Cassandra, ovvero La necessità della guerra
di Beatrice Occhini
“Perché volli a tutti costi il dono della veggenza?” (Wolf 1984a: 6), se lo domanda Cassandra, protagonista del romanzo omonimo che Christa Wolf, la scrittrice più rilevante della Repubblica Democratica Tedesca, ha pubblicato nel 1983 con l’editore Luchterhand*. Ho iniziato questo libro su un autobus che mi stava portando da Catanzaro all’aeroporto di Lamezia Terme, stupita del fatto che questa linea extraurbana non solo esistesse davvero, ma avesse anche fatto appena cinque minuti di ritardo. Avevo trovato Cassandra sulla bancarella del signore marocchino che vive in città da sempre e che vende, per motivi a me opachi, pentolame da cucina e altre suppellettili, insieme a un ammasso disordinato di libri. È una ristampa del 2002, un po’ malandata e dalle pagine inscurite, della prima edizione che e/o ha pubblicato nel 1996 nella traduzione di Anita Raja. Un libro molto letto, conosciuto, ma di cui forse si sottovaluta l’attualità. Al centro del romanzo è la veggente e sacerdotessa di Apollo, figlia di re Priamo e della regina Ecuba di Troia, destinata, secondo il mito tramandato dall’Orestea di Eschilo e dai poemi omerici, a dar voce a premonizioni foriere di sventure e a non venir mai creduta. La più celebre delle sue visioni, che le costò l’imprigionamento in una torre per mano del suo amato padre: l’esito nefasto della guerra che la città era in procinto di combattere contro i principi achei.
In termini critici, il romanzo può essere considerato una riscrittura, ma questa definizione non è sufficiente per descrivere il modo in cui è la figura di Cassandra a permettere a Wolf di fronteggiare due temi congiunti l’uno all’altro. Il primo è la costruzione politica dell’inevitabilità della guerra: “È possibile sapere quando comincia la guerra, ma quando comincia la vigilia della guerra?” si chiede Cassandra, aggiungendo: “Se ci fossero delle regole, bisognerebbero trasmetterle. […] Conterrebbero, tra le altre frasi: non fatevi ingannare da quelli della vostra parte” (Wolf 1984a: 84). Il secondo: l’esclusione delle donne dall’amministrazione del potere e il loro assoggettamento istituzionale e culturale. Si tratta di temi fondamentali per la scrittrice e, mi pare, attualissimi anche per lettori e lettrici di oggi. Il primo passo per “liberare Cassandra da mito e letteratura” (Wolf 1984b: 20) – così si esprime Wolf nelle Premesse a Cassandra (1), le atipiche lezioni di poetica in cui traccia il suo avvicinamento a questa figura – è dare ampio spazio alla sua verità: “[p]arlare con la mia voce: il massimo. Di più, altro, non ho voluto” (Wolf 1984a: 6).
Il romanzo è un lungo ed evocativo monologo interiore, pronunciato in modo laconico, frammentario ed ellittico dalla protagonista ormai prigioniera di Agamennone. Alle spalle della protagonista, al di là del mare: la distruzione di Troia, del suo mondo, l’assassinio della sua famiglia, di tutte le compagne, degli altri troiani e delle troiane, gli orrori della guerra, il tramonto di una civiltà. Davanti a sé: i leoni che troneggiano sulla porta di Micene che, come già Troia, verrà un giorno ridotta alle macerie che conosciamo oggi. La sacerdotessa di Apollo rievoca la propria vita, intrecciando, tra le maglie larghe del mito la lettura politica e femminista dell’inevitabile connubio tra guerra e patriarcato. Cassandra descrive gli anni immobili della preparazione alla guerra con gli achei e la trasformazione della città di Troia in uno stato sempre più autoritario, lungo un inarrestabile degrado etico che soffoca ogni traccia di dissenso interno e, infine, annienta la città stessa prima ancora che arrivi Achille a trucidarne gli abitanti.
