AzioneAtzeni – Discanto Ventisettesimo: Celestino Tabasso
AzioneAtzeni – Discanto Ventisettesimo: Celestino Tabasso

Discanto ventisettesimo*
Laggiù, dove la pianura si mescola col cielo, qualcosa si muove.
Lilliccu prega che sia un inganno della luce. Porta la sinistra sugli occhi, per veder meglio: una nuvola gialla avanza bassa sulla pianura.
La zappa cade senza rumore.
Lilliccu corre, guarda le spighe verdi, rachitiche, che si gonfiano lente per dare pochi starelli di farina, e agita le braccia, ali di gallina spaventata che vorrebbe spiccare il volo. Batte le mani sulle cosce, dondola la testa in gesti di diniego e piange: – Ohi, ohi, questo suono di scarpe pare fame venendo …
da Apologo del giudice bandito, di Sergio Atzeni
Io non sono locusta
di
Celestino Tabasso
“Una mattina di primavera dell’anno 1492”, recita solenne la porta d’ingresso.
Ed eccita lo sciame: lo sento dal ronzio che si fa furibondo. Avido.
È una data familiare. Alcune di noi la sentirono per la prima volta nel buio dove stavano acquattate a maturare, svilupparsi e moltiplicarsi. Altre erano in volo quando quelle voci le investirono e le percossero, facendo vibrare le membrane.
Voci o forse languori, sensazioni, malìe sornione. Struggimenti e profezie.
Dicevano che in quell’anno 1492 il mondo sarebbe raddoppiato.
Intendo il mondo tondo. Quello verde e azzurro, con le foglie e la linfa. Quello delle sorelle nostre, quello delle Locuste. Sarebbe d’un tratto cresciuto di nuove terre oltre il Mare, ampliandosi a dismisura tra foreste, montagne e pianure fino ad allora inimmaginate.
Ma in quel tempo, e già da alcuni anni, anche il mondo nostro stava già raddoppiando. Poi sarebbe triplicato e decuplicato, poi centuplicato e poi non sarebbe stato che vertigine. E sarebbe diventato impossibile contarlo e perimetrarlo e divorarlo, il mondo nostro.
Intendo il mondo piatto. Quello bianco e nero, quello con i fogli e la tinta.
Io non sono Locusta.
Io sono ombra impercepita, sono folata che passa e cancella, vivo di bugie scritte e le rosicchio.
Cavallenta, mi chiamano quando vivo solitaria. E gradualmente biascico una vocale grassoccia. Succhio una dieresi. Sbocconcello una virgola.
Però quando il tempo è quello giusto, quando a lungo l’inchiostro è piovuto e ha fatto le pozze e i laghi e gli acquitrini, e poi però si asciuga e sulla terra c’è il caldo ostinato e il gran silenzio denso, e tra le frasi ischeletrite sibila un vento sommesso che inaridisce la carta e i resoconti, allora finalmente dai solchi di una riga screpolata, dalle sconnessioni di una storia tramandata, io salto fuori in sciame rovente. Erutto. Prorompo. Mi spargo e divoro, dilago e distruggo.
Io sono l’Altra.
Io sono Locustàtera.
Noi siamo Locustàtera.
Fummo create di notte da un monaco biondo, pieno di angoscia per la trovata del torchio e dei caratteri mobili, timoroso che ne sgorgasse un’onda nera d’inchiostro che avrebbe sparso ovunque il sapere e sommerso gli altari. Mescolando preghiere e blasfemie produsse il parassita verbivoro, l’argine vorace alla parola composta e replicata, e fu con orgoglio e sgomento che vide le prime di noi azzittire e sbiadire i tetragrammi di un canto gregoriano, uno per uno fino al palinsesto. “Ecce Analfabestia”, scrisse in un angolo. Glielo facemmo rimangiare, alla lettera, spremendogli nei bronchi e nei polmoni il nerofumo in cui aveva intinto la penna. Fino ad asfissiarlo.
Così, neonate e parricide, fummo dimenticate prima di essere note. Ma nel silenzio ci spuntava, segno inequivoco di calamità, predicato grafico da sciagura biblica, una Maiuscola.
Coloro che ci intuirono – insospettiti dal dileguarsi di storie, dallo svanire di fiabe – seppero di aver trovato la malabestia che devasta i raccolti di racconti. Ma non poterono dirlo a nessuno.
Non furono in tanti a intravederci. Il primo fu un vescovo angosciato dalla sparizione di un testamento. Ci scoprì al lume di un cero, gli occhi stancati dalla penombra ma sorretti dalla fede. Poi scrisse un tractatus in cui venivamo per la prima volta tassonomizzate, distinte da sorella Locusta e dalla sua passione per il verde. Bastò un’ondata breve per distruggere quelle righe affannate. E una seconda, appena più lunga e violenta, per devastare l’autore, così che non potesse riscriverlo e svelarci alla cristianità.
L’altro fu un erudito barocco. Ci pascemmo del suo sapere una notte d’estate.
Non fu facile eliminarli, né per loro fu semplice morire.
Non abbiamo mascelle adatte alla carne. Per soffocarli dovemmo secernere nei loro polmoni tutte le storie predate in quel torno di tempo, tutto l’inchiostro graffiato via, scotennato dagli armenti di cartapecora in quella e in altre biblioteche.
Noi non divoriamo il cristiano, i suoi tessuti sono incommestibili.
