Altrove, dove se no

di Séverine Daucourt

Traduzione di Silvia Marzocchi

 

 

 

In camera, rimbocchi le lenzuola, sugli urli, di sotto.

Ti avventuri, una notte dopo l’altra, fuori dal letto, metti il sonno,
in un cestino, per il lupo più tardi, avrà fame.

Le parole rimangono sull’orlo, senza rifugio, dei tuoi denti, le tue palpebre spalancano,
l’oscurità, vorrebbero chiudersi, e farla tacere.

Nel buio, nonostante la guerra, il bisogno di essere cullata, salvata.

Chi potrebbe tenere il tuo corpo, mentre soffochi la tua bambola?

Con cautela, dischiudi le mani, sulla tempesta.

Varcata la soglia, vuoi raggiungere l’uscita, vicolo cieco, che senza scampo, ti respinge.

Un piede dopo l’altro, prosegui, distendi le gambe piano piano, il fiato preso, in fallo,
d’incomprensione.

I tuoi fratelli già, fanno scorrere le barricate, insieme proseguite, in geometria invariabile, contro il vento.

Lo spazio si dilata, intorno a voi, fatta la conta, uno due tre stretti, il piccolo battaglione.

Vi arrampicate per i gradini, interminabile discesa, nella tromba delle scale, un inferno da attraversare, che vi assedia, e si vendica di cosa, su di voi.

Il caos incalza, vi stringete, fate fronte al rischio, compatti, ciascuno si sente responsabile dell’altro, tu hai paura per il piccolo, il grande ha paura per te, insieme avete paura per i vostri genitori, non serve parlarsi o guardarsi, ogni paura circola, e una si aggira più spaventosa di un ciclone, più forte di quella di morire o di vedere morire, la paura non si sa di cosa, di essere disintegrati, dimenticati, nella propria casa.

L’acqua è già sgorgata, dai tuoi occhi aperti, ma i tuoi occhi si rifiutano, di annegare.

Il suo viso stravolto, dove gocciola il sangue, dalla pelle graffiata, dirotta il tuo sguardo, al largo dei tuoi piedi, scruti il pavimento, non puoi muoverti, ti accontenti, di fargli sentire, che si deve rialzare, tuo padre, perché cessi quell’urlo che ti sbatte contro, il cranio, ma la terra gira, sotto di voi.

Sei intrappolata tra quel particolare – la goccia di sangue sulla sua guancia – e il cosmo.

La segui, lei non dice scegliere dice seguire, dovrai rinunciare, al papà seduto, sul divano bianco, indifferente al sole dell’alba, che sta filtrando, eppure a lui piace, l’estate.

Esiti, a abbandonare il suo sguardo, labirintico, come sperduto, in senso unico.

Ma il baccano ricomincia, allora la segui, questa madre cieca, al tuo sacrificio.

Per abbreviare, ti alleni, a farti trasparente.

Per una risposta, o per ottenere un cessate il fuoco, preferiresti confessare, che è tutta colpa tua, ma non trovi, di cosa essere colpevole.

Vi fa svolazzare, non te la senti di ballare, né di uscire per farti notare, quando tutta agghindata, taglia le curve come un fendente.

Sul suo cappotto, cinturata per bene, posi il viso furtiva, il resto non ti appartiene.

Una volta arrivati, bisogna continuare, ascoltare la furia, spiattellare l’intimità cruda, e la tua voce inciampa, tra due raffiche, perché il piccolo, cerca il suo pupazzetto.

La notte rasa al suolo, allo spuntare del giorno, siete profughi, questa casa è buia, perché non è la vostra.

Raccogli le braccia, cerchi di tenere il corpo, fuori dall’agonia, esplorare qualcos’altro, cambiare menù, buttare via gli archivi, fare come quei vicini, carini.

Ti chiedi se da qualche parte puoi trovare, un rimasuglio di certezza.

Non dici nulla.

