Silvia Righi: «chissà se ci saremo dopo»
diSilvia Righi

È uscito, per la collana Remedia di Pungitopo (a cura di Tommaso Di Dio e Maria Luce Cacciaguerra) il libro Ex voto suscepto di Silvia Righi. Ospito qui alcuni estratti.
***
Testa
Me ne sono andato molto prima di te.
Dal sacro non giunge che il bene, è la cura.
Lo dicono i grani neri intorno al collo
li porto alla bocca fin da bambino.
Sono un uomo buono. La mano di mia figlia è troppo calda.
I grani stanno bruciando. Se resisti, dio è nell’ombra.
Accetta l’amore spaccandoti in due, questo
mi hanno insegnato. Togli il nome,
essere nessuno avvicina alla grazia.
Le luci brillano come meduse morte.
I grani entrano nella pelle.
Appare in cima a una pila di crop-top
un involucro muto, sotto neon fucsia.
Ha lo sguardo estatico dei cani,
le loro pupille bagnate.
È difficile gridare al miracolo per primi
la meraviglia attraversa l’occhio
come uno spillo, davvero.
Sono la variabile. La carne che darà testimonianza.
Non una lacrima di sangue sopra una statua.
Non la tubercolosi guarita dall’acqua.
In lei è racchiuso il male del mondo e la sua assoluzione.
La ragazza grondante di amuleti
scintilla oscura dentro al magazzino.
L’anti-melodia dei gioielli paralizza l’aria.
Emerge dal nido dei capelli
dove il chiarore della pelle interrompe
la massa nera che si attorciglia fino al limite
del pavimento, intravedo abrasioni e segni devoti
a linguaggi di ogni tempo.
Sopra di lei la scritta monumentale
ed è troppo tardi
la bambina indietreggia persa nell’incubo che la osserva dall’alto, scivola e la testa si spacca con il rumore secco di una noce. Il sangue mi schizza in faccia. Le persone si spintonano tra zaffate di sudore. Vengo trascinato via, chiamo il suo nome, mentre la materia cerebrale lorda il pavimento, mentre la ragazza si stringe le mani sfigurate intorno alla gola e grida attraverso la carne morta della mia bambina, la loro bocca mossa da spasmi vivi, sputa, grida di essere la figlia di dio.
Braccia
Mia nonna Learda sputa in un bicchiere prima
del sonno, «còssì ‘t guarìs da la fèvra»
ci mescola il sale e un capello strappato.
«Tìg pazienza, la lòuna la gà da vgnì fòra.»
Alcuni miracoli restano segreti
ma nessuno vuole rinunciare, non per dire ma
la preghiera accende, vuoi
che accada l’impensabile.
A tredici anni ho fame di miracoli.
Penso alla Vergine che mi piange il suo azzurro
addosso. Penso alla mia catechista, più terrena,
con il pene rigido tra le mani.
Ho paura di diventare cieco
e succede di notte, con o senza la luna.
Il mio braccio è più teso di un elastico.
Il mio braccio è la metà di quello di mia nonna
che falciava i campi.
Si rivolge alla Madonna perché a dio
non ci ha mai creduto. In paese ricordano
il suo incidente, le urla mentre cadeva sull’asfalto
le ossa fracassate del lato sinistro.
Mi faceva portare rosari scheggiati e cuori
d’argento alla chiesa
si mangiava le unghie in attesa.
Guarita, si è tatuata la pelle cadente,
le linee delle parole
verso il basso come formaggio filante
per la grazia ricevùda, ringrazio cun tuti i cori.
È comune definire il miracolo un’interruzione dell’ordine naturale. Un fiume deve scorrere prima che il suo corso possa essere interrotto. Il miracolo di certo prova qualcosa ma dove sono le prove del miracolo. L’unica certezza: esiste sempre un testimone. Ma se un uomo dice che è venuto da New York tramite i fili del telegrafo, gli credo o non gli credo, se cinquanta uomini dicono che sono venuti da New York tramite i fili del telegrafo, crederò o
quanti testimoni servono per costruire una verità.
L’ho vista, mia figlia morta. Figlia di dio, ti ho vista.
Le parole saranno credute a metà
perché il sangue è più accettabile di un’apparizione
o di un prodigio che si trascina dietro un cadavere
ci si aspetta altro,
la coda di una lucertola rigenerata
non la lucertola tagliata in quattro pezzi.
Lei ha sigillato le porte, e ha diviso il mondo.
Mi strappo le croste dalle braccia.
Vedo i miei capelli fermentare nella saliva.
Non potrò più guarire.
Ginocchia sporche. Teste coperte di unguento
Ceste di frutta sparse di fronte all’entrata
o lanciate contro i vetri da chi crede.
I pellegrini si schiantano contro le porte.
Il trionfo del bagliore.
Chi non crede, o non può permettersi di credere
perché avrà assecondato una forma di eresia
pretende, cerca risposte.
Il potere ha perso il potere nell’istante in cui lei è comparsa
le loro opinioni: candele in un incendio.
I Vangeli contestati riga dopo riga
non c’è nessuna figlia
non c’è mai stata nessuna figlia,
senza purezza né efficacia
non il diritto ma la natura
ha prescritto la sua venuta.
