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Les nouveaux réalistes: Pino Lucà Trombetta

 

 

Verda
di
Pino Lucà Trombetta

1

Quando mi vidi riflessa nella porta a vetri del Bouillon Chartier sussultai: occhiaie scure, pelle spenta, capelli spettinati.
Ero uscita dalla Fondation Suisse, dove abitavo, nell’ovatta del sonno. Mi ero sforzata di leggere alcune pagine della Société post-industrielle di cui dovevamo parlare nel pomeriggio. Poggiai la testa sul libro per una ricarica che durò fino alle due e mezza. Ci volevano almeno quaranta minuti: fino al metro, poi linea 4, coincidenza; e di corsa in bd Montmartre. E dovevo rendermi presentabile.

Cercai il pettine nella borsa a tracolla.
Ma c’era Rocco che apriva la porta e mi fissava. Non volevo mi vedesse così. Mi sentii nuda.

– Mi sono addormentata leggendo Touraine – dissi.
– Non aiuta a star svegli – rispose lui ridendo.

Mi ripresi indugiando, nella parete a destra, sulle foto in bianco e nero dell’inaugurazione del ristorante a fine Ottocento. Non volevo confrontarmi subito con le teorie di Touraine sui movimenti sociali che non capivo, e con Arduino: all’ultimo incontro, voleva convincermi delle motivazioni di classe dell’invasione turca a Cipro.

Quando lo raggiunsi, si limitò a un grugnito senza smettere di far stridere il pennarello sulla tovaglia di carta. Fece gli ultimi ritocchi. Poi passò al film “La Ciociara” su cui voleva fare la sua ricerca.

– Parla dello sfruttamento capitalistico…
– Sempre quello – rise Rocco
– …dell’opposizione città e campagna, borghesi e proletari.
– Non è sempre lotta di classe – aggiunsi, per proteggermi soprattutto

Poi Rocco iniziò a spiegare il suo, di schema. L’aveva disegnato sulla tovaglia, accanto all’altro. Era su certe lotte di alcuni anni prima a Reggio Calabria per il Capoluogo. Fu interrotto dal cameriere con un grande vassoio in mano, col Beaujolais e le costolette, che li seppellì entrambi. Ci sedemmo.
Il tavolo era in una postazione rialzata che allargava lo sguardo. Le cappelliere d’ottone, i vetri in motivi floreali, l’orologio al centro della vetrata alludevano alle hall liberty di certe stazioni di Parigi. Ero arrivata da poco in città e m’immaginavo in sala d’aspetto, in attesa di un treno.

Mentre prendevo appunti, fra una patatina e un sorso di rosso, sentii un’euforia che da tempo non c’era. Al diavolo fondotinta e copri-occhiaie – mi dissi, aprendo un’altra pagina del block-notes – Qui valgo per ciò che ho da dire. E Cipro accende sempre l’interesse.
Loro due non sapevano cosa c’era stato e quanto mi riguardasse.
Alla fine proposi di scrivere io l’introduzione comune alle nostre ricerche.

Sul Boulevard ci salutammo. Si era fatto tardi. Arduino corse a raggiungere i compagni del collettivo. Io cercavo le parole, quando Rocco mi propose di tornare a piedi insieme alla Cité Universitaire.

2

Camminammo a lungo. Quando arrivammo alla Fondation Suisse erano le dieci. Lui volle entrare, con la scusa che è una maison storica. Gettonammo due baguette al distributore e sprofondammo nelle poltrone blu del salone, di fronte alla Peinture du silence che riempiva la parete.
Dopo, mi chiese di vedere dove vivevo.

Nel corridoio c’era una lama di luce sotto la porta. La lampada dello scrittoio era rimasta accesa. Sul tavolo La société post-industrielle aperto alle pagine che avevano accolto il mio sonno. L’aria viziata frenava il respiro. Avrei preferito trovarmi ancora di fronte all’affresco di Le Corbusier o prima, sotto le colonne dell’ingresso, e dirgli buonanotte.

Aprii la finestra.
L’umidità e il rombo lontano del Bd Periferique facevano emergere la camera dal suo isolamento.

– Volevo solo fuggire stamattina — dissi.
– Non stai bene qui?
– Non so… non è ancora il momento
– Non sei obbligata – replicò.

Rimase in silenzio.
Ma, a qualcuno dovevo dirlo, forse lo meritava, l’avrei capito dopo.
Un soffio piovoso bagnò la plastica trasparente del grammofono. Abbassai il vetro e schermai la lampada sul tavolo con un fazzoletto rosa. Nella penombra, mi disponevo a raccontare. Lui sedette nella poltroncina, mettendo sul letto i vestiti e la biancheria che c’erano sopra.

