La lavanderia
di Sebastiano Montesi
Ci incontravamo sempre alla stessa ora, gli stessi giorni: il lunedì e il giovedì, dalle diciassette alle diciotto. La lavanderia a gettoni si trovava a un centinaio di metri da casa mia. Sette chili a sette euro per lavaggio e asciugatura, oppure tredici euro per sedici chili. Indicativamente, ci lasciavo giù una trentina di euro al mese. Però era comodo. Mi risparmiavo la fatica di stendere i vestiti e di aspettare che asciugassero. Li ritiravo dall’asciugatrice ancora caldi e li piegavo ordinatamente nella sacca. Poi tornavo a casa. In tutto ci mettevo un’ora, un’ora e un quarto. Sempre lo stesso programma – tiepido, a 40 °C – e lo stesso detersivo al muschio bianco. La lavatrice che avevo in casa non la utilizzavo mai. Me l’aveva lasciata il proprietario precedente, ma dopo un paio di lavaggi avevo preferito lasciarla lì, in bagno, inutilizzata. Preferivo quel rito compassato di andata e ritorno, l’odore caldo di detersivo e di tessuto cotto. Mi dava un’idea di pulizia. Mi ricordava qualcosa che non ricordavo.
Mara aveva gli stessi orari. Arrivava in lavanderia trascinandosi una grossa valigia Samsonite e caricava due cestelli – uno tiepido e l’altro freddo, per i delicati – con due tappi ciascuno di detersivo alla lavanda. Quindi ci sedevamo entrambi sulla panca di fronte alle macchine, a osservare la rotazione dei nostri vestiti e lo sciabordio dell’acqua schiumata che si infrangeva sul vetro nero dell’oblò. Era un suono rilassante, in qualche modo. A me piaceva soprattutto quando la macchina accelerava, nella sezione centrale del lavaggio, e il suono si faceva più sottile, più acuto, e i vestiti si appiattivano alla superficie del cestello per la forza centrifuga della rotazione. Mara, invece, credo preferisse il suono della fase finale, quando la macchina rallentava e i vestiti, appesantiti dall’acqua, ricadevano verso il basso con un leggero tonfo. Un tonfo lento e dritto, matematico. Risalivano e poi cadevano, seguendo la rotazione lenta del cestello, troppo lenta per tenerseli stretti. In quei momenti, Mara si piegava in avanti, appoggiava i gomiti alle ginocchia e osservava l’oblò riempirsi dei suoi vestiti in caduta libera. Credo le piacesse, sì. O forse si preparava solo alla fine del ciclo, a scattare in avanti al suono della macchina che sarebbe seguito all’ultima, rapida centrifuga. Magari entrambe le cose.
La mia centrifuga durava di più. La impostavo sempre alla potenza massima, per essere sicuro di non dover utilizzare due cicli di asciugatura e poi, soprattutto, perché durante la centrifuga la macchina girava al massimo, di nuovo, e i vestiti aderivano come panni alla superficie del cestello, anche più che durante la fase centrale, e il suono della macchina era un fischio acuto e meccanico, sempre più acuto, e l’oblò era semplicemente una finestrella vuota, nera. A quel punto mi ingobbivo anch’io. Appoggiavo i gomiti alle ginocchia e piegavo la schiena in avanti, nella stessa posizione di Mara, e per un paio di minuti ce ne stavamo così, paralleli e simmetrici, ognuno a osservare la propria macchina e nient’altro. Poi la sua emetteva il suono di fine ciclo. Lei si alzava, svuotava il primo cestello e di tanto in tanto lanciava delle rapide occhiate alla mia, che le vibrava accanto, rabbiosa, alla potenza massima. Ne sembrava quasi spaventata. I suoi vestiti erano molto più delicati.