Piede
Sei arrivata per andartene. Ho gli occhi arrossati. Mi spoglio. Il tempo non comune della cera
che fate colare sul mio corpo, tu e lei dico, sono così vicino da essermi portato verso il morire.
Profumi. Giri su te stessa, i piedi e gli occhi e la mandibola come fossero cose vere, dove si riversa un liquido di firmamento. Non sei qui, vero? Non rispondere, perché vorrei sapere…
Chissà se ci saremo dopo, voi siete l’esplosione del sole, una natura che non ci aspettavamo divorasse le ossa dei nostri. Perle e vortici di capelli agitati come formiche. Il magazzino è di piombo. Mani secche mi fanno aprire la bocca, le labbra tirate sui denti e sento un gusto di sale.
I vostri occhi mi guardano da dentro.
Domanda. Braccia lanciate nell’aria. Richiesta. Vi alzate sulle punte. Torsione del busto. Polsi piegati. Gambe dai muscoli rigidi. Tutto è vicino e lontano, lontano.
Rimarrò padre di me stesso, ora lo comprendo, dalla trasparenza delle tue lacrime opache come alghe. Conosci la morte, tu, io l’assenza. Voi leccate il mio piede, il taglio è d’argento, addio, le lettere
lo mangiano con la forma serpentina delle loro linee, resta, uno ricorda sé, un altro genere di sé, ma io vorrei che tu tenessi a mente ciò che è accaduto davvero.
Piede
Non andartene non
oltre il confine, in un futuro opaco di viole nere
non posso seguirti
e non voglio, lo sai.
Tra dieci anni, a confrontare i bambini nati e non nati
sarai un ottimo padre come io non sarò madre,
all’orecchio, un sussurro normale
scopiamo, va bene, i figli non nostri, mai.
Mi hai mentito. Hai osato immaginare.
Voglio che tu sappia
sei ancora qui
preghi in modi che non riesco a capire.
La camera che abbiamo costruito ha preso i tuoi colori
la mancanza non è una forma di verità
o una spinta
a volte è una radice molto azzurra
ora non esisti, voglio ancora che tu sappia
non ti ho seguito è vero ma la polvere si poserà
non guardarmi con occhi che non mi conoscono
conosci la morte tu, io la scomparsa
avrai la mia mano sopra i tuoi occhi
e incontrerai l’altra faccia della regina
la strega, allora vedrai
quanto del mio buio
appartiene alla tua luce.
Braccia
Era davanti a me come avevo sognato, come avrei sognato il due novembre di ogni anno per i quarantasette anni in cui sognai quel ricordo. I vestiti si staccano da lui come spine di pesce, era bello in un modo religioso, di latte, era così bello che avrei dovuto ucciderlo. Negli allevamenti, i bovini maschi vengono fatti ingrassare al punto che le zampe non sono più in grado di reggerne il peso. Mi spoglia, mi fa sdraiare sull’erba. I capelli si mischiano al fango e alle formiche, raccoglie le foglie sciolte e il fango e i fiori schiacciati dall’acqua, dipinse cerchi dentro cerchi con la punta delle dita, poi il palmo della mano, non poteva smettere o la pittura si sarebbe indurita, inizierà a creparsi. E io non volevo essere brutta. Sulla pancia, sul seno, lungo la curva del collo, nacquero morti strani tatuaggi. A due anni, le mucche vengono ingravidate: per produrre latte devono, come tutti i mammiferi, partorire un cucciolo. Un lombrico si contorceva al limite del mio campo visivo. L’odore freddo della terra. Quando la sbarra si alza, scivolano e cadono e annusano il sangue degli animali macellati al di là della trappola. Respiro dalle profondità di una grotta, e lui preme, cinque lividi spaccano il bianco. La mucca viene costretta a produrre dieci volte la quantità di latte che produrrebbe in natura. Per nutrire suo figlio. Nessuno credeva che il male avesse la carne di un angelo, e che fosse velenosa, narcotizzante. Per lo stordimento viene usata una pistola a proiettile captivo ma dopo lo sparo alcuni animali restano coscienti. Questo seno non mi corrisponde, due sacche di grasso concepite per l’impronta di un morso, morbide come il burro. E il macellatore taglia loro la faccia mentre continuano a respirare. Mi guardò come se fossi un esperimento o una torta in cui affondare i denti fino al cranio. Gli animali vengono fatti a pezzi con le seghe elettriche. Respira, è importante che lui ti ami. Nella sala di taglio non si trova più alcun segno di quello che sono stati, mi viene addosso, le zampe tranciate un minuto dopo lo sgozzamento, se mi baciassi come un essere umano, solo carne su altra carne, ma tu non hai odore.
Testa
Ti ricordi della zia Olga? Sei identica nei capelli, massa grezza come il fieno, li aveva lunghi
fino al culo e il marito diceva che l’aveva sposata solo per i capelli, così diceva.
La zia Olga si svegliava alle cinque del mattino per acconciarli, una crocchia grossa quanto un’altra testa umana. L’unica che usava spilloni, pettinando, cantando, sempre più minuta sotto l’obelisco nero che oscillava tra le stanze. Secchi secchi ti dico, proprio come i tuoi, ti ci pungevi se infilavi la mano
tutto il contrario della voce, scura e tanto dolce, tu sei uguale anche lei stregava i maschi, anche lei voleva essere cieca
pensa
è stata la prima a morire.