La tua mano tiene qualcuno che ti tiene.[1]

 

⊗⊗

Una chiacchierata con Séverine Daucourt

A cura di Silvia Marzocchi

Séverine, hai cominciato a pubblicare all’inizio degli anni 2OOO, situando la tua scrittura chiaramente nell’ambito della poesia contemporanea con testi come per esempio l’Île écrite (Éditions Jacques Brémont, Prix Ilarie Voronca 2003) o À trois sur le qui-vive (Éditions La lettre volée, 2012). In questi libri spicca soprattutto il lavoro sulla lingua, in particolare una rielaborazione molto personale della sintassi e del modo di assemblare le parole, cosa che produce uno slittamento del senso e un suo diverso riverbero sul lettore mentre procedi per tocchi ‘impressionistici’, per così dire, benché incisivi. Ultimamente, invece, direi da Transparaître in poi (Éditions Lanskine, 2019), stai andando sempre di più verso una poesia narrativa come se volessi oggi raccontare in modo più esplicito lo svolgersi di una storia o della tua storia, cosa che fai chiaramente in Décharge (Éditions Lanskine, 2025) anche se rimpiazzi l’io narrante con un ‘tu’. E il tuo prossimo libro Le Monsieur, che uscirà in aprile 2026 per le Éditions Dalva, sarà un romanzo.

Ci puoi parlare un po’ del tuo lavoro e della sua evoluzione ?

Séverine Daucourt:

Con gli anni e libro dopo libro il mio rapporto alla narrazione è andato modificandosi mentre nel frattempo la mia voce si faceva via via più chiara – la marginalità e la dissidenza rispetto alla lingua andavano diminuendo come se uno spazio comune, un rapporto meno conflittuale con la norma, diventassero a poco a poco una possibilità. L’impressionismo che descrivi riflette il desiderio che avevo di lasciare emergere nella parola scritta rappresentazioni inaspettate, di stanare il senso, di giocare con tutte le polisemie, di addentrarmi sempre di più nella lingua, farla mia complice, un rifugio possibile dove sperimentare senza temere che dietro il senso di una parola se ne potesse nascondere un altro, ma di poterci anzi giocare, di uscire finalmente dallo stato di allerta permanente, di sentirmi fiduciosa nella forma poetica come in niente altro.

Mi sono molto tranquillizzata scrivendo e misurandomi con un’esperienza che magicamente si ripeteva e mi provava l’esistenza della lingua sulla quale potevo contare. La lingua quindi c’era, si riproduceva, e mi sforzavo di estrarne qualcosa per tradurre se non altro la sua semplice presenza. Non sapevo ancora bene quello che volevo dire. Lasciavo fare le parole, affascinata dallo loro plasticità. Mi mostravano tutte le loro possibilità.

La poesia è un territorio di libertà totale dove la scrittura può disorientare o affascinare e la mia ricerca si è a lungo limitata a una ricerca di confronto con l’inedito – in altre parole, a inventare la mia propria lingua, cosa che lungi dall’essere una terapia è piuttosto un sintomo recalcitrante.

Dai testi dove sperimentavo la lingua manipolandola radicalmente per farci entrare un’esperienza indicibile, sono via via arrivata a intravvedere, a considerare una storia, la mia, come qualcosa che poteva essere raccontata con una lingua sempre più frontale mentre la narrazione – il mio romanzo personale- si faceva al tempo stesso più chiara. Questo mi ha permesso l’evoluzione di cui parli.

Dopo “l’impressionismo” – queste epifanie scaturite da una forma che sfiorava a volte una sorta di ermetismo –, i testi retrospettivamente composti a partire da frammenti, e trent’anni di scrittura, sono approdata a una narrazione più lineare – per quanto si presti ancora a interpretazioni diverse.

Il soggetto dei miei libri quindi è sempre stata la forma insieme alla rivolta intima con la quale questa forma ha di volta in volta cercato di coincidere. Più la rivolta intima è diventata chiara più si è fatta condivisibile. Più l’intimità – che da sempre è la mia materia prima – è diventata esplicita e più si è rivelata politica e meno personale – benché paradossalmente più letteralmente aderente alla mia esperienza, a fatti precisi riaffiorati alla memoria -, ed è andata verso qualcosa di “comune”. La mia scrittura, mio malgrado, ha quindi assunto una tonalità socio-poetica.

I miei ultimi testi non aspirano a essere testimonianze, anche se hanno anche quel valore, ma a mostrare le violenze sistemiche – neoliberali in Poudreuse, (Éditions MF, 2025), patriarcali, famigliari, mediche in Décharge.