Ho iniziato a leggere questo romanzo per ingannare il tempo, prima un po’ svogliata mentre attendevo il bus – per l’ansia ero in un anticipo davvero eccessivo –, poi sul mezzo vuoto a parte me e il conducente, poi al gate affollato, soglia sull’ennesima grande città europea. Era lo stesso giorno in cui Yoav Gallant ha annunciato l’assedio completo di Gaza e il romanzo mi ha accompagnata mentre nelle settimane successive iniziava l’assedio di terra. Fin da subito ho riconosciuto in Cassandra la stessa rabbia di fronte all’apparente ineluttabilità degli avvenimenti, lo stesso sgomento di fronte alla forma narrativa che prendevano nel discorso pubblico, la stessa bruciante impotenza che provavo quando sentivo etichettare come antisemita la posizione secondo cui il 7 ottobre 2023 non era un inizio, bensì la continuazione di una storia antica. Trovare il coraggio della propria verità e costruire la voce per esprimerla è uno dei temi di Cassandra, le cui visioni altro non sono che squarci momentanei di razionalità e autonomia critica nella coltre della propaganda cittadina: “Per evitare di vedere dietro la splendida facciata la realtà inquietante, cambiavamo in un lampo i nostri giudizi sbagliati.” (Wolf 1984a: 47) Una cecità che Cassandra condivide con tutto i troiani (“il mio innocuo, ingenuo popolo”, Wolf 1984a: 45), nonostante il dono della veggenza.
In effetti, il modo in cui Wolf intende questo dono è una delle deviazioni principali dal mito, a cui l’autrice perviene ponendosi un interrogativo semplice: “Ma per quale ragione [Cassandra], lasciando che la educassero alla ‘veggenza’, ha scelto una professione maschile? Per quale ragione volle diventare come gli uomini?” (Wolf 1984b: 20). Da qui l’adagio del romanzo: “Volli diventare sacerdotessa. Volli il dono della veggenza, a tutti costi” (Wolf 1984a: 47). Cassandra bambina, pur essendo “prediletta dal padre [Priamo] e interessata alla politica come nessuno dei [suoi] numerosi fratelli” (Wolf 1984a: 18), desidera ritagliarsi uno spazio di partecipazione alla responsabilità politica, agli incarichi governativi – in altre parole: al potere –, pur essendo donna. “Fossi lui” pensa Cassandra fanciulla, misurando la propria posizione sociale con quella di suo fratello gemello Eleno, “Potessi cambiare il mio sesso con il suo. Potessi rinnegarlo, nasconderlo” (Wolf 1984a: 37-38). La veggenza è frutto dell’ambizione di Cassandra, come riconosce Pantoo il greco, sacerdote di Apollo, uno dei primi che subirà la violenza dei troiani in quanto nemico interno: “Senza dubbio, diceva, c’erano alcuni tratti della mia natura che si addicevano al sacerdozio. Quali? Ecco – il mio desiderio di esercitare un’influenza sugli esseri umani; e come, sennò, una donna potrebbe dominare?” (Wolf 1984a: 34). Per arrivare al potere vi è un’unica strada: diventare sacerdotessa, scegliere il dono della profezia. Cassandra quindi non diventa sacerdotessa per volere di Apollo, il dio dei veggenti, bensì per propria volontà; il dio “sapeva cosa desideravo ardentemente: il dono della veggenza, che mi conferì con un gesto tutto sommato casuale, non osai sentirlo: deludente” (Wolf 1984a: 21). E “deludenti” sono anche le descrizioni delle visioni di Cassandra, ingigantite dalle voci e dalla propaganda di corte, che hanno raggiunto anche noi tramite il mito che l’ha resa eterna.