In quanto a noi due, gli unici sguardi che ci lanciavamo erano filtrati dallo specchio che separava le nostre lavatrici, posizionato di fronte alla panca. Era un grosso specchio verticale, alto fino al soffitto e largo all’incirca un metro: la stessa distanza che ci separava sulla panca, ognuno di fronte alla propria macchina. Ci guardavamo solamente attraverso quello specchio, di sfuggita, mantenendo entrambi lo sguardo basso. Lei mi guardava le mani e le ginocchia. Io le mani e le caviglie. Ogni tanto ci prendevamo il rischio di guardarci in volto, sempre attraverso lo specchio, ma quando capitava che i nostri occhi si incontrassero distoglievamo lo sguardo rapidi, imbarazzati, sorridendo lievemente.
Gli occhi di Mara erano verdi come i miei. Solo un po’ più chiari. Aveva le mani curate e le caviglie sottili. Le labbra d’un rosa leggero e i capelli castani. La sua pelle mi sembrava molto liscia. Poi c’erano i vestiti. Erano vestiti colorati, di buona fattura. Alcuni eccentrici, altri più formali. Dal suo cestello, avrei detto che lavorava in qualche ristorante. Oppure in qualche hotel. Chi sa perché. Dei miei vestiti, invece, chi sa cosa pensava lei. Delle mie t-shirt bianche e nere, dei miei cargo beige e verdi, neri e blu. Delle mie felpe e dei miei golf bucati. La biancheria cercavamo entrambi di nasconderla, soprattutto lei. Quando apriva la sua Samsonite, in bella vista c’erano soltanto t-shirt e camicie. Dopodiché io mi voltavo, senza darlo a vedere, quel tanto che bastava a non farla sentire osservata, e lei affondava le mani nei vestiti, afferrando la biancheria da sotto e tenendola a contatto con i vestiti che vi aveva posizionato sopra. Quindi gettava tutto nei cestelli, rapida. Selezionava il programma e si sedeva accanto a me, a un metro di distanza, di fronte allo specchio.
L’asciugatura era più noiosa. Non c’era niente da guardare. Nient’altro che il rumore dei vestiti – un tonfo regolare, cadenzato – e il calore che filtrava dalle fessure dello sportello e spandeva il profumo dei nostri detersivi per tutto il locale – un profumo molle e vaporoso, gonfio di cotone. Durante l’asciugatura, per i primi dieci minuti, Mara usciva a fumare una sigaretta. La osservavo con la coda dell’occhio fumare nervosa – o almeno era questa la mia impressione – e poi spremere la sigaretta nel posacenere di fianco all’ingresso. Quindi rientrava, senza fretta, e l’odore dei nostri detersivi si mescolava a quello del tabacco bruciato. Mara tirava fuori una scatolina di mentine e ne buttava giù un paio. Poi guardava l’ora, sempre. Trascorrevamo gli ultimi venti minuti in silenzio, come gli altri sessanta. Io a leggere polizieschi e lei a sfogliare pagine su pagine di Death Note, con il manga appoggiato sulla coscia e le gambe accavallate, la caviglia sottile che ballava inquieta.
Un giorno di maggio decisi di vendere la lavatrice. In fondo, dopo quei primi due lavaggi, non l’avevo più utilizzata. In bagno mi occupava solo spazio e io preferivo la lavanderia a gettoni. Misi un annuncio online e ricevetti una prima offerta dopo un paio di giorni. Il prezzo era ridicolmente basso, ma non m’importava, non ci avrei comunque fatto granché. Vennero a ritirarla nel pomeriggio, un lunedì. Due ragazzi sudamericani la caricarono sull’ascensore e poi su un camioncino a noleggio. Quindi sgommarono via. Io recuperai la mia sacca e me ne andai in lavanderia.
Quel lunedì, Mara arrivò dieci minuti più tardi. Sembrava stanca. Caricò i due cestelli e poi, al momento di chiuderli, mi chiese se potesse usare un po’ del mio detersivo. «Giusto due tappi» disse. Il suo l’aveva finito. Le allungai il flacone sorridendo: «Solo due?». Sorrise anche lei, svuotò due tappi in entrambi i cestelli e mi riconsegnò il flacone, lanciando una rapida occhiata all’etichetta. «Ha un buon odore» disse.
«Non è male» risposi.
Fu l’ultima volta che la vidi.