A meno che non siano istoriati.
Voi potreste aver ascoltato la storia breve, il mistero irrisolto del corpo spellato che otto suore in processione trovarono su un litorale del Nord, scotennato ovunque tranne i palmi e le piante. La sappiamo anche noi, quella storia, e negli anni di attesa nel buio ce la siamo raccontata più volte. Ma noi la chiamiamo la storia del marinaio ubriaco che si addormentò nudo in spiaggia, pensando che solo la luna sarebbe stata curiosa di sfogliare con le sue dita d’argento le mille storie tatuate che gli inchiostravano la pelle. Cuori trafitti e nomi di navi, date di arrembaggi e giuramenti di fede, preghiere di perdono, cronache di trionfo, porti, baie, promesse di redenzione. Anche il muso di un cane. Tutto raschiammo via in un amen. Ancora fremeva quando volammo via sazie delle sue storie, biografe feroci e minuziose.
Io sono Locustàtera.
Noi siamo Locustàtera.
In sciame, in orda, in tappeto d’orrore che si srotola rapido, in esercito d’ali e mandibole non esiste più l’individuo.
In schiera l’antica cavallenta solitaria e flemmatica si fa ingranaggio veloce, da meditabonda diviene crudele e collettiva. Chiamami legione perché siamo in milioni qua dentro, in quest’ombra grigiastra e impetuosa, in questa muffa secca che corre crepita e brulica e si slarga a tenaglia e già sente aroma di fantasia, tanfo di personaggi, odor di fabula.
E finalmente sboccia lo stormo, finalmente si crepa la zolla, si spacca la risma, si strappa la carta e nasce e corre e galoppa ronzante la moltitudine, a divorare negro semen. Con un urlo di elitre ingorde la prima frotta già zompa nel mar bianco del frontespizio e preme e freme e pretende.
Alle porte, alle mura, al bastione.
All’ingresso, che recita solenne: “Una mattina di primavera dell’anno 1492”, in lettere nitide e dense e commestibili.
Là dentro c’è la vicenda del viceré, la leggenda dell’autodafé, partite a shah e coltelli nella notte, prigionieri e carcerieri, cani da guerra, servi della terra. Lanci di dadi. Processioni. Paludi.
Noi siamo Locustàtera.
Caglié, arriviamo.
Risparmia le croci.
Laggiù, dove la pianura si mescola col cielo, qualcosa si muove.
Lilliccu prega che sia un inganno della luce. Porta la sinistra sugli occhi, per veder meglio: una nuvola gialla avanza bassa sulla pianura.
La zappa cade senza rumore.
Lilliccu corre, guarda le spighe verdi, rachitiche, che si gonfiano lente per dare pochi starelli di farina, e agita le braccia, ali di gallina spaventata che vorrebbe spiccare il volo. Batte le mani sulle cosce, dondola la testa in gesti di diniego e piange: – Ohi, ohi, questo suono di scarpe pare fame venendo…

* Azione Atzeni- mode d’emploi
di
Gigliola Sulis e Francesco Forlani
‘E scoprirai quello che resta di un uomo, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui’. Sergio Atzeni, Il figlio di Bakunìn Il 6 settembre del 1995, inghiottito dal mare come l’amato Fleba il Fenicio, Sergio Atzeni perdeva la vita nelle acque dell’isola di Carloforte. Sardo, appena quarantenne, era stato militante comunista, anarchico leader studentesco, impiegato insoddisfatto, sindacalista, pubblicista. Dopo la fuga dall’isola, tra l’Emilia e Torino, divenne correttore di bozze, lettore di manoscritti per case editrici, sontuoso traduttore – un testo su tutti: Texaco di Patrick Chamoiseau. Per tutta la vita fu intellettuale rigoroso, poeta e scrittore immaginifico, autore di romanzi-mondo come Apologo del giudice bandito, Il figlio di Bakunìn, Il quinto passo è l’addio, Passavamo sulla terra leggeri, e di una cascata di racconti tra cui Il demonio è cane bianco, I sogni della città bianca, e Bellas mariposas. Come nel Figlio di Bakunìn, pensando oggi a Sergio, ci chiediamo: che cosa resta di uno scrittore, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui? Per rispondere a questa domanda, abbiamo invitato degli autori legati all’opera di Atzeni a dare nuova vita ai personaggi o ai luoghi o alle atmosfere della sua opera. Interpretando, riscrivendo, stravolgendo creativamente, in totale libertà. Un coro di voci diverse per una raccolta di racconti brevi, accompagnati dalle registrazioni dei podcast a cura di Orsola Puecher, una rifrazione e moltiplicazione di frammenti post-atzeniani. Assolutamente vietata l’agiografia, e ‘massima penalità per chi si prende troppo sul serio’, come scriveva Sergio in uno dei suoi ultimi articoli per “L’ Unione Sarda”. Nasce così il gioco del discanto*, da intendere sia come far decantare delle buone pagine in nuove storie sia come costruzione di voci in forma di polifonia medievale. * Francesco Forlani ‘Nella Sardegna magica in cerca di Sergio Atzeni, “Reportage”, n.10, 2012, ripreso nel 2017 da Minima Moralia Gigliola Sulis, ‘Chi era Sergio Atzeni?’, “Le parole e le cose”, 22 novembre 2012
Si può seguire il PODCAST su:
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