Pasta asciutta

di Serena Iaconis

Le tapparelle erano quasi chiuse. Entrava solo qualche filo di sole. L’aria era pesante.

Il padre scolò nervosamente la pasta nel colino. Il vapore gli appannò gli occhialini sporchi. L’odore di amido cotto riempiva la cucina semibuia. La figlia stava seduta composta a tavola e osservava quel padre logoro che buttava la massa di spaghetti viscidi nella pentola svuotata, rovesciandovi sopra un fiotto di sugo di pomodoro freddo tirato fuori dal frigo.

Mentre il padre mescolava la pasta, la bambina lo osservava da dietro. Era piegato sulla pentola, le spalle chiuse in avanti. I capelli si erano fatti radi, lasciando trasparire la pelle arrossata dal lavoro sotto il sole. La maglietta da lavoro, stropicciata e troppo stretta, gli tirava sui fianchi. La cintura gli serrava la vita dentro pantaloni troppo caldi per quella stagione. Le mani gonfie e a tratti scorticate mostravano bruciature fresche, come lungo tutto il braccio.

Il padre afferrò la pentola dai manici. Quando la posò sulla tavola, goccioline di acqua rossastra schizzarono sul braccino della figlia, che attendeva in silenzio. La bambina fu distratta da quella goccia viscida che le colava sulla pelle; la seguì con gli occhi mentre scendeva, e intanto un nodo le comprimeva le viscere nello stomaco.

Quando il padre si avvicinò, il lezzo di amido cotto si impastò all’odore pungente di umidità dei suoi vestiti da lavoro. Afferrò la forchetta e raccolse con mano ferma una massa di spaghetti che lasciò cadere nel piatto della figlia. La bambina guardò il volto del padre mentre riempiva il suo piatto. Goccioline di sudore gli imperlavano la fronte. La bocca era serrata, gli occhi concentrati nell’azione, il naso emetteva respiri gonfi e rumorosi.

Il piatto era colmato da un groviglio di pasta. Il padre si sedette di fronte alla figlia e la guardò. Era grande, il padre; in quel momento aveva occhi piccoli, lucidi, fermi sul tavolo.

La mamma le lasciava dei libricini sottili, con le pagine morbide. In uno c’era un topo. Non ricordava bene la storia, solo pezzi: Il freddo. Il cibo nascosto per l’inverno. Poi la casa distrutta. Il topo restava a cercarla.

Il padre era lì davanti. Le mani ferme. La pasta tra loro. Il padre e la figlia continuarono a guardarsi in silenzio. Fu la figlia a cedere per prima. Si afflosciò lungo la sedia e con il magone stretto in gola, disse le prime parole.

«Non ho fame.» Lanciò uno sguardo verso il padre per coglierne la reazione. Il padre era fermo sulla sedia, le mani incrociate sul tavolo.

«Mangia.»

La figlia, dopo un piccolo singhiozzo, ripeté con voce più bassa.

«Ma… non ho fame.»

Il padre ripeté con lo stesso ritmo, ma la voce era strozzata da un singulto.

«Mangia.»

La bambina lo guardò con gli occhi inumiditi. Le commessure labiali spingevano verso il basso, ma lei contrastò quel riflesso, forzando la bocca in una linea dritta. Non ancora, pensò. Resisti.

«Vuoi morire di fame? Così danno la colpa a me?» La voce urlante del padre si ruppe a metà frase.

«Ho già mangiato la briochina al cioccolato con il succo.»

«Se non mangi la pasta deperisci. E poi danno la colpa a me. Mangia la pasta. Porca miseria.»

«Ma papà, ho già mangiato la briochina al cioccolato con il succo.»

La figlia attese la risposta del padre, che tacque e la fissò. Si sentiva solo il suo respiro nasale marcato e il frinire dei grilli nei campi.

«Papà, ti prego, ho già mangiato. Ho mangiato.» Una lacrima le solcò il viso.