Cercavo un punto da cui iniziare.
Mi venne in mente la festa di Hanukkah, a fine anno, a Famagosta.

– Celebravamo, insieme alla Festa delle luci, la vigilia del matrimonio con Eli. Il mio fidanzato di Istambul.
– Non sei nata a Cipro… – interruppe Rocco
– Avevo raggiunto mio padre quando era rimasto vedovo. Per non abbandonarlo in un paese straniero.
– Poi?
– Ci furono le benedizioni cantate da Eli e da mio padre, gli amen entusiasti dei parenti. Io speravo solo che qualcosa interrompesse quella messa in scena. Mi venne in mente un terremoto che demolisse l’appartamento al piano sopra dove avrei vissuto da sposata.
– Nientemeno – commentò.
– Si, da un mese, dopo la scuola, andavo a casa di Yorgo, collega del liceo dove insegnavo. Aveva vent’anni più di me. Non sapevo come dirlo a mio padre e a Eli, a quel punto, ormai.
La mano tremava mentre, con la candela al centro, accendevo gli altri otto bracci. Ogni nuova fiamma avvicinava il punto di non ritorno.

Andai a bere dal lavandino intasato

– Non so perché te ne parlo.
– Puoi smettere… – fece lui, come prima.
– …Forse perché ne ho bisogno.

Tornai al mio posto.

– L’indomani mattina mio padre prima di uscire mi abbracciò stretta: grazie a me, si sentiva finalmente a casa su quell’Isola. Piangeva.
In quel momento decisi.
Scrissi la lettera, la lasciai sul tavolo in mezzo agli avanzi della festa e feci la valigia.

Rocco poggiò la testa fra le mani, protendendosi.

– A casa di Yorgo, mangiammo una torta di spinaci al sole, nel balcone e ci ubriacammo.
Verso mezzanotte, mentre finivamo la bottiglia di retzina, vidi dalla finestra, in fondo al molo, l’agenzia di mio padre illuminata.
C’era andato lo stesso, come se la lettera non l’avessi scritta.

Girai nella stanzetta aspettando che i battiti rallentassero.

– Ti annoio? – dissi per mascherare il rosso che sentivo in viso. – Questo è il primo tradimento: il mio.
– Ce n’è un altro? – chiese lui con un’ironia che mi alleggerì.

Sedetti sul letto, accanto alla poltroncina.
Non gli parlai dell’anno con Yorgo. Ripresi da quando i turchi arrivarono e portarono la guerra civile.

– Il liceo convocò un’assemblea per cancellare il mio corso di cultura turca. Yorgo mi assicurò che avrebbe lottato per me. Ma seppi che l’abolizione era passata all’unanimità.
Il primo pensiero fu: “me lo merito”.
Da un mese non c’era luce nell’agenzia di mio padre.
I turchi evacuavano la città.

Rocco mi raggiunse e mi massaggiò le spalle. Riempii i polmoni e mandai fuori l’aria, lentamente, guardando il linoleum verde striato del pavimento. Restammo così.
Poi propose di riordinare la stanza.

Estrassi il telo verde acqua dalla cassettiera: una delle poche cose che mi ero portata da Istambul. L’avevo comprato in un viaggio con mio padre nell’Egeo, prima di Cipro.
Lo stesi sul letto e appoggiai contro il muro i cuscini blu raccolti da terra. Lui intanto estraeva i capelli dal lavandino. Non volevo, ma lo lasciai fare.

Quando tutto fu in ordine, mi sentii leggera. Andai alla finestra e sollevai il vetro.
Il suono della notte riempì la stanza.
Lui stava sul letto allestito a divano.

– Meriti un regalo – dissi

Il 45 giri era sul piatto. Spensi la lampada sulla scrivania e lasciai che il bagliore giallastro ci avvolgesse. Lo raggiunsi.
Rocco voleva parlare. Per farlo tacere avvicinai la punta dell’indice alle sue labbra; la strinse fra i denti.
L’avevo ascoltata, in quei giorni. Era Across the Universe.
Però il ritmo regolare, gli accordi che il sitar faceva scivolare uno nell’altro risuonavano diversi, come le parole che rimandavano a estasi cosmiche, durature.

Quando il giradischi emise un gracchiare ritmico, aggiunsi:

– Mi aiuta… Chissà se anche per me niente potrà cambiare il mio mondo, come dice la canzone

Gli passai il foglio col testo che avevo trascritto e riavviai:

Le parole scivolano come gocce di pioggia
in una tazza di cartone.
I pensieri vagano come un vento irrequieto
nella buchetta delle lettere.
Jai guru deva om
Niente potrà cambiare il mio mondo.

– Frasi insensate — disse lui.
– No – obiettai – il messaggio è: