Costumi
di Lidia Massari
Tolentino, 2020
Il sole delle due proietta sullo spiazzo il rettangolo nero dell’insegna “FALLIMENTI”. Il silenzio è graffiato dalle ruote della batmobile che un bambino guida tra le maglie della recinzione metallica, buche provocate dalle bombe lanciate del nemico contro l’eroe concentrato sulla missione del giorno: raggiungere il mare promesso.
«Mamma, quando andiamo?».
La donna esce dalla porta di uno dei container che riempiono il cortile: parallelepipedi grigi rialzati da terra, pezzi di Lego giganti accostati a formare una sorta di edificio, incandescente, a quell’ora, nella torrida conca tolentinate. Ha in mano una bottiglia d’acqua da due litri; guarda il figlio sorridendo ma senza rispondere, e comincia ad innaffiare con cura lenta le piante di menta, rose, basilico, origano e petunie che occupano rigogliose i contenitori sistemati ai lati della soglia, latte di olio di semi e barattoli di passata in confezione famiglia.
Il bambino rientra di corsa, deve essere certo che oggi sarà un giorno di treni e di mare: la sorella, cinque anni, le gambe magre e tanti capelli neri, ha già addosso il costume, e sale senza fiatare sul passeggino trasformato in una carriola che contiene di tutto, acqua, panini, asciugamani, secchielli e mutande pulite per dopo. Lei impacchetta cose da anni: in fuga dalla guerra, in fuga dai campi profughi, in fuga da Dresda, in fuga dal terremoto, si impara a capire che l’essenziale può essere non solo il caricatore del cellulare, ma una foto, una spilla. Solo da poco ha smesso di tenere vicino alla porta un borsone pronto per scappare in caso di emergenza. Controllando se abbia dimenticato qualcosa, si ferma l’hijab intorno alla testa con gesti sicuri. Un ultimo sguardo al cucinino, il regalo della famiglia che abitava lì, e che se n’era andata da poco: due fuochi, contro ogni norma, ma basta poco per credere un’oasi quella scatola di metallo in una zona invisibile alla città, mimetizzata fra i capannoni industriali, senza servizi, senza bus, con la gente del posto che ha paura di passare vicino a quell’isola ecologica di rifiuti umani.
Il bambino stringe in una mano la macchinina, nell’altra un lembo dell’ampia veste della madre: ha otto anni e ancora tanta paura, mentre nel bianco della calura affrontano la salita verso il negozio dove lavora il padre, e poi ci sarà la stazione, finalmente. Il cielo è colmo del canto assordante delle cicale; incombe sui tre un enorme manifesto che annuncia grandi svendite dei costumi prodotti nello stabilimento Arena, a due passi da lì: una ragazza esce grondante acqua da una piscina con un costume intero in cui tagli strategici mostrano porzioni abbondanti della sua pelle ambrata, il ventre piatto, gli occhi azzurri che guardano un punto lontano con aria sfidante.
Il padre li aspetta già pronto sul retro del negozio 24/7 dove lavora come tuttofare, gli occhi che rivelano un’eccitazione infantile: alza le mani occupate da sacchetti di plastica da cui spuntano foglioline flosce di piante aromatiche invendute.
«Ancora?» fa lei, e ride, e sa che è inutile opporsi: già fa spazio nella retina del passeggino, tra i giochi dei bambini, attenta a che la terra non sporchi.
Nel 2015, la sera prima della fuga dalla loro casa di Aleppo, aveva cucito nell’orlo dei vestiti i semi della rosa che cresceva in cortile. Avevano progettato tutto con cura, sotto i bombardamenti: avevano preparato gli zaini, chiuso a chiave la porta di casa. Ogni piano però si era dissolto quando, usciti dalla città, videro le vie, le strade e persino i sentieri fusi in un labirinto incomprensibile. Marciarono in direzione sud per settimane, a volte unendosi a gruppi di altri in fuga, loro con la figlia neonata e il figlio di appena due anni. Il campo di Zaatari che li accolse in Giordania era grande come una città, con i negozi, il panettiere, e persino un piccolo giardino. Erano lì da una decina di giorni, quando lui si unì al piccolo gruppo che stava seguendo una lezione sulla coltivazione idroponica. Si sedette con gli altri, si passò una mano sulla coscia: riusciva a sentire attraverso la stoffa della camicia la forma rotonda delle bacche, le teche dei semi. Ne tirò fuori una, ne incise con l’unghia la superficie, la aprì, svelando all’interno la polpa dolciastra che ospita i piccoli semi. Si alzò e raccolse da terra un vaso di plastica, bucato sul fondo, le parole dell’istruttore solo rumore di fondo. Prese da un sacco una manciata di ciottoli di argilla, da un altro due palette di terra, ora si muoveva nella dimensione in cui le sue mani riuscivano a infondere vita, a emanare la potenza generativa che rendeva rigogliose le piante, fertile la sua donna. Coprì i semi con un velo di terra, ci spruzzò sopra un po’ d’acqua con le dita, e lasciò il vaso a un compagno, «Take care, roses».
