Christopher, o la percezione del vero
di Sara Vergari

Senza preavviso e senza luce artificiale è stato concepito a seguito di una residenza d’artista nell’Eremo di Santa Caterina, all’isola d’Elba, L’altro imperatore (Edizioni l’Obliquo, 2024), albo che unisce i testi di Matteo Bianchi e gli scatti in lunga esposizione di Andrea Lunghi, in un dialogo che coinvolge il potenziale simbolico tanto della parola quanto dell’immagine, e lascia spazio al lettore di interpretare ciò che per volontà degli autori rimane ermetico. Come suggerisce il titolo, il libro allude al Napoleone privato, una volta dismessa l’uniforme del potere e dietro la maschera del grande governatore. Di fatti, le foto di Lungo conducono a immaginare una lunga notte di Napoleone non in battaglia, ma a letto, in un sonno concessosi durante l’esilio sull’isola nel Tirreno. Le foto di Lunghi ritraggono sempre la stessa scena, il letto in ferro battuto su cui avrebbe dormito, ma scorre il tempo, cambia la luce, si muovono le lenzuola come se potessimo vedere la presenza stessa del corpo di Napoleone lì in fermento. Il tempo di una notte mostrata dalle fotografie viene dilatato e disarticolato dai testi, poèmes en prose che pennellano momenti di microstoria al limite tra sogno e realtà.
II.
Aspettando gli ordini la sua tenda era sempre la più silenziosa. Poco lontano si riunivano, si azzuffavano, ballavano intorno al fuoco, si stringevano per il freddo, bevevano per non pensare alla mattina dopo, magari per sognare una ritirata imprevista, un suo ripensamento. Nessuno poteva immaginare la vertigine che avrebbe dato essere sfiorati da una palla di cannone, il brivido di un incubo. La speranza di schivarne un’altra ancora avrebbe tolto loro il sonno per giorni. Quando trascorreva mesi senza sfilarsi l’uniforme neanche la notte, sotto la fiamma che tremava e l’olio che fremeva, non l’avrebbe più levata.
La notte dell’imperatore, frangente in cui metaforicamente si manifestano le più intime verità e fragilità, racconta di un’estrema solitudine e di una ricercata lontananza dal reale, di un bisogno narcisistico di autoelogio e di pensieri opprimenti che si sovrappongono. In fin dei conti tutto sembra un’illusione, da quella di un Impero sgretolatosi in poco tempo a quella di un personaggio solo in apparenza saldo. Persino l’Epilogo, che disorienta il lettore, offre un’altra illusione, quella di un uomo malato che crede di essere Napoleone. Nell’ultima immagine l’Imperatore sembra essersi alzato e avere lasciato la stanza, con in sottofondo queste intense parole di Bianchi:
D’altronde a lui importava che le relazioni durassero, per quanto pericolose, che il tempo si fosse innamorato delle sue imprese, ma a quale costo? La verità fu sempre troppo distante, altera,
non fu mai un suo affare.
Un anno dopo i testi suddetti sono confluiti in chiusura del nuovo lavoro di Bianchi, la raccolta Christopher (Interlinea, 2025), nella quale il personaggio di Napoleone dialoga con altri due uomini della Storia, se pure di epoche diverse, Christopher Channing, artista queer e attore teatrale, e Roberto Pazzi, intellettuale portatore di valori controcorrente. Le parti, queste nuove in versi, una volta cucite insieme vengono a costituire un percorso esistenziale scandito da quattro soglie (del sé, dell’amore, dell’inappartenenza, della memoria), in cui i personaggi divengono simbolo al contempo di fragilità e resistenza al reale nell’estremo desiderio di sparire. Tanto che le figure stesse che animano i versi finiscono per diventare fantasmatiche e illusorie anche per chi legge. Se per Napoleone lo abbiamo già detto in precedenza, Christopher fluttua incorporeo ormai vinto dal tempo e dallo spazio, indossando maschere che di volta in volta lo rendono qualcun altro, immerso in una Parigi spettrale. Con Roberto siamo invece in ospedale, sulla soglia della perdita della memoria che tutto fa scomparire.
E ancora lo venivo a cercare,
abbandonato il pensiero contemplativo sull’uscio
insieme a ogni genere rassicurante di finzione.
Venivo al suo fianco acuto e imbiancato,
al suo lenzuolo di lino immutabile
profugo del mio quotidiano.
Quando lo risentivo, tornavo in me.
Matteo Bianchi, come argomenta Tommaso Di Dio nella nota critica finale, rinuncia alla centralità dell’io lirico e si fa “scrivente”, per riprendere una definizione cara a Vittorio Sereni, maestro del maestro di Bianchi, il compianto Pazzi. Dunque il poeta si fa “stenografo” delle vite altrui – di Christopher, dello scrittore ferrarese scomparso il 2 dicembre 2023, del presunto padre malato che veste i toni napoleonici – e la poesia si fa ascolto dell’altro da sé, registrazione della sua sofferenza e conseguente custodia. Nei versi che Izet Sarajlić scrisse durante e dopo la guerra di Bosnia e che l’autore cita volutamente in nota, si percepisce la medesima tensione a salvare l’umano dal disumano, anche attraverso gesti minimi: «Se muore una città, il poeta deve parlarne». D’altronde, la tenerezza è nei gesti più semplici e per questo universali.
Spesso ha risposto al “telefono amico”
e parlava a chi voleva il suicidio.
Spesso gente delle banlieue.
Non doveva entrare negli altri,
ma solo capirli in fondo al cavo.
Alzava la cornetta fortissimo,
una voce di più nella mano,
uno squillo lontano a carponi
tra empatia e compassione.
Il poeta si aggrappa ai dettagli: un piatto messicano strofinato a mani nude, le bolle di sapone, le «stanze di cocci». Il corpo è tra le cose e la loro caducità è sintomo di un’esistenza che resiste; ancora Sarajlić in Chi ha fatto il turno di notte (2012) nomina gli oggetti del quotidiano, così la tazza, la casa e le fotografie quali reliquie dell’amore e della memoria. Di soglia in soglia, Christopher è costruito su frammenti, sui frangenti di un cambiamento interiore, poiché la memoria non è lineare, ma una costellazione mobile: il passato «non se ne va», è una presenza disordinata e dolorosa, talvolta persino ironica, spiazzando il poeta che osserva quanto il lettore. Anche Sarajlić scriveva spesso sul tempo ferito, sul «giorno che non torna», sul ricordo che scava, ma non consola. Il passato si rivela l’unico spazio davvero abitabile, eppure continuamente perduto. La parentesi esistenziale dedicata ai trascorsi di Channing è l’emblema di una vita ai margini, ma senza vincoli e mai compianta; persino il Napoleone schiacciato dalle contraddizioni di un presente che ha rinunciato ai miti, alla fine, risulta un relitto e non il mattatore dell’Ancient Regime, ossia l’eroe consacrato dalla Storia. Tramite queste tre voci l’autore può liberarsi dell’Io, e intanto guidare un dialogo con un’eredità culturale di cui la parola poetica si fa carico. E non è certo una parola rassicurante quella di Bianchi, ma uno scorcio diretto sull’esistenza umana, uno smascheramento di ciò che è davvero reale, ossia la percezione del vero.