Del resto, inizialmente la protagonista non sembra tanto agire da mediatrice per la divinità, bensì per la casata reale, una posizione che le diventa sempre più invisa, man mano che il potere in città finisce in mano alla fazione reazionaria rappresentata da Eumolo, che celebra la guerra e impone un cambiamento antropologico alla città: “Obbedienza! […] Lui ci voleva secondo le esigenze della guerra. Dovevamo diventare come il nemico, per batterlo. Questo non ci andava a genio. Volevamo essere come eravamo, incoerenti” (Wolf 1984a: 39). A Troia si sviluppa una liturgia del potere volta a costruire il nemico esterno e interno attraverso la propaganda statale e a trasformare ogni sconfitta in vittoria e lustro per il palazzo reale: “Gli uomini di Eumelo erano al lavoro. Avevano fatto proseliti tra gli scribi di palazzo e i servi del tempio. Avremmo dovuto armarci anche spiritualmente, se il greco ci attaccava. L’armamento spirituale consisteva nella diffamazione del nemico (già si parlava di ‘nemico’, prima ancora che un solo greco fosse montato su una nave) e nella diffidenza verso chi era sospettato di fare il gioco del nemico” (Wolf 1984a: 80). Nel frattempo i primi scontri con i greci avvengono, come in tutte le guerre, in altri territori remoti, si svolgono per il controllo commerciale ed economico del Bosforo, non certo per Elena, che forse a Troia non è mai arrivata, riflette Cassandra. La città con il suo piccolo impero viene pian piano circondata e perde l’occasione di disinnescare la valanga bellica, ulteriormente accelerata dalla propaganda statale: “Il popolo in festa corse per le strade. Vidi una notizia farsi verità. E Priamo ebbe un nuovo titolo: ‘Il nostro potente re’. In seguito, man mano che la guerra diventava sempre più priva di prospettive, lo si dovette chiamare ‘Il nostro potentissimo re’” (Wolf 1984a: 82).
Così i primi momenti di veggenza di Cassandra, scomposti, incontrollabili, ancora adolescenziali, si trasformano in analisi ponderate della deriva autoritaria della città, che viene spacciata come strategia per rafforzarsi contro il nemico: “Priamo preparava la guerra. Io mi tenevo in disparte. Giocavo a fare la sacerdotessa. Pensavo che essere adulti consistesse in questo gioco: perdere se stessi. […] Sostenuta dalla stima dei troiani, vivevo come non mai di apparenze. Ricordo ancora come la vita mi sfuggisse. […] Non vedevo nulla. Sovraccaricata dal dono della veggenza, ero cieca. Vedevo solo quel che c’era, praticamente niente. Vivevo di evento in evento, che, a quel che si dice, facevano la storia della casa reale. Eventi che asservono a sempre nuovi eventi, per ultimo alla guerra” (Wolf 1984a: 35-36).
La scelta della cecità altro non è che indifferenza, “il prezzo per sopravvivere”, “[la] meno benvenuta, l’estranea, dentro cui ci si perde certissimamente, ancor più certamente che nell’impotenza e nella colpa” (Wolf 1984b: 24). La fuoriuscita da questo stato è il percorso che la figura traccia a ritroso e con sbalzi temporali nel suo monologo, la “lotta per l’autonomia” (Wolf 1984b: 127) che le richiede la rinuncia a tutto, ai legami, ai suoi privilegi, al potere, all’identità costruita fino a quel momento: “Diventare tutt’a un tratto capace di vedere – questo mi avrebbe distrutta” (Wolf 1984a: 51). Da voce di Apollo e, quindi, della casata reale, Cassandra cessa di essere mero tramite e vive quello che Wolf ha definito il “dolore di farsi soggetto” (Wolf 1984b: 95). Ciò significa rifiutare la condizione di oggetto che le appartiene istituzionalmente in quanto donna e che sperimenta ampiamente, non soltanto quando diviene parte del bottino di guerra argivo, non soltanto quando subisce gli stupri degli achei (“Ignoravo che, come sempre, le schiave della stirpe vinta devono accrescere la fertilità dei vincitori?”, Wolf 1984a: 16), ma anzitutto nella città ancora protetta dalle mura, quando suo padre la costringe a sposare il principe Euripilo per ottenere rinforzi militari. O quando, ancora bambina, è costretta a partecipare al rito di deflorazione delle ragazze troiane.
