La ghettizzazione nella scuola e fuori
di Demetrio Paolin
Quello è accaduto ieri a La Spezia è terribile, perché è terribile morire a 18 anni, perché è terribile uccidere una persona a 18 anni. Il senso di impotenza aumenta perché le due vite oltre che distrutte saranno perdute. Infatti nell’attuale sistema carcerario italiano l’omicida riceverà una pena che non sarà né riparativa né riabilitativa, ma di mera condanna, e questa condurrà lui a una morte civile e sociale. Mi chiedo quando impareremo che giustizia non è galera. Ora il ragazzo verrà condannato, i forcaioli e giustizialisti contenti, mentre noi ci troveremo a piangere la vita di non uno, ma di due ragazzi.
Ciò che è accaduto ieri a La Spezia afferma a chiare lettere che le famiglie non ce la fanno, che la scuola non ce la fa. L‘omicidio è avvenuto in un ambiente che è lontano da ogni privilegio, perché la scuola si sta trasformando in un ente che non fornisce cultura, sapere, possibilità e futuro, ma segna profondamente i confini e costruisce ghetti.
La ghettizzazione è tale, che influenza che il modo con cui si discute e si parla di questi fatti. I pozzi dell’informazione sono avvelenati. Osservate il modo con cui è stato dato l’annuncio della vicenda. I due ragazzi non sono definiti “studenti diciottenni”, ma “italiani di origine X”, come se nella parola “origine”, così figurativamente assonante a un discorso razziale e classista (appartenenza a una precisa classe, una precisa cultura, a una precisa area sociale e di disagio), si palesasse il motivo della violenza.
Come se questa categoria – l’essere di origine X – fosse la causa di questo omicidio, dimenticando, o mettendo in secondo piano, lo smantellamento del sistema didattico, la mancata cura e formazione dei docenti nell’affrontare problematiche nuove, la creazione di edifici accoglienti e migliori per gli studenti, la mancata trasformazione delle scuole in luoghi di aggregazione, di quartieri e città, insomma come se il problema non fosse la distruzione continua e ventennale del sistema scolastico.
La scuola si è trasformata da possibile – lento ma possibile – ascensore sociale, a semplice luogo di ricovero. Non stupisce, quindi, l’inesorabile cammino verso la militarizzazione della scuola, perché solo in questa ottica non può destare stupore il fatto che gli alunni possano essere censiti non per i loro bisogni culturali e sociali, ma in base alla loro etnia. Gli alunni, tutti, non sono egiziani o palestinesi, russi o ucraini, italiani ma sono ragazzi e famiglie che spesso hanno problemi economici nel reperire libri di testo, nel pagarsi la mensa, nell’accedere alle attività extra-scolistiche, nell’accedere ai servizi sociali e medici per il rilascio di certificazioni. Tutto questo non ha nulla a che vedere con religione, genere, provenienza geografica e/o culturale, ma con il censo, la mancanza di possibilità economica.
Io ho deciso di insegnare non per ghettizzare, ma perché sono profondamente convinto che quello che insegno, la letteratura, la storia, sia il motore per una emancipazione sociale e culturale. Ciò che è accaduto a La Spezia, però, mostra che da solo non ce la faccio, anzi da soli non ce la facciamo: la scuola più che mai deve diventare il centro dell’impegno politico e sociale, non solo dei partiti, ma anche del mondo della cultura, ciò di cui la scuola ha bisogno è, però, un impegno reale, concreto, lontano da quelle comparsate a scuola utili solo per vendere il proprio libro su Giulio Cesare, sugli Adolescenti inquieti, sulla fragilità dell’amore, e via dicendo).
NdR Questo pezzo di Demetrio Paolin, qui ripreso, è uscito inizialmente sulla bacheca facebook dello scrittore e insegnante
