Perché non mi ha fatto ridere la premiazione di Wanna Marchi in Campidoglio
di Andrea Inglese
Non mi ha per niente divertito la vicenda del sedicente “Premio Internazionale alla Cultura” assegnato alle scrittrici Wanna Marchi e a sua figlia Stefania Nobile nella sala del Campidoglio che, oltre ad essere uno spazio espositivo, è anche la sede ufficiale, per il Comune di Roma, di cerimonie pubbliche, conferenze stampa, convegni istituzionali e importanti premiazioni culturali. Ho dovuto spulciare siti di agenzie stampa e di prestigiosi quotidiani nazionali o siti d’informazione indipendenti, prima di trovare una restituzione sufficientemente chiara e pertinente dell’accaduto sull’”Eco del Sannio”. (Se la capitale è corrotta e buffona, un po’ di serietà e decenza morale la troveremo in provincia.)
No, la vicenda non mi ha suscitato neppure sarcasmo. Conosco il mio paese abbastanza bene, per sapere che, da noi, chi fa cultura in modo serio, cioè critico e innovativo, come una qualsiasi attività culturale finisce per essere in un mondo democratico, è “schifato” dalle istituzioni, è schifato da chi ha una qualche forma di potere e, molto spesso, è schifato precisamente da coloro che svolgono ruoli di potere proprio in ambito culturale. In Italia, chi ha potere ha anche uno straordinario fiuto per ciò che un’attività culturale seria e vivente porta con sé, manifesta, trasmette, ossia una forma di autonomia intellettuale e artistica. Per questo io ho sempre sentito negli interlocutori istituzionali di qualsiasi tipo, un disgusto di fronte a proposte che sapevano di “cultura” seria, ossia democratica, critica, libera, ecc. In alcuni, quelli che per formazione, professione, sensibilità, si trovavano più alieni dal mondo culturale, la risposta è semplice: “non ne abbiamo bisogno”. Non ne abbiamo bisogno in generale. Tutta la cultura che ci serve l’hanno fatta nell’Antichità o nel Rinascimento. Con questa si staccano i biglietti e ci si convince di essere ormai sazi, che non ce n’è più bisogno di altra, di nuova. (A meno, naturalmente, che non ci sia una circostanza che permette loro una strumentalizzazione politica o commerciale.) In altri, in quelli che hanno acquisito un qualche posto di potere nella cultura stessa, nelle sue istituzioni, pubbliche o private, il discorso è diverso. La cultura è una faccenda privata. Un privilegio di gruppo, di banda, di famiglia sociale. Il merito non c’entra niente. In Italia si parla molto di meritocrazia, si critica molto la meritocrazia. Ma l’Italia è uno dei paesi meno meritocratici d’Europa. In Italia, la cittadinanza è un traguardo. Si vive molto spesso ancora da sudditi. (Al Nord, gente molto preparata, insegna nelle scuole private a 15 euro l’ora; al Sud, gente con eguale preparazione e in altre scuole private, insegna gratis, fingendo di prendere lo stipendio. Qui non valgono principi o norme giuridiche. Vale il favore: in cambio di questo limpido sfruttamento, il lavoratore avrà certificata l’esperienza professionale che serve per il punteggio, ecc. Le meritocrazia, nel suo principio, è un metodo di valutazione democratico, che si distingue dalle valutazioni secondo lo status o il sangue, insomma secondo la nascita.
Ora il caso della premiazione di Wanna Marchi e di sua figlia non è un incidente, non è neppure da attribuire alla nuova egemonia dell’estrema destra al governo. È un perfetto esempio di un modus operandi del potere nei confronti della cultura in Italia, modus operandi ben radicato. (Mi verrebbe da dire: bipartisan.) Il potere in questo caso è quello del consigliere Dario Nanni, rappresentante delle istituzioni, e la cultura, in questo caso, è quella dell’editore Alessandro Gian Maria Ferri (Edizioni &100 Group) che si è inventato un “Premio internazionale di cultura” per premiare i suoi autori. E chi sono i suoi “autori”? Wanna Marchi e Stefania Nobile, che dovrebbero essere conosciute non per le loro condanne definitive, e per il loro mestiere di televenditrici, ma per una qualche attività connessa alla letteratura o più in generale alla cultura. Certo hanno scritto ognuna un libro, pubblicato proprio con l’editore che ha indetto il premio.
Non è un incidente, un caso aberrante, un’eccezione. È un caso esemplare, che riassume il duplice modo in cui il paese da cui vengo, e in cui non vivo più (senza nostalgie particolari), considera la cultura seria (ossia viva, autonoma, critica): disgusto e privilegio. Quando non la si può del tutto evitare, la si tollera, ma solo nella forma del privilegio sociale, della concessione o del favore, ossia come il contrario di una risorsa pubblica. La cultura è una sala giochi o un giardinetto privati, che si concede per vari motivi, ma generalmente tutti extraculturali. Non mi ha divertito Stefania Nobile premiata in Campidoglio per Vendere… cara la pelle. Quello che il successo ti dà. Quello che ti toglie. Mi ha fatto schifo. Non lei, ovviamente, ma tutto ciò che ha reso possibile una cerimonia del tutto fasulla (e da tutti i punti di vista) in uno dei luoghi più prestigiosi delle istituzioni della Repubblica Italiana.
Questo purtroppo non fa che confermarmi che l’attività di chi scrive sul serio, di chi fa letteratura sul serio, ossia di chi partecipa dell’elemento vivo e critico della cultura, in Italia, ha un’esistenza molto più difficile e ingrata di quanto l’avrebbe nella maggior parte degli altri paesi europei. Ma per carità, esistono paesi in cui la situazione è ancora peggiore. Quindi in fondo va tutto bene. E poi l’Italia è davvero bella, la gente è simpaticissima, e si mangia probabilmente meglio che in qualsiasi altro posto sul pianeta (contando anche gli esopianeti ovviamente). Scusate, allo schifo è subentrato il sarcasmo. Per fortuna. Stasera ho voglia di cenare normalmente.

A volte provo solo una grande tristezza quando penso a questa Italia. A volte, provo rabbia. A volte, entrambe le cose. Attualmente non riesco a trovare aspetti positivi (nemmeno nel buon cibo). Solo il desiderio di espatriare.
*Ammetto che non avevo ancora saputo/letto di questa che – come tu scrivi – è una vera e propria schifezza.