Il genere poetico, quale l’ho qui indicato, consente di nominare senza ridurre i fatti a semplici aneddoti. Apre e dispiega il tema forzandolo in una forma che lo sovverte e universalizza al contempo. Dando modo alle parole di risuonare altrimenti può testimoniare in modo sensibile di tutta la loro complessità, grazie ad addensamenti, affioramenti o germinazioni significanti (un impressionismo ancora presente, ma in modo diverso), che la prosa classica o il saggio non permettono.

Quando in Décharge, che è il mio ultimo libro di poesia pubblicato, ho realizzato quello che a mia insaputa e in filigrana contenevano già i miei libri precedenti mi sono sentita “capace”, senza averlo premeditato, di scrivere una storia in prosa. Il libro che segue Décharge è un romanzo breve, una favola intitolata Le Monsieur, che rimane comunque poetico perché costruito facendo leva abbondantemente sui meccanismi della lingua più che su un intreccio avvincente. Il mio prossimo libro è quindi un romanzo ma non lascio la poesia. Non è cambiato il mio rapporto alla lingua ma il mio rapporto alla narrazione. Mi sta sempre e ancora a cuore circoscrivere la scrittura di un libro alla necessità di designare l’innominabile, qualcosa di chiuso fuori dal linguaggio. Il prossimo libro non sfugge a questo principio. Che poi è quello che mi aspetto dalla letteratura e mi sforzo di applicare al mio lavoro.

Come rientra il tuo essere donna nella tua pratica?

Séverine Daucourt:

Mi è molto difficile rispondere a questa domanda, mi è difficile capirla. Ho sempre cercato, scrivendo poesia, di disfare questa differenza imposta, uomo <—> donna, e così disfacendo di agire se non altro sulla lingua. Da sola, però, non posso agire molto sulla lingua e ancora meno sulla poesia. In quanto poeta, basandomi su quello che costituisce la mia differenza biologica, ormonale, umorale, ho potuto contribuire, come altre “donne”, all’apertura della poesia rappresentandola da una prospettiva eterodossa più o meno benaccetta. Nei miei libri ho parlato del mio vissuto, che è quello di un essere dotato di un utero e di due ovaie, un essere che si è conformato troppo a lungo alle ingiunzioni di genere. Ma al di là di questa condizione, il tema che attraversa i miei testi è quello delle minoranze, del rapporto tra margini e centro e non ho molto da teorizzare se non quello che ho già scritto nei miei libri.

Cerco semplicemente, come tutt3 noi – donne ma anche pazz3, queer, immigrat3…, l’insieme degli individui all’opposto delle categorie dominanti – di agire dando voce a una parola singolare, a prescindere da comunità immaginarie, anche se senza dubbio faccio parte ad alcune di queste.

Se il mio essere donna impregna la mia pratica, allora spero che possa servire da antidoto al discorso scientifico, giuridico, commerciale che strutturano il pensiero generale legato a un modello che si fonda sulla differenza sessuale e sul capitalismo patriarcale. Spero che il mio corpo, insieme al corpo delle altre donne scrittrici, agirà un giorno sul corpo della lingua attraversandolo e modellandolo con le nostre ferite e che questo si ripercuoterà sul corpo sociale.

Cenni biografici

Séverine Daucourt nasce a Belfort nel 1970. Sin dagli anni 2000 si è imposta come voce importante nella scena poetica francese anche esplorando la dimensione scenica e orale dei suoi testi all’incrocio tra teatro, spoken word e canzone. Dirige il laboratorio di creazione poetica del Jeune Bureau de la Comédie Française e programma ogni mese il Labo Poétique della Maison de la Poésie di Parigi. Ha animato vari laboratori di scrittura nelle scuole, università, servizi sociali e di assistenza sanitaria. La sua opera spazia dall’autobiografico alla riflessione socio-poetica. È psicologa e traduttrice dall’islandese. Il suo ultimo libro, Décharge (Éditions Lanskine, 2025), è un lungo poema in cui esplora come l’incesto e le violenze intra-familiari foggino un infanzia e inducano un silenzio tenace.

