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Racconti di guerra degli iraniani sotto i bombardamenti. “C’è chi intravede un futuro migliore e chi solo distruzione”

di Giuseppe Acconcia

Sono passate cinque settimane dai primi raid di Stati Uniti e Israele contro Teheran. Gli iraniani all’estero come in patria continuano ad essere divisi tra chi considera questi attacchi una fonte di distruzione irreparabile per un paese dalla storia millenaria e chi li valuta come una possibile opportunità per un cambiamento futuro. Negli ultimi giorni sono stati colpiti uno dei più importanti centri medici del Medio Oriente, l’Istituto Pasteur di Teheran, i politecnici Imam Hussein e Malek Ashtar di Teheran, e più volte l’Università di Isfahan, insieme al ponte in costruzione B1 nella provincia di Alborz. E così anche i più strenui oppositori del regime iraniano come Masih Alinejad, tra le ideatrici del movimento “Donna, vita, libertà” ha chiesto agli Stati Uniti di risparmiare le infrastrutture energetiche del paese e di concentrarsi sui centri di potere del regime. Mentre le autorità iraniane continuano a eseguire le condanne a morte tra chi è stato arrestato nelle proteste di inizio anno, tra cui il giovane Amirhossein Hatami, insieme ad Abolhassan Montazer e Vahid Baniamerian, presunti membri del gruppo terroristico in Iran Mojahedin e-Khalq (Mek), e ad arrestare le voci critiche come l’avvocato per la difesa dei diritti umani, Nasrin Sotudeh. Sono almeno 2000 le vittime e 3,2 milioni gli sfollati, secondo i dati delle Nazioni Unite, dall’inizio del conflitto. Abbiamo raccolto voci e testimonianze di chi sta vivendo in prima persona la catastrofe di una guerra illegale, evitabile e non necessaria, combattuta nell’oscuramento di internet, accessibile solo per brevi intervalli, e di cui non si vede la fine.

 

Da Teheran al Mazandaran

“Tutti noi abbiamo un familiare o un amico ucciso in questi bombardamenti”, ha raccontato Mohammad. Solo nei raid in piazza Resalat a Teheran, dove si trova uno dei quartier generali più grandi del gruppo paramilitare dei basiji, 40 persone sono state uccise nei bombardamenti delle prime due settimane. “Si stavano preparando a lasciare il quartiere, aspettavano che la figlia tornasse a casa dal lavoro per andare via tutti insieme. Ma l’esplosione è avvenuta prima che Nilufar tornasse a casa. Sono tutti morti”, ha raccontato Mahnaz. “Conosco una famiglia che ha perso 14 componenti. Una mattina sono passato di qui e ho visto vari resti di cadaveri, uccisi nelle esplosioni”, ha proseguito.

“Nel mio villaggio nel Mazandaran continuano a svolgersi i funerali delle vittime”, ha raccontato Payam. “Ogni volta, come da tradizione, viene collocata una gigantografia del defunto. Lo stesso è successo con Amir Mohammad, aveva appena 21 anni e un fisico da lottatore”, ha spiegato. “Era andato a Teheran per il servizio militare. Aveva promesso a sua madre di tornare a casa per aiutarla a vendere le verdure al mercato. Ma non ha fatto in tempo”, ha spiegato il giovane.

 

Da Isfahan a Bandar Abbas

“Ho visto missili colpire la città. In alcuni casi i raid sono andati intensificandosi. Ho visto tanti essere trasportati in ambulanza in condizioni critiche”, ha spiegato Ahmad, studente che vive a due passi da piazza Naqsh-e Jahan, patrimonio Unesco. “Da quando i bombardamenti sono iniziati, tutti i lavoratori sono terrificati e produciamo la metà rispetto al solito. Abbiamo perso migliaia di euro per tutti i prodotti che avevamo preparato per il capodanno iraniano (Newroz) e che sono rimasti invenduti”, ha spiegato Jolan, proprietario di una panetteria. “Dopo il bombardamento a una caserma anche la nostra casa è andata distrutta. Non possiamo tornare a casa”, ha aggiunto Moataz.

“Eravamo tutti molto preoccupati e pensavamo che ci avrebbero uccisi da un momento all’altro. Abbiamo salutato i nostri professori e compagni di classe pensando che non li avremmo mai più rivisti”, ha spiegato la giovane liceale di Bandar Abbas, Fatemeh. “Dovevo prepararmi per i test di accesso all’università ma ora ho paura di tutto”, ha aggiunto la ragazza.

