4.0.
poi un giorno al supermercato uno incontra il figlio e gli domanda
che è un po’ che barbanera non si vede in giro e allora lui confida
che si è preso venti gatti un acquario, e non accende più la luce
perché la luce accesa è come impastar la biada per chi a cent’anni
non ci arriva, un po’ rincoglionito, insomma, ma il figlio giura su dio
che non c’entrava il passatempo, certo, quando lo andarono a trovare
aveva rivestito le pareti d’alluminio, il soffitto, sapeva troppo diceva
di avere visto troppo, e giorno e notte un tizio alle calcagna, hanno
provato ad ammazzarmi, lo hanno visto caricare il fucile mentre
abbracciava il cane, puntarselo alla fronte, diceva come adolfo,
davvero, fuori come un balcone
5.0.
la ritrovano davanti al mare della tranquillità tutta bagnata
chiamano il mare della tranquillità quel casottino in legno
costruito nel giardino per gli attrezzi del nonno di rospo
la banda del batrace ci va ad ascoltare la musica, ci mangia
le schifezze arrivate dal giappone quando d’estate escono
fuori le lucciole e i grilli oppure d’inverno mettendo la stufa
gautama cerca di accendersi il filtro e fumare, gli altri ridono
se mugugna contento. iguana chiede ehi ragazzi che ora è
se la ritrovano davanti alla porta e presto o tardi l’universo
per colpa di lei li avrebbe sgamati nel loro mare, il nonno
mica tanto contento per quel puttanaio avrebbe paventato
per l’aiuola, soprattutto, per la tranquillità delle sue tartarughe
che già non aveva un posto per mettere gli attrezzi ora anche
il giardino e tutto per colpa di un fantasma ed ecco il sindaco
il vicesindaco che è sempre il più cattivo poi luigi il carabiniere
il sostituto procuratore mario marsili, gli scandali facili al bar
fuori la messa o sotto a un post del giornale locale, chiedono
a tempie bruciate se vuole una patatina al gambero, intanto
lei versa dentro le loro orecchie delle perline luminose e dice
sono le tracce che attiveranno la dissociazione dell’ideologia
dualistica e predominante dentro i vostri incubi – no grazie
ora devo proprio andare e ci sorride perché ormai ha detto
addio alla terra
1.0.
ma ce ne accorgemmo tempo dopo perché la foresta
non era mai stata bruciata se non buttata al sole, allora
la torcia ci cadeva di mano nell’insonnia, fischiettavamo
agli alberi calciando sassi sul riflesso della cementeria
nel fiume sapevamo senza dircelo che la tristezza
dava il cinque a tutt’e tre e molto spesso troppo forte
camminavamo fino alle rotoballe, sostavamo, poi ancora