Bibliografia recente

  • Dégelle, La Lettre Volée, 2017
  • Transparaître, Lanskine, 2019
  • Noire Substance, Lanskine, 2020
  • Les Éperdu(e)s, petit précis de psychiatrie poétique, Lanskine, 2022
  • Transparaître (encore), Lanskine, 2023
  • Poudreuse, éditions MF, 2025
  • Décharge (signé Séverine), Lanskine, 2025
  • Le monsieur (roman), di prossima pubblicazione nel marzo 2026 per le éditions Dalva

Homepage

[1] (N.d.T.) Sulla genesi e sulla traduzione di Altrove, dove se no

Questo testo è stato scritto di getto quando Séverine si è resa conto che stava per scadere il tempo per una borsa alla quale voleva concorrere per una residenza artistica. Ed è in questa forma che è uscito sulla rivista Sarrazine n°24, 2024. In seguito l’autrice l’ha ripreso e sviluppato fino a farne un libro, Décharge (Éditions Lanskine, 2025) nel quale passi di questo testo embrionale sussistono qua e là. Ovviamente la forma è cambiata, per esempio le virgole che nel libro sono saltate. La versione che ho tradotto qui è quella che si trova nella rivista Sarrazine n°24, dove le virgole, che ho praticamente lasciato tali e quali, non hanno quasi mai una funzione grammaticale. Ho scelto di lasciarle perché hanno una chiara funzione ritmica: ritmano il respiro, o meglio lo rendono affannoso, ansante e infondono nel testo una sensazione di mancanza d’aria.

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Andrea Inglese (1967) originario di Milano, vive nei pressi di Parigi. È uno scrittore e traduttore. È stato docente di filosofia e storia al liceo e ha insegnato per alcuni anni letteratura e lingua italiana all’Università di Paris III. Ora insegna in scuole d’architettura a Parigi e Versailles. Poesia Prove d’inconsistenza, in VI Quaderno italiano, Marcos y Marcos, 1998. Inventari, Zona 2001; finalista Premio Delfini 2001. La distrazione, Luca Sossella, 2008; premio Montano 2009. Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato, Italic Pequod, 2013. La grande anitra, Oèdipus, 2013. Un’autoantologia Poesie e prose 1998-2016, collana Autoriale, Dot.Com Press, 2017. Il rumore è il messaggio, Diaforia, 2023 (Premio Pagliarani 2024). Prose Prati, in Prosa in prosa, volume collettivo, Le Lettere, 2009; Tic edizioni, 2020. Quando Kubrick inventò la fantascienza. 4 capricci su 2001, Camera Verde, 2011. Commiato da Andromeda, Valigie Rosse, 2011 (Premio Ciampi, 2011). I miei pezzi, in Ex.it Materiali fuori contesto, volume collettivo, La Colornese – Tielleci, 2013. Ollivud, Prufrock spa, 2018. Stralunati, Italo Svevo, 2022. Storie di un secolo ulteriore, DeriveApprodi, 2024. Romanzi Parigi è un desiderio, Ponte Alle Grazie, 2016; finalista Premio Napoli 2017, Premio Bridge 2017. La vita adulta, Ponte Alle Grazie, 2021. Saggistica L’eroe segreto. Il personaggio nella modernità dalla confessione al solipsismo, Dipartimento di Linguistica e Letterature comparate, Università di Cassino, 2003. La confusione è ancella della menzogna, edizione digitale, Quintadicopertina, 2012. La civiltà idiota. Saggi militanti, Valigie Rosse, 2018. Con Paolo Giovannetti ha curato i volumi collettivi Teoria & poesia, Biblion, 2018 e Maestri Contro. Brioschi, Guglielmi, Rossi-Landi, Biblion, 2024. Traduzioni Jean-Jacques Viton, Il commento definitivo. Poesie 1984-2008, Metauro, 2009. È stato redattore delle riviste “Manocometa”, “Allegoria”, del sito GAMMM, della rivista e del sito “Alfabeta2”. È uno dei membri fondatori del blog Nazione Indiana e il curatore del progetto Descrizione del mondo (www.descrizionedelmondo.it), per un’installazione collettiva di testi, suoni & immagini.
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