“Una bambina è corsa verso di me per essere abbracciata mentre erano in corso i bombardamenti”, ha raccontato Sina, 20 anni che vive nella zona industriale di Bandar Abbas. Suo padre gli ha detto di andare via il prima possibile dalle vicinanze del porto. “Dopo un lungo viaggio sono arrivato a Shiraz, la stazione dei bus è stata bombardata e ho continuato il viaggio verso Teheran in taxi”, ha raccontato il giovane.

 

Sui tetti di Teheran

“È la seconda volta in un anno che ci siamo trovati a Teheran nel mezzo della guerra. Ci sono checkpoint per strada e milizie che minacciano i cittadini comuni”, ha spiegato Datis, attivista della capitale iraniana. “Passiamo ore sui tetti, abbiamo imparato a distinguere tra MIM-104 Patriot, B-2 e F-35. È meno terribile restare all’aperto che aspettare i bombardamenti chiusi in casa”, ha proseguito Datis. “Mi hanno mandato la foto di una stazione di polizia demolita dai bombardamenti israeliani. L’ho riconosciuta subito perché è il luogo dove sono stato detenuto l’ultima volta che mi hanno arrestato. Passeggiavo mano nella mano con la mia ragazza e la polizia morale ci ha fermato, insultato e umiliato”, ha proseguito Sorush. “Da quella stessa stazione di polizia hanno attaccato chi protestava con spari e kalashikov, senza preavviso”, ha continuato. “Non è possibile fotografare i danni causati dai raid, alcuni sono stati arrestati mentre portavano i familiari in ospedale”, ha aggiunto.

“Ci ritroviamo con i vicini sui tetti perché sono luoghi semiprivati, dove c’è libertà. Lo facevamo anche nella guerra dei 12 giorni dello scorso giugno e nelle proteste di gennaio. Con il passare dei giorni molti sono andati via, dopo i raid alle raffinerie l’aria era irrespirabile ma abbiamo continuato a incontrarci mentre i missili precipitavano”, ha continuato Anita.

 

La vita degli iraniani è segnata da una delle guerre più dure che abbia attraversato il Medio Oriente negli ultimi venti anni, mentre il negoziato per una tregua mediata da Pakistan, Egitto e Turchia fatica a materializzarsi. Non solo, è in corso una guerra di propaganda per cui la nuova generazione di militari iraniani, dopo l’uccisione dei vertici dei pasdaran nei raid israeliani, appare più aggressiva nella comunicazione, così come fa il presidente Usa, Donald Trump che ha promesso di riportare l’Iran “all’età della pietra”, nonostante lanci messaggi confusi sulla durata del conflitto. Fin qui l’aumento del prezzo del petrolio, ben oltre i 110$ al barile, e il pieno controllo dello Stretto di Hormuz sembrano accrescere la capacità negoziale di Teheran, mentre il paese viene distrutto e gli Usa minacciano l’intervento di terra.

 

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giuseppe acconcia
giuseppe acconcia
Giuseppe Acconcia è giornalista professionista e docente di Storia delle Relazioni internazionali all'Università di Milano Statale e di Geopolitica del Medio Oriente all'Università di Padova. Dottore di ricerca in Scienze Politiche all'Università di Londra, è stato Visiting Scholar all'Università della California (UCLA – Centro Studi per il Vicino Oriente), docente all'Università Bocconi e all'Università Cattolica di Milano (Aseri). Si occupa di movimenti sociali e giovanili, Studi iraniani e curdi, Stato e trasformazione in Medio Oriente. Si è laureato alla School of Oriental and African Studies di Londra, è stato corrispondente dal Medio Oriente per testate italiane, inglesi ed egiziane (Il Manifesto, La Stampa, Huffington Post, The Independent, Al-Ahram), vincitore del premio Giornalisti del Mediterraneo (2013), autore del documentario radiofonico per Radio 3 Rai “Il Cairo dalle strade della rivoluzione”. Intervistato dai principali media mainstream internazionali (New York Times, al-Jazeera, Rai), è autore de Migrazioni nel Mediterraneo (FrancoAngeli, 2019), The Great Iran (Padova University Press, 2018), Liberi tutti (Oedipus, 2015), Egitto. Democrazia militare (Exorma, 2014) e La primavera egiziana (Infinito, 2012). Ha pubblicato tra gli altri per International Sociology, Global Environmental Politics, MERIP, Zapruder, Il Mulino, Chicago University Press, Le Monde diplomatique, Social Movement Studies, Carnegie Endowment for International Peace, Policy Press, Edward Elgar, Limes e Palgrave.
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