Cosa strana a riferirsi

di Laura Ramieri
Quella scatolina stupenda. Un carillon che suonava dolce le prime note, strideva per qualche battito, ricominciava: meraviglia, inquietudine. Custodito nel suo soffice interno qualcosa di orrendo bramava respiro.
Nella città di M., e più precisamente nella Contrada Della Segreta, e più precisamente ancora via Nerina Oscura, il banchetto di Corinna Love, la cartomante più celebre del quartiere, sfavillava nel buio invernale. Oscura come il suo nome e considerata maledetta, la via era famosa per le chiacchierate magie che attraevano i turisti nella bella stagione. Ovviamente, c’era chi ci abitava. Chi ne conosceva l’anima più sincera. Ma tutto, nella Contrada Della Segreta, era di proprietà della nebbia, del buio.
Mi è piaciuto, il ruolo cattivo.
Corinna Love, bocca scarlatta e seta dorata ad adornarle la testa, si concentrava sulle sue carte. La notte sembrava più cupa, e una strana angoscia aveva assalito Corinna quando la sua cliente più pretenziosa le era apparsa esigendo la suapremonizione di destino. Ines Argenti indossava pantaloni neri aderenti e stivali rosso scuro, sempre, come una divisa. I suoi stivali ritmavano le strade della Segreta riconosciuti ancora prima di lei. Ines Argenti credeva nella magia.
Corinna e Ines sedevano una di fronte all’altra, precise nei movimenti, opposte: Corinna un sogno abbagliante, Ines un incubo lugubre.
E così, accadde: il carillon suonò, lontano, e poi più intenso. Ines e Corinna tacquero, osservarono la via deserta. La musica, eccola, più vicina. Le due donne si alzarono, seguirono le note, poi il fastidio, poi il continuo ricominciare. Arrivarono fino ai gradini della chiesa del Santo Perpetuo Addio, e la videro.
Abbandonata brillante nel buio, e nessuno, nessuno da nessuna parte, non un rumore, non un passo. Corinna si accorse di avere ancora in mano una carta, la guardò. Ines si chinò sulla scatolina.
-Come sei graziosa. Chi ti ha messa qui?
Nell’istante in cui la aprì entrambe le donne urlarono.
Corinna guardò la carta che aveva in mano, poi il contenuto della scatola.
-Il Diavolo!
Miei amati lettori, mi chiederete forse il contenuto del carillon? Eccovi la risposta: un rossissimo cuore. Un cuore umano.
Lo avrei rimirato all’infinito.
Mi chiamo Ines Argenti ma tutti, in questa dannata città, mi conoscono come Signora Disgrazia. Un soprannome che non mi fa ridere: ovunque vada succede una tragedia.
Al pic-nic del giorno della Rimembranza il mio accompagnatore sparì misteriosamente. Fu trovato annegato nella fontana del parco nel tardo pomeriggio: omicidio.
Alla festa della Prima Estate, evento in cui si proiettava un film di animazione nella piazza Santa Addolorata, due uomini seduti dietro me scatenarono una rissa. Un morto: omicidio.
La vigilia dello scorso Giorno dei Morti, notte in cui si celebrava una funzione nel cimitero della Contrada, un uomo venne pugnalato: omicidio.
Oltre alla malasorte possiedo una acutissima percezione dell’istante, come vivere al rallentatore; momenti in cui il tempo si immobilizza regalandomi ogni frammento, particolare, parola. Non dimentico mai nulla.
Forse romantico, un po’.
La carta del Diavolo, pensava Ines Argenti mentre aspettava la polizia sulle scale della chiesa del Santo Perpetuo Addio, e un carillon con dentro un cuore. Le luci della polizia dissolsero la nebbia per un momento.
-Ines Argenti nella Segreta, dobbiamo spaventarci?