Da soggetto con una propria voce, Cassandra diviene per la corte e per i troiani una nemica interna, una delle tante: “Sempre la stessa musica: non il misfatto, ma il suo annuncio fa impallidire, anche infuriare, gli uomini, lo so dalla mia esperienza. E so anche che preferiamo punire colui che nomina il fatto, piuttosto che chi lo compie: in ciò siamo tutti uguali, come in tutto il resto. La differenza sta nel saperlo oppure no” (Wolf 1984a: 19). Ovunque echeggiano le parole del palazzo, dei detrattori di Cassandra, della propaganda: “Io, la tremenda. Io, che volli la rovina di Troia” (Wolf 1984a: 15), recidere i rapporti con la corte e divenire invisa, andare in esilio, perdere la patria, essere tacciata di pazzia – questo il prezzo della scelta: “In seguito non se la sono mai tanto presa con me quanto per il mio rifiuto ad abbandonarmi al fatale entusiasmo dei loro desideri. A causa di questo rifiuto, non a causa dei greci, persi padre, madre, fratelli, amici, il mio popolo” (Wolf 1984a: 48).
Alla protagonista non resta che uscire dal palazzo reale, abbandonando il suo status di principessa, rinunciare ai propri obiettivi. Famiglia di elezione diventa una comunità di donne – e qualche uomo come Anchise, il saggio padre di Enea – che vivono in sorellanza fuori dalle mura, sulle rive del fiume Scamandro e sul Monte Ida, dimentiche delle precedenti distinzioni di ceto. Le unisce la venerazione della Grande Dea, una divinità il cui culto risale a culture ancestrali, annientate da quella troiana che ne ha anche cancellato e vietato i culti. Per concepire questa società alternativa, Wolf si rifà presumibilmente alle teorie di Marija Gimbutas (2) e Robert Graves (3), secondo cui prima delle culture elleniche esistevano società con forti tratti ginecocratici o persino matriarcali: “Sì, una volta è esistita la terra dove le donne erano libere a pari agli uomini. Dove loro erano le dee […]; dove, in tutte le rappresentazioni pubbliche, occupavano posti privilegiati […]; dove prendevano parte alle pratiche rituali e costituivano anche la gran massa delle sacerdotesse” (Wolf 1984b: 66). Unendosi a questa minoranza, Cassandra vive un cambio di pantheon che segnala la rinuncia al modello antropologico rappresentato dagli achei ed oscenamente incarnato proprio da Achille, “Achille la bestia”. Secondo Anna Chiarloni – tra le maggiori studiose italiane di Wolf – la “techne ellenica”, cioè l’immagine di razionalità, coerenza, ed efficacia soprattutto bellica che il mito ci ha tramandato, è rappresentata nel libro “come espressione di una cinica volontà di dominio” (Chiarloni 1996: 191), una “opaca prassi razionale” (Chiarloni 1996: 191) che i troiani assorbono, ma che è in realtà contraria alla chiarezza. È oscuramento della ragione, generatrice di violenza. Forse è questa l’immagine di grecità cui si è rifatto Netanyahu, quando, incitando i cittadini israeliani ad affrontare l’eventuale isolamento internazionale, ha evocato Sparta (4). Un modello eroico, bellico, virile. “In quale altro modo”, si chiede Wolf, “un autore potrebbe combattere contro l’abitudine (che non corrisponde più alle esigenze del tempo) di ricordare la storia come storia di eroi?” (Wolf 1984b: 126). Cassandra è infatti il primo tassello di quello che Chiarloni ha chiamato “impulso alla verifica, anche linguistica, dei dati tramandati dalla tradizione”, caratterizzante la ricerca artistica di Wolf, che “tende a mettere in discussione la rappresentazione usuale del mondo, decostruendo la cosiddetta ‘cultura dell’uomo europeo’” (Chiarloni 2001). Un’altra tappa fondamentale di questo percorso si trova nell’ultimo romanzo di Wolf, Medea. Voci (1996) (5), dove la tradizionale rappresentazione della protagonista come infanticida viene decostruita, rivelandosi il risultato di una propaganda statale finalizzata a mascherare i crimini della corona.
