27 gennaio 2026
a cura di Andrea Inglese

“Ci viene chiesto dai giovani, tanto più spesso e tanto più insistentemente quanto più quel tempo si allontana, chi erano, di che stoffa erano fatti, i nostri «aguzzini». Il termine allude ai nostri ex custodi, alle SS, e a mio parere è improprio: fa pensare a individui distorti, nati male, sadici, affetti da un vizio d’origine. Invece erano fatti della nostra stessa stoffa, erano esseri umani medi, mediamente intelligenti, mediamente malvagi: salvo eccezioni, non erano mostri, avevano il nostro viso, ma erano stati educati male. Erano, in massima parte, gregari e funzionari rozzi e diligenti: alcuni fanaticamente convinti del verbo nazista, molti indifferenti, o paurosi di punizioni, o desiderosi di far carriera, o troppo ubbidienti. Tutti avevano subito la terrificante diseducazione fornita ed imposta dalla scuola quale era stata voluta da Hitler e dai suoi collaboratori, e completata poi dal Drill delle SS. A questa milizia parecchi avevano aderito per il prestigio che conferiva, per la sua onnipotenza, o anche solo per sfuggire a difficoltà famigliari. Alcuni, pochissimi per verità, ebbero ripensamenti, chiesero il trasferimento al fronte, diedero cauti aiuti ai prigionieri, o scelsero il suicidio.”*
“Tokyo.
Chi è, oggi, senza coscienza? Quelli che dal fatto di non provare alcun rimorso, dalla propria analgia morale, credono di poter inferire di non aver fatto nulla di male. «No, non sento i minimi ‘pangs of conscience’», ha risposto in un’intervista un ex capo di Stato che può vantarsi di aver dato il via a due massacri collettivi. Bastava questo, per lui, a liquidare la questione. E purtroppo non solo per lui: poiché questo provava, agli occhi di tutti, che i suoi due delitti non erano affatto delitti. La formula è: mancanza di cattiva coscienza = buona coscienza=prova d’innocenza. I coscienziosi, oggi, sono coloro che dubitano, per non dire i nichilisti della coscienza: che non solo rinunciano a credere che l’analgia morale sia una prova d’irreprensibilità, ma si rifiutano di credere, a occhi chiusi, che la voce della coscienza (di cui non negano la presenza e il rigore) garantisca senz’altro la validità di ciò che propone. Questa diffidenza estrema, questo record del dubbio, sono toccati solo di rado. (…) Formula: coscienza=diffidare della propria coscienza.”**
“La morte
Non c’è più data per la morte a Gaza, può invitarsi a suo piacimento nel calendario familiare, portare via i più giovani prima dei più vecchi, colpire in pieno giorno come nel cuore della notte, dopo un ultimatum o senza avvertimento, su di una strada sgomberata, nel bel mezzo di un mercato, tra due tende, all’entrata di un “corrdidor”, perché si è imboccata quella svolta, perché non la si è imboccata, perché si è usciti, perché si è restati. La morta è d’ora in poi a casa sua dappertutto, nei ‘blocchi’ da evacuare, nella ‘zona umanitaria’, nei focolari ai quali ci si aggrappa al di là del ragionevole, nei rifugi dove si è creduto alla protezione internazionale. Ma questa morte non è più quella delle tragedie di una volta e delle guerre precedenti, questa morte insaziabile non è più la stessa, essa è cambiata, mostruosa e mutante.” ***
“Le vittime non hanno completato nessuna delle loro azioni: né le loro cene, né le loro preghiere, né i loro incubi.”****
“28.04.2024
Ci incontravamo
e ridevamo, ci scambiavamo sussurri
e tazze da tè.
Non stavamo gioendo
Preparavamo solo il dolore nei ricordi.”*****
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* Primo Levi, I sommersi e i salvati, Einaudi, 1986.
** Günther Anders, L’uomo sul ponte. Diario di Hiroshima e Nagasaki [1959], Mimesis, 2024.
*** Jean-Pierre Filiu, Un historien à Gaza, Les Arènes, 2025.
**** Mahmoud Darwish, In presenza d’assenza [2006], Feltrinelli, 2014.
***** Haidar al-Ghazali, in Il loro grido è la mia voce, Fazi, 2025.
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Immagine: Pierre Ardouvin, Amnesie, 2006.