Dresda, 2015
La donna si lascia cadere sulla sedia di un locale nella piazza del Mercato vecchio, scostando appena il caftano a grandi fiori, occhiali scuri sotto il cappello nero a falde larghe. Ordina un caffè, e intanto tira fuori dalla borsa un bicchiere di carta col logo del caffè Borbone, un rossetto dal colore acceso e il cellulare: si trucca con pochi gesti precisi, poi imprime le labbra sul bicchiere, paga la consumazione e si avvia, bicchiere in mano, verso il monumento che occupa una parte della grande piazza.
Vennero scavate molte buche. Nessuno sapeva cosa si sarebbe trovato.
Dresda: pacifica città dedita alla produzione di farmaci e saponi, abitata per la maggior parte da civili e lontana dai fronti di guerra: dopo le bombe non c’è rimasto più niente.
La maggior parte delle buche non serviva a niente: si arrivava all’asfalto, o a macigni impossibili da spostare. Non c’erano mezzi meccanici, né cavalli né muli né buoi.
Osserva il memoriale che celebra le migliaia di cadaveri cremati.
Arrivarono finalmente a una rete di travi, come una specie di cupola. Aprirono un varco nella rete. Sotto c’era buio e spazio vuoto.
Una specie di grande panchina quadrata, pensa; alle spalle, un ascensore di cristallo, e la P blu che segnala la presenza di un parcheggio sotterraneo.
Un soldato tedesco si calò con una pila; quando tornò su disse che lì sotto c’erano dozzine di corpi.
Un’iscrizione ricorda la rappresaglia degli Alleati contro le forze del Male- cancellare la colpa sterminando una città: ha senso?
Furono aperte qua e là centinaia di miniere di cadaveri. In principio non puzzavano, poi i corpi cominciarono a corrompersi e a liquefarsi, e c’era un odore di iprite e di rose. Così va la vita.
La donna tira fuori dalla borsa una reflex e un libro, e comincia ad arrangiare la sua scena sul marmo bianco. Si è inventata un mestiere, in fondo: pubblica su YouTube recensioni di libri che ambienta in luoghi evocativi, generatori di corrispondenze capaci di toccare l’animo di lettrici non giovani. Uno dei suoi ultimi post -la foto sgranata del romanzo di una esordiente accanto a un vaso di peonie color vaniglia, con una tazza vittoriana sullo sfondo- ha avuto migliaia di like, e ha attratto lo sponsor che le ha pagato il viaggio in Germania. Una variazione in una vita che scorre senza scosse fra collaborazioni, qualche traduzione, consulenze di editing, tutti lavori con cui non arriverebbe nemmeno a pagarsi la spesa, se non ci fosse l’entrata fissa di un paio di affitti, lascito di genitori che avevano avuto l’accortezza di spegnersi quasi all’unisono, e senza l’agonia di lunghe malattie invalidanti.
Apre il libro, Mattatoio n. 5, lo appoggia a faccia in giù, gli mette accanto il bicchiere sponsorizzato, guarda il tutto attraverso il mirino della reflex, spiando il momento in cui un raggio di sole trapelerà dalle nuvole: questo sarà il coup de theatre che farà schizzare in alto il numero delle visualizzazioni del libro in promozione, uno di quei volumi sulla Shoa che ingolfano librerie e supermercati appena finisce l’Epifania. Mentre scatta, sente salire la nausea, pensa che beve troppi caffè e dorme troppo poco, e che in Germania non mangiano abbastanza verdura. Alza gli occhi, la piazza si è svuotata: grosse gocce si schiantano sulla copertina del libro, prima rade, poi, di colpo, fitte e dure come aghi.
Infila la reflex in borsa, corre verso l’ingresso del parcheggio, che è lì a pochi passi: il corpo pesante fatica, il grande cappello si intride di pioggia e le bagna i capelli. Scende le scale di corsa, ha l’impressione che lì sotto sia buio come in una grotta, sente l’odore di gomma e di diesel, di cassonetti colmi di rifiuti alimentari putridi. I led di un’auto squarciano la notte infernale, proiettando sulla parete di fondo sagome di oggetti che non riconosce più. In fondo, fra una centralina elettrica e un bidone, scorge qualcosa che la attira come una visione: accanto a due borsoni, una madre, protetta da un uomo e da un bambino, allatta un neonato minuscolo.
Porto Recanati, 1975
Rimane da sola, lungo la linea del bagnasciuga, prima o poi succede che le amiche di città, quelle che passano l’estate in provincia nelle case dei nonni, la prendano in giro; fa male, ma per lei le chiacchiere su Roma e Milano sono l’esca che incendia i suoi sogni da ragazzina in fuga. Sogni invernali, peraltro: perché nulla può incrinare la perfezione di quei tre mesi d’estate, niente compiti, solo libri da leggere, niente regole, fatto salvo il rispetto rigidissimo degli orari del pranzo e della cena. I ragazzi sono tutti più o meno coetanei: i loro genitori erano in gran parte cresciuti insieme al paese, poi si erano sposati e trasferiti altrove. Solo i suoi genitori erano rimasti in provincia, condannandola al bovarismo tipico dei marchigiani.
Vanno tutti in spiaggia dopo le 11, senza ombrellone, gli asciugamani lisi, sempre gli stessi da anni, induriti dai lavaggi come carta vetrata, con un costume preso a caso, a volte uguale per maschi e femmine: il pezzo sopra era per le donne fatte, e poi chi lo voleva il segno bianco del costume? Pochi giorni prima la madre però l’aveva portata a fare compere nella boutique più fornita del paese: “prenditi un due pezzi, hai 12 anni, è ora che la smetti di fare il maschiaccio”. E il giorno dopo era arrivata in spiaggia con questo microscopico bikini di cotone a righine bianche e blu, tenuto su da laccetti rossi sui fianchi e intorno al collo: per la prima volta aveva sentito su di sé gli sguardi ammirati delle amiche della madre.
Cammina a testa bassa, ha quasi raggiunto gli altri: li sente parlare di FGCI e collettivi, e capisce la metà delle cose che dicono, dei dischi che ascoltano, e sente la rabbia salirle alla testa. La sagoma nera, enorme, del capannone Montecatini è ormai vicinissima: le gambe e i piedi si coprono di una polvere chiara con riflessi violacei −residui di quale mistura chimica?−, i sassi sono neri di chiazze di catrame che si appiccica alle piante dei piedi e che solo la trielina riuscirà a mandar via. Sono ormai all’ombra dell’edificio, cattedrale industriale ormai in disuso, l’enorme arcata a sesto acuto sorretta da piloni di cemento armato da cui fuoriescono ferri arrugginiti. Qualcuno ha divelto i grandi portoni di legno dell’ingresso.
«Entriamo? O hai paura?» chiede il ragazzo, che si è staccato dal gruppo e la sta aspettando, gli occhi celesti e la pelle scura. Lei non risponde, i piedi ancora nell’acqua, mentre da un baretto lì vicino arrivano le note della sigla di Alto gradimento.
Intorno al capannone crescono ciuffi di piante azzurrognole dalle foglie larghe come piccole mani palmate, e a posto delle unghie, le spine.
«Ahia!» strilla lei, ma il ragazzo le afferra la mano e la trascina nella pancia del mostro.
«Siamo nella balena!».
Lì non si sente il rumore del mare, solo l’aria greve di un odore acre. Si fermano, la pelle che brilla nel buio. Lui allunga una mano, le sfiora un orecchio e la nuca, lasciata libera dalla coda di cavallo; con un gesto da bambino tira un capo del fiocco che tiene su il reggiseno. I due piccoli triangoli si ribaltano, lasciando scoperti i due seni, i capezzoli ancora ciechi.
