L’amore non ha etica. Su “Meglio così” di Amélie Nothomb

di Ornella Tajani
Avere a cena Silvio Berlusconi e servirgli per ostilità gli avanzi di sei settimane prima? Talmente spassoso che è successo per davvero: così almeno racconta Amélie Nothomb nel suo ultimo libro Meglio così (traduzione di Federica Di Lella), da poco uscito per Voland, editore che da tempo segue pedissequamente le pubblicazioni francesi dell’autrice. L’artefice della cena avariata è la madre della narratrice, che qui diventa protagonista: se solo nelle ultime pagine Nothomb lascia intendere di averla messa al centro della storia per ripagare un ipotetico debito verso di lei, dopo aver scritto più lungamente sul padre (in Primo sangue e Psicopompo, stesso editore e traduttrice), il romanzo ci racconta perlopiù una madre bambina.
Adrienne, quattro anni, viene mandata a passare l’estate dalla nonna materna, che somiglia in tutto e per tutto a una strega: perfida, piena di rancori, unica abitante di una casa sgangherata. Fatta eccezione per la conclusione, l’intero romanzo sembra riecheggiare i toni, i ritmi, le figure della fiaba: una nonna cattivissima, un’altra angelica; una sorella carina e allegra, un’altra ombrosa e macilenta; e poi il mistero dei gatti scomparsi, alcuni aristocratici, altri meno; una figura raccapricciante che li ammazza portandoli dentro un sacco; una madre dalla doppia personalità, ora Doctor Jekyll, ora Mister Hyde. Dicotomie così nette che però, nel momento in cui ci troviamo in regime autobiografico più che fiabesco, la vita rimescola come carte da gioco, mostrando le ambivalenze della percezione, i controluce dell’esistenza, le connaturate ambiguità dell’essere umano. Intanto Adrienne cresce, in mezzo a vari eventi più o meno capitali, fra cui la fine della Seconda guerra mondiale; s’innamora, si sposa.
Nel finale cui si è già accennato, quando, con un salto temporale, si passa dagli anni ’40 al contemporaneo, l’autrice, in una modalità riflessiva, a tratti metadiscorsiva, rivela l’identità della madre, commentando il proprio rapporto con lei e il racconto che ne ha appena fatto; nulla a che vedere, tuttavia, con il genere del récit de filiation, ossia il racconto di un genitore o di un antenato che diventa una sorta di autobiografia obliqua e che oltralpe, in particolare sulla scia di Ernaux, riscuote da tempo un buon successo. In Meglio così è certo l’azione a imporsi su un’eventuale morale, che pure la fiaba prevedrebbe; se dentro c’è un messaggio da riconoscere, questo arriva per bocca della protagonista: l’amore non ha etica, spiega l’Adrienne adulta alla figlia Amélie; nessuno è obbligato ad amare, né si sceglie di farlo perché una persona è più o meno buona.
L’universo di Nothomb ha qualcosa di magico, e si direbbe che in maniera un po’ favolosa l’autrice costruisca anche i suoi testi: scrivendoli con sorprendente rapidità (ne pubblica uno all’anno), lavorandoci quattro ore al giorno a partire dalle quattro di notte (l’aneddotica che la riguarda cresce di pari passo con la sua produzione), eppur sempre riuscendo quasi misteriosamente a reggere il filo della narrazione fino alla fine, a sedurre in qualche modo il proprio pubblico – complice una scrittura dotata di una certa leggiadria, peraltro perfettamente restituita, qui e altrove, dalla traduttrice. Sono senz’altro libri di intrattenimento, gli ultimi di Nothomb, le cui storie come per incanto possono evaporare poco dopo averle lette: ma la scrittura ben oleata, la struttura dal congegno sapiente e qualche guizzo garantiscono un intrattenimento di qualità, che per un paio d’ore assorbe e riesce a trasportare altrove – in un altrove caratterizzato dalla leggerezza, che nondimeno è ed è sempre stato una stanza presente nel grande edificio della letteratura.