Medea ha una forte motivazione autobiografica, giacché venne scritto all’indomani del cosiddetto Literaturstreit – traducibile come ‘contesa letteraria’–, cioè lo scandalo che travolse Wolf all’apertura degli archivi fino ad allora segretati dell’ormai dissolta Germania Est. Negli atti che vennero alla luce nel 1992, la scrittrice viene indicata come “inoffizielle Mitarbeiterin” (‘collaboratrice informale’) della Stasi, i temuti servizi segreti tedesco-orientali. Non fu solo il ruolo ricoperto da Wolf dal 1959 al 1962 a scandalizzare il pubblico della Germania riunificata, quanto il fatto che, per tre decenni, la scrittrice non ne avesse parlato. D’altro canto, i suoi resoconti erano inservibili, giacché includevano esclusivamente dettagli positivi sui compagni sorvegliati (Galli 2009). Si trattò secondo molti di un vero e proprio linciaggio mediatico, volto a screditare l’intellettuale tedesco-orientale, come si fece per altre voci provenienti da quella regione (tra cui Heiner Müller).
Tornando al romanzo: ormai posta di fronte all’ineluttabile assedio di Troia, Cassandra accetta la caduta della civiltà che aveva sperato di proteggere, riconoscendo che le conseguenze della sconfitta non sono diverse da quelle della vittoria. Nei primi capitoli del romanzo, che sono anche gli ultimi attimi della sua vita, la protagonista osserva il trionfo dei Micenei, consapevole che nulla può opporsi alla ciclicità della distruzione: “l’orrore della vittoria. Oh le sue conseguenze, che vedo già nei loro occhi ciechi. Sì, colpiti da cecità. Tutto ciò che devono conoscere si svolgerà davanti ai loro occhi, ed essi non vedranno nulla. È così” (Wolf 1984a: 11).
Con questo romanzo Wolf riesce a parlare del proprio tempo, della sua Repubblica Democratica Tedesca e del suo ruolo di intellettuale e donna in uno Stato che si era trasformata in un regime totalitario retto sulla sistematica distruzione del dissenso interno e sull’isolamento dai nemici esterni. Troia circondata da mura “che la proteggevano, ma anche la limitavano” (Wolf 1984a: 42) è un evidente riferimento alla Berlino Est in cui è cresciuta Wolf. Ma soprattutto, il romanzo è frutto dei primi anni Ottanta, quando, dopo un periodo di apparente distensione, il rischio di una guerra atomica in territorio europeo era tornato a essere discusso: “Sia il comando supremo della Nato che quello del Patto di Varsavia discutono della necessità di nuovi armamenti, ciascuno per essere in grado di contrapporre qualcosa di equivalente alla presunta superiorità tecnica dell’‘avversario’ sul piano militare” (Wolf 1984b: 90). Un’epoca in cui, ancora una volta e non per l’ultima, nel discorso politico internazionale si fece strada il “pensiero aberrante”, “l’assurdità dell’affermazione secondo cui il massimo degli armamenti atomici da parte di entrambe le potenze diminuisce il pericolo di guerre grazie all’‘equilibrio del terrore’” (Wolf 1984b: 94). Una corsa agli armamenti che si accompagnava a limitazioni della libertà di espressione e protesta, di distorsioni della realtà volte a giustificare scellerate alleanze politiche ed economiche. Una storia che si ripete. Del resto il tempo di cui ci parla Cassandra, come il nostro, è “inaudito”, ma accade “tutti i giorni”, come scrisse Ingeborg Bachmann in una sua poesia: “La guerra non viene più dichiarata, /ma proseguita. L’inaudito/ è divenuto quotidiano”.