«Deficiente!», ride lei, e sposta il suo peso come per buttarlo per terra, per lottare come gattini, ma lui le afferra i polsi, la avvicina a sé. La ragazza si blocca, immobile sull’orlo di una terra inesplorata. Lui intreccia le dita dietro la schiena di lei; i loro corpi sono uniti, le pance, sudate, si toccano. Lei sente qualcosa premerle sulla parte alta del pube, proprio lì dove ogni tanto sente una fitta, e poi un liquido caldo, vischioso, le cola giù per la gamba. Non è roba sua. Scatta via schifata, si allaccia il costume correndo, la luce del giorno sembra lontanissima alla fine del tunnel, in un attimo è in acqua, e comincia a nuotare. Uno, due, tre, quattro, cinque sei, verso il largo, sono spariti i ghirigori di sabbia sul fondo. Nuota e sente il corpo leggero nell’elemento che le è proprio, è un pesce, lo dice sempre suo padre, e affonda le braccia nell’acqua turchese. Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, avverte le piccole correnti d’acqua gelida, sta attenta alle onde che increspano la superficie come ciglia bianche su occhi invisibili. Conosce bene quel mare, sa dove deve giare la testa per evitare di bere. Uno, due, tre, quattro… i lacci delle mutandine le sfiorano le cosce, il mare ha sciolto i fiocchetti. Uno, due, tre… un’onda le finisce in bocca, beve, si ferma di botto. Tossisce, ma è già capitato, sa che deve respirare e stare calma: niente panico, lascia che la vescica si liberi: il respiro si fa regolare. La riva è lontana: gli uomini come formiche, e il capannone un cilindro di liquerizia mezzo coperto dalla sabbia. La cupola della basilica di Loreto galleggia nel cielo come un’astronave aliena. La ragazza rovescia la testa all’indietro, lascia che il mare le sorregga i fianchi, penetri ogni orifizio del suo corpo: adesso è pulita.
Porto Recanati, 2020
L’ennesimo sbarco dall’ennesimo viaggio: la donna decide di cambiare programma, dal parcheggio dell’aeroporto punta la macchina verso il mare; si acqueta solo quando scorge la sagoma familiare del capannone Montecatini, relitto spiaggiato ormai inglobato nei palazzi figli di un’architettura linda e prevedibile. Si siede sui ciottoli, si toglie il suo assurdo cappello; poi si alza, fa qualche passo e immerge i piedi nell’acqua con tutti i sandali.
Loro arrivano dopo le sei, senza ombrellone, solo una borsa con dentro teli da doccia e un sacchetto da cui sbucano piante. Lui si butta in acqua senza aspettare, lasciando una breve scia di abiti da lavoro. Lei, in pantaloni e casacca verde acqua, il capo velato, aiuta il figlio maschio a togliersi la maglietta: lui vola in acqua, dal padre, si schizzano, si tuffano, annaspano. Le altre famiglie chiudono gli ombrelloni tra le urla isteriche dei piccoli. Lei armeggia intorno a un passeggino, fa scendere una bambina gracile, dai grandi occhi scuri.
Appena più in là un’altra donna velata, tutta vestita di nero, accoglie fra le braccia un bambino di forse dieci anni, stringendolo a sé mentre gli asciuga i capelli. Gli mette in mano un panino, poi si avvicina alla riva. Mette i piedi nell’acqua, le piccole onde lambiscono il bordo della veste. Il marito e il figlio giocano: i nomi diventano un gorgoglio, adesso l’acqua le arriva alle ginocchia, sarà bagnata fino alla pancia, il vestito è di garza.
I raggi radenti ingrandiscono la figura della donna in verde, che si alza a guardare meglio la scena. La figlia, in costumino e maglietta, corre verso la riva, vuole andare dal padre, ride quando le onde le bagnano le cosce. Il marito dice qualcosa, più allegro dell’allegria infantile dei figli. La donna entra nell’acqua senza rispondere, abbassa lo sguardo verso la donna in nero, dritta, nel sole, come un’icona, la mano d’istinto sul ventre.