L’ispettore Rubicondi sorrideva gentile. Lui e Ines si conoscevano da tempo. La Contrada Della Segreta aveva la fama peggiore della città, nemmeno la polizia ci andava volentieri. L’ispettore Rubicondi vantava un’intelligenza nella norma e un’arroganza altissima, e reputava Ines di un auspicio peggiore di tutta la Contrada.
-Luogo perfetto per un omicidio, Ines!
-Mi fa piacere rivederla, ispettore.
La polizia non trovò nessuno a cui fare domande, Corinna Love era scappata, i locali erano chiusi, e comunque nella Segreta nessuno vedeva mai nulla.
La chiesa del Santo Perpetuo Addio nella Contrada Della Segreta era un chiesa che apriva solo in giorni specifici. L’ispettore Rubicondi ne scrutò la facciata, poi spinse il portone: era aperto. Un agente fu mandato a controllare, e il coraggioso uscì a riferire con un’espressione prossima al vomito. L’ispettore Rubicondi e Ines Argenti, seguiti da tre agenti, entrarono nella chiesa in una fila silenziosa.
Plasticamente posizionato seduto su una panca, illuminato da bianchissime candele ordinate a contorno come un coro, il corpo dell’uomo non respirava più già da tempo. La notizia si sparse velocissima, fotografi e giornalisti popolarono la Contrada come una notte di estate. Lo avevano identificato immediatamente, quel viso dai lineamenti perfetti apparteneva a lui, il più bello dei belli della città di M.: Arcangelo Finezza, detto Il Profondo per la sua voce magnificamente roca. Arcangelo Finezza era un cantante che si esibiva nei locali e nelle vie della Contrada. Oltre che per la bellezza magnetica e la voce ipnotica era famoso per il sorriso, da togliere il fiato. Di lui non si sapeva nulla. Alle domande rispondeva cambiando argomento, e qualcuno particolarmente determinato tentò, invano, di seguirlo: Il Profondo spariva nella Contrada, e il malcapitato si perdeva puntualmente. Arcangelo Finezza si incontrava per caso, si ammirava senza distrazione, e si ricordava per sempre. Tutti, tutti i poliziotti, gli agenti, gli addetti, i tecnici e i medici, l’ispettore Rubicondi, i fotografi, i giornalisti, gli assistenti, i passanti, ogni topo e ogni insetto della Contrada, si addoloravano a labbra serrate e lacrime trattenute per quell’orrendo delitto commesso contro la perfezione. Il corpo, trasportato solenne come una statua, intatto e bellissimo, mancava di un dettaglio: il cuore.
Nessuno, lo conosceva davvero.
Alla violenza della città tutti si erano rassegnati, ai misteri della Segreta, anche. Ma chi mai poteva macchiarsi di uninutile e cruento assassinio contro un essere così bello?
-E come hanno fatto a prenderlo!
Ines sbuffò a voce alta, ma il pensiero era già passato nelle teste di tutti. Corinna Love era stata ritrovata e interrogata, e su tutti i giornali il suo volto in lacrime come una madre disperata si accompagnava a immagini di repertorio della Segreta. Un orrendo crimine in un orrendo quartiere contro una bellissima persona, titolavano gli articoli, e la città di M. restava col fiato sospeso, tra bisbigli e sussurri, speranzosa di punire quel mostruoso assassino e avidamente curiosa di conoscere i più macabri particolari.
Non mi troveranno mai.
Accadde al pic-nic della Rimembranza.
Arcangelo Finezza partecipava agli eventi solo se invitato da qualcuno che certificasse su carta la cosa, come se non esistesse, senza testimonianza. Quel giorno il suo nome non appariva in nessuna lista, e fu una sorpresa, trovarlo lì, seduto in disparte su una panchina del parco. Indossava un completo nero, guanti neri, cappello nero, e un bastone la cui testa mi sembrò, da lontano, un teschio argentato.