Ho iniziato questo libro su un autobus che mi stava portando da Catanzaro all’aeroporto di Lamezia Terme, stupita del fatto che la linea esistesse e fosse in orario. Lo leggevo mentre, sgomenti, ascoltavamo la questione palestinese essere trattata come se fosse iniziata il 7 ottobre 2023, con l’uso sapientemente differenziato di due termini – “ostaggi” per gli israeliani, “prigionieri” per i palestinesi. A marzo 2025, quando Israele ha violato la tregua, l’avevo finito da tempo e non riuscivo a liberarmene, mentre parlare di genocidio sembrava ancora un crimine antisemita o, alla meno peggio, una insulsa quanto opinabile preferenza terminologica. Termino questo saggio dopo mesi di altre espressioni, di ReArm Europe, di deterrenza militare, di sanzioni e della loro assenza, di voci solipsistiche, arroganti, prepotenti e ciniche. “[L]a doppia morale degli antichi”, riflette Wolf, “forse non è così onnipresente, così dominante e pervasiva come la doppia morale della civiltà cristiano-occidentale, la quale deve compiere un enorme demagogico lavoro intellettuale, sempre più sottile e cavilloso, per riconoscere a fondamento etico della sua vita il comandamento NON UCCIDERE e nel contempo per annullarlo in relazione al suo agire pratico, senza avere un tracollo morale” (Wolf 1984b: 44). Un tracollo che riesce a rendere invisibili anche i processi che portano all’autoannientamento di quella stessa civiltà. Finisco questo saggio nel momento in cui Netanyahu ha il potere di dire “I’ll finish the job”, la Flotilla è in mare e le persone scendono finalmente in piazza a migliaia. Per salvarci, forse Cassandra ci chiederebbe questo: chi sono i nemici che state costruendo per trasformarvi rapidamente in ciò che vi distruggerà? Qual è il vostro capro espiatorio? Qual è il limite della sopportazione, della vostra indifferenza, del vostro silenzio?
“Ecco quello che so: ci sono buchi nel tempo. Questo ne è uno, qui e ora. Noi non possiamo lasciare che passi inutilizzato” (Wolf 1984a: 154).
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*Su Ad alta voce di Rai Radio 3 è in corso in questi giorni la pubblicazione a puntate dell’audiolibro: https://www.raiplaysound.it/audiolibri/cassandra
Note
- https://www.germanistica.net/2011/12/22/christa-wolf-premesse-a-cassandra-voraussetzungen-einer-erzahlung-kassandra-1983/
- https://www.preistoriainitalia.it/2019/01/10/intervista-a-marija-gimbutas-su-dea-madre-indo-europei-nascita-e-sviluppo-del-patriarcato/
- https://academic.oup.com/book/2905/chapter-abstract/143543713?redirectedFrom=fulltext
- https://www.timesofisrael.com/netanyahu-admits-israel-is-economically-isolated-will-need-to-become-self-reliant/
- https://www.edizionieo.it/book/9788876417283/medea.-voci
Bibliografia
Chiarloni, Anna (2011): “La Medea di Christa Wolf”, germanistica.net, https://www.germanistica.net/2001/05/26/la-medea-di-christa-wolf/.
Chiarloni, Anna (1996): “Postfazione”, in Christa Wolf, Medea. Voci, trad. dal tedesco di Anita Raja, Roma, e/o, 2023, pp. 191-197; or. Medea. Stimmen 1996.
Galli, Matteo (2009): Literaturstreit o della sovranità ermeneutica: le accuse a Christa Wolf e la liquidazione degli intellettuali, germanistica.net,https://www.germanistica.net/2011/12/15/literaturstreit-o-della-sovranita-ermeneutica-le-accuse-a-christa-wolf-e-la-liquidazione-degli-intellettuali/.
Wolf, Christa (1984a): Cassandra, trad. dal tedesco di Anita Raja, Roma, e/o, 2002; or. Kassandra 1983.
Wolf, Christa (1984b): Premesse a Cassandra. Quattro lezioni su come nasce un racconto, trad. dal tedesco di Anita Raja, Roma, e/o; or. Voraussetzungen einer Erzählung: Kassandra 1983.
