Les nouveaux réalistes: Federica Sargolini

Il segnalibro
di
Federica Sargolini
“Professoressa, mi dica la verità: mio figlio disturba la lezione?” mi fa un giorno la madre di Elio, ai colloqui generali con gli insegnanti.
“Ma no, assolutamente. Anzi…” Difficile trovare le parole per rapportarsi ai genitori degli alunni, a volte. Bisogna dire la verità senza essere troppo duri. Quello che le vorrei rispondere è: “No che non disturba. Magari lo facesse! Sarebbe almeno un po’ più presente”. Ma ovviamente non le dico questo. Le dico semplicemente che è necessario stimolarlo in modo frequente nella partecipazione e nell’impegno scolastico. A dirlo così sembra tutto molto chiaro. Poi arriva il mattino dopo.
Sono poche le cose che mi toccano. Non mi accorgo quasi mai quando Elio arriva in classe, tanto è invisibile. Butta lo zaino ai piedi della sedia come ci si libera da un oggetto ingombrante, ma non lo fa con sdegno o con aria provocatoria; lo fa più che altro per stanchezza. Poi si siede con le spalle chiuse in avanti, come se stesse sempre proteggendo qualcosa di invisibile. Molte volte l’ho sorpreso a guardare fuori dalla finestra, mentre rigira la pena tra le mani grosse e impacciate, che non sanno bene dove stare. Cosa guardi, là fuori? Non segue nulla di preciso con lo sguardo. Sembra vivere di cose che non si possono toccare, abita strade dove non passa mai nessuno, dove i desideri sono impossibili da vedere.
C’è sempre un rimbombo strano nelle aule. O, almeno, nelle scuole che ho frequentato io come insegnante, ma forse anche quelle di quando ero alunna. Bisogna parlare con un tono di voce un po’ più alto del solito. Presto attenzione al suono della mia voce cercando di parlare forte e chiaro, perché tutti mi sentano; poi mi accorgo che sto parlando troppo. Dovrei lasciare più spazio a loro. A volte mi metto nei loro panni, a come potrebbero sentirsi a trascorrere ore ad ascoltare i contrasti tra Gregorio VII ed Enrico IV nella lotta per le investiture dell’XI secolo, alcuni di loro appoggiati distrattamente sulle pareti incrostate dei muri, come chi una volta cercava sostegno tra le mura delle abbazie, così forti da sostenere grossi pesi, resistere agli urti, durare.
Quando giro tra i banchi durante le verifiche, sul banco di Elio trovo sempre una penna masticata, senza cappuccio, e il foglio quasi sempre bianco. A volte se la gira tra le dita, finché non gli cade. Se ne sta lì a guardare quel vuoto, immerso nella sua felpa marrone, che non si toglie mai, nemmeno quando fa caldo.
“Non hai ancora scritto niente? È tardi, cerca di raccogliere le idee. Prova a fare una scaletta delle cose da dire”. Gli altri sono sempre pronti; lui non lo è mai. Anche il suo sguardo arriva sempre in ritardo, qualche secondo dopo quello degli altri.
La collega di matematica dice di lui che raramente finisce il compito. Mi racconta che nell’ultima verifica ha svolto un esercizio su dieci. “Quello più difficile”, aggiunge. “Quello che in pochissimi, in classe, sono riusciti a fare. Poi ha consegnato. Poteva chiedermi del tempo in più, glielo avrei dato. Ma lui niente”. Mentre parla, la collega assume un’aria di commiserazione, come una che si è arresa. Ci siamo arresi un po’ tutti, con lui, anche se non lo ammettiamo. Ne abbiamo altri venticinque in classe, non c’è modo né tempo di fermarsi a ragionare su un’unica persona. E poi, c’è da dirlo, Elio alla fine dell’anno recupera sempre, in un modo o nell’altro. Non è il profitto il problema; è quel suo stare in classe come si sta in un paese straniero, e tuttavia starci in modo naturale. Ad interrogarlo, sembra quasi di disturbarlo. E tuttavia, nessuno si chiede mai a cosa pensi. Forse perché in tanti sono sicuri che non pensi a nulla.
In classe parlo di Gutenberg e dell’invenzione della stampa a caratteri mobili. Dico che da quel momento il sapere ha cominciato a circolare più in fretta, che i libri hanno iniziato a passare di mano in mano. Mentre mi muovo tra la democratizzazione del sapere e la nascita dell’industria editoriale, le parole mi arrivano addosso come se non fossero più del tutto mie, come se le ascoltassi a distanza e mi sentissi parlare da lontano. Sono immerse nei soliti rumori di fondo: una sedia che si sposta, qualcuno che tossisce, voci che vengono dal corridoio. Gesti ripetitivi e consueti liberano la mente, che si è già svicolata dalle occorrenze desolanti ed è partita a fantasticare su mille desideri e progetti, quelli che arrivano in una giornata di sole qualunque, carica di speranze, mentre tu sei affaccendato nelle incombenze quotidiane. Mi vengono in mente i libri lasciati a metà, quelli messi da parte per dopo con un segnalibro a rimarcare che tutto è sempre in cammino e ancora tanto può essere compiuto. Vorrei chiudere il libro di testo e dire qualcosa che non c’entra con il programma, ma non lo faccio. Resto dove sono, con il libro aperto davanti.
“Non c’è più tempo, prof”. Una voce viene dal fondo dell’aula, è quella di Elio. Sento alcuni alunni che ridacchiano piano, un altro che guarda l’orologio. Vorrei chiedergli a cosa si riferisca: cosa vuol dire che non c’è più tempo? Stai parlando della lezione? Cosa intendi esattamente? Parla, una buona volta, non tenerti tutto dentro! Ma non faccio in tempo a pronunciare queste parole, la voce mi muore in gola, annegata in un profondo vortice in mezzo ad un lago di malinconie. E porta con sé centinaia di libri ancora con il segnalibro in mezzo, milioni di orologi che ho lasciato incustoditi mentre restavo ipnotizzata dalla vita, che sembrava passarmi accanto mentre io ero troppo occupata a guardarla per poterla anche vivere. Tutti i sogni nel cassetto, i progetti ancora da realizzare: Elio sta parlando di me, ne sono sicura, anche se lui non se ne rende conto.
“Come vi dicevo, ragazzi…”. Frugo tra le pagine del libro a cercare qualcosa di diverso, magari un testo particolare da leggere, ma non trovo più niente che valga la pena argomentare in questo momento. Giro velocemente alcuni fogli, ora riprenderò il segno, ne sono sicura. I ragazzi mi guardano come se dovessero farmi cento domande. Parlate, dunque! Ma solo una ragazza alza la mano, ed è per chiedere di andare in bagno. Elio è sempre lì, che ha ripreso, come se niente fosse, a guardare fuori dalla finestra, seguendo quel filo invisibile che lo porta sempre altrove. Suona la campanella che annuncia la fine della lezione, è già il momento della ricreazione e gli alunni non vogliono aspettare oltre, vogliono uscire. Io invece resto in classe, mi avvicino alla finestra mentre sento le loro voci allontanarsi. Mi appoggio al davanzale e resto lì ferma, incapace di qualunque movimento, come una statua che aspetta solo che gli si depositi addosso la polvere dell’aria, senza la forza di soffiarla via. Forse parlava dell’ora. O forse no.