Accadde ancora. Alla festa della Prima Estate, nella piazza Santa Addolorata, avrebbero proiettato un film. Una volta seduti tutti, un improvviso guasto elettrico lasciò senza luce tutto il quartiere. Quelli dietro me cominciarono inspiegabilmente a litigare, ne risultò una rissa terrificante.
Arcangelo Finezza, completo nero e bastone con testa di teschio argento, nell’ultima fila, rimase seduto senza urlare o scappare. Composto, serio. Lui era lì.
Era lì il Giorno dei Morti, quando trovarono l’uomo pugnalato nel cimitero. In piedi dietro la lapide della Famiglia Affanni, una agghiacciante scultura famosa nella Contrada per il suo spaventare chiunque le passasse accanto.
Quando si sparse la notizia della mia sfortuna, e inventarono il mio soprannome Signora Disgrazia, lui già mi seguiva. Ovunque andassi, c’era anche lui. Eppure nessuno sembrava averlo notato. Come se riuscisse a diventare invisibile. Ma io, vedevo tutto. Ricordavo, tutto. Avevo capito. Decisi di mascherarmi dietro la mia sfortuna: Il Profondo seguiva me, ma non sapeva che io avrei seguito lui. Il suo fascino possedeva qualcosa di stregato, mi disorientava. Ma Arcangelo Finezza trascurava la cosa più importante: la Contrada Della Segreta era casa mia. La conoscevo a occhi chiusi, ne distinguevo gli odori, i fischi del vento tra gli edifici, qualsiasi sagoma. Lo avrei trovato.
Tutte quelle persone. Quel sangue.
Arcangelo Finezza detto il Profondo apparteneva a un mondo più oscuro anche della Contrada. Con questa assurda certezza tutto mi diventò naturale, sapevo cosa guardare: mosse impercettibili, respiri, silenzi. E un nome, mi nasceva nella mente dopo averlo osservato: Diavolo.
Senza accorgersi di me, mi condusse alla fine della via Rattoppata Nera, una via che dalla Contrada portava verso la periferia della città, una via disabitata di case in costruzione mai costruite. La vera parte fantasma della Contrada, dove nemmeno le auto si avventuravano: per la periferia si utilizzava la superstrada, illuminata, e per entrare nella Contrada, da quella stessa parte, si usava la via Opposta Nera, che era una versione identica, ma viva, della via Rattoppata Nera.
Cari lettori, vi ho lasciati soli nella nebbia, tra rovine e detriti. Eccomi, vi prendo la mano, seguitemi.
Una sola casa non era stata completamente demolita, una struttura traballante dalle cui finestre proveniva una luce giallastra. I vetri erano spaccati, e mi affacciai appena. In una stanza che somigliava a un soggiorno alcune persone erano sedute su poltrone logore e sedie sgangherate. Ma i corpi sembravano troppo rigidi, troppo immobili. Nella stanza accanto, vuota e macchiata di muffa, Arcangelo Finezza sussurrava qualcosa intonando la sua voce melodiosa. A fatica, riuscii a resistere. Le persone a cui si rivolgeva sedevano altrettanto rigide come quelle nella stanza accanto, ma fissavano Il Profondo completamente rapite. Mi parve una preghiera. Quando tutte le persone sedute annuirono nello stesso istante e allo stesso modo, Il Profondo andò nella stanza soggiorno e accese la luce.
Urlai, la mano sulla bocca, mi lasciai cadere nel buio della strada e mi misi a correre, senza voltarmi, imboccai l’ingresso in Contrada e corsi fino a via Nerina Oscura. I miei stivali risuonarono ovunque nel quartiere, un indimenticabile rimbombo nel mio cuore, impossibile da quietare. Mi rifugiai da Corinna, e le raccontai tutto.
Cari lettori, sapete come si fa a ingannare il Diavolo?
Io, Ines Argenti detta Signora Disgrazia, malvista dalla città per colpa di una sfortuna che non mi apparteneva, ero stata raggirata. Da forze più oscure persino del mio stesso quartiere, e della mia stessa sfortuna.
-Cosa ci fa con quelle persone?
Corinna voltò alcune carte e le mise vicine.
-Sono il suo cibo, tesoro.
Deglutii un senso di nausea.
-Pozione di erbasanta dalle aiuole del Convento dei Morenti, da somministrare prima della mezzanotte di mercoledì, luna piena.
-E cosa ci faccio, Corinna?
-Serve a indebolirlo. L’unico modo per uccidere un Diavolo è strappargli il cuore.
Quello che Ines, in preda all’emozione, si è dimenticata di dirvi, è che tra le persone che Arcangelo Finezza aveva rapito c’era anche l’ispettore Rubicondi. L’ispettore aveva telefonato in commissariato per comunicare una vacanza, ma poteva sembrare vero che una persona che non aveva mai preso un giorno di ferie sparisse così, all’improvviso?
Quando Corinna mi raccontò il suo piano non dubitai, ma non osai domandare ancora, e la mia fantasia inventava sanguinari scenari che mi torturavano. Una trappola, ammaliante e mortale.
-Non ho già abbastanza sfortuna?
Corinna insisteva per farmi indossare un abito da suora con un vistoso copricapo.
-A quanto sembra la tua non è mai stata sfortuna.
-Sto per affrontare un Diavolo, cosa ti sembra, una benedizione?
Corinna sorrise.
-Ti riconoscerà, altrimenti.
Il Diavolo avrebbe temuto una suora. Mercoledì di luna piena. Arcangelo Finezza giocava a carte in un losco locale accanto al Convento dei Morenti. Non avrei destato sospetto. Il potere del travestimento mi stupì: quando entrai nel bar tutti gli uomini presenti abbassarono la testa. Arcangelo Finezza litigava con un giocatore, nemmeno mi notò. In un attimo lentissimo senza sguardi riuscii a versare la pozione nel suo bicchiere. Durò un secondo, e tutto riprese a scorrere normale. Arcangelo Finezza picchiò il pungo sul tavolo, si alzò, uscì. Lo seguii. Il mio vestito mi divenne comodo, mi sentivo protetta, forte. Arrivammo così, il Diavolo avvelenato e la finta suora, nella via Rattoppata Nera. Arcangelo Finezza barcollava, e appena in casa lo vidi accasciarsi a terra davanti alle sue innocenti, prigioniere, prede.
E qui, a questo punto della narrazione, lasceremo a voi lettori il compito di immaginare cosa accadde. Vi rivelerò che, quando Ines Argenti si appropriò del cuore di Arcangelo Finezza, tutte le sue vittime si disincantarono. L’ispettoreRubicondi quasi non si accorse di nulla, e fu subito chiamato a indagare sull’ennesimo caso di Signora Disgrazia, un omicidio raccapricciante nella Contrada Della Segreta. Il caso di via Rattoppata Nera fu archiviato. Quel posto, quella via, turbavano l’ispettore più del solito, un disturbo che non si sapeva spiegare. Dopo infiniti giorni di titoli e notizie raccapriccianti nessuno voleva più saperne nulla. Non ricordo se la colpa fu data a un maniaco sconosciuto, o se avessero incastrato qualcuno. Fu come se non fosse mai successo niente. Nella città di M. tutti volevano dimenticare. Ma era come se tutti avessero intuito, che c’era qualcosa di magico, sotto. La Contrada della Segreta diventò solo più spettrale.
Quel tuo cuore feroce, era ancora capace di intenerirmi. Non potevo sprecare quella meraviglia, così lo nascosi, in un posto che mi sembrava adatto, un carillon dolcissimo ma inceppato, dal suono che finiva per diventare orrendo. Come te. E quella chiesa, ti donava. Tu odiavi, le chiese. Mai incanto fu più a giusta ragione, spezzato.