Il padre si alzò di scatto e iniziò a camminare nervosamente. Poi si mise le mani nei capelli e iniziò a tirarsi colpi in testa.

«No!» La figlia lanciò un grido alla vista del padre che si autolesionava. Corse verso di lui e con una forza impensabile gli trattenne il braccio. Il padre tentò di divincolarsi dalla sua presa.

«Mangio!» urlò la bambina. Ma la lotta continuava. Il padre tentò ancora di liberare il braccio. Allora lei lo urlò più forte.

«Mangio, mangio, mangio!»

Il padre si fermò esausto. La figlia scoppiò in un pianto; la tensione nelle braccia si allentò, lasciò andare la presa. Il corpo si afflosciò sul pavimento, in ginocchio.

I due si risedettero l’uno di fronte all’altro. La figlia aveva le guance brucianti dal pianto. Aspettava che qualche goccia entrasse nella fessura delle labbra. Alcune finirono nel piatto. Ma non aveva alcuna importanza.

Il padre, col fiatone, disse: «Mangia», indicando stancamente la pasta.

La figlia prese la forchetta e la infilò nel groviglio di spaghetti freddi. Arrotolò e avvicinò alle labbra quel boccone. Annusò l’odore umido di quel pastone. La testa iniziò a fare no da sola, senza controllo. Il viso cedette alla commozione.

«Non ce la faccio. Non ce la faccio, papà.»

Aspettò la risposta del padre, piangendo, mentre lui rimase impassibile a fissarla. Si alzò di scatto.

«Mi ammazzo. Mangia o mi ammazzo.»

«No, papà, ti prego… ho già mangiato. Papà, ho già mangiato.»

«La faccio finita. Mi butto dalla finestra. Mi butto dalla finestra.»

Il padre si diresse verso il balcone e aprì la maniglia. La figlia, a quella vista, lanciò un altro grido. Corse verso di lui e di nuovo lo trattenne con forza.

«Mi ammazzo. Lasciami, che mi butto.»

Il padre urlava dalla finestra mentre la figlia lo tratteneva per un braccio.

La figlia urlò finché la voce non si fece ovattata. La voce era andata in cantina pensava. Lo diceva sempre la maestra quando dopo il raffreddore i bambini tornavano all’asilo senza voce. La sua voce era andata in cantina mentre urlava trattenendo il padre per un braccio.

Il padre cedette. Si lasciò trascinare dentro dalla figlia, con i piedi che strisciavano sul pavimento. Lei lo guidò fino al muro e lo fece scendere lentamente. Si assicurò della finestra: premette entrambe le mani sul vetro finché il fermo non scattò.

Poi tornò dal padre e si sedette per terra accanto a lui. Il respiro ancora affannoso, le guance che bruciavano. Si asciugò il viso con il dorso della mano e si strinse a lui senza dire niente. Prese la mano del padre – gonfia, screpolata, con le bruciature lungo il braccio – e ci posò sopra le labbra, una volta e poi ancora. Quelle mani così simili a piccole zampe logore.

Doveva solo stringere più forte. Non lasciarle andare. L’aria era calda e pesante.

Con poca voce disse:

«Ho già mangiato papà. Ho già mangiato.»

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silvia contarini
silvia contarini
Vivo a Parigi e insegno all’Université Paris Nanterre. Ho pubblicato, anni fa, testi teatrali, racconti, romanzi (l’ultimo: I veri delinquenti, 2005). Ho tradotto dal francese saggi e romanzi. In ambito accademico mi occupo di avanguardie/neoavanguardie, letteratura italiana ipercontemporanea, studi femminili e di genere, studi postcoloniali e della migrazione (ultima monografia: Scrivere al tempo della globalizzazione. Narrativa italiana dei primi anni Duemila, 2019). Dirigo la rivista Narrativa. Ho fondato e dirigo la casa editrice KC éditions (www.kceditions.fr). Leggo i testi che ricevo via Nazione Indiana; se mi piacciono e intendo pubblicarli contatto l’autore, altrimenti no. Non me ne vogliate.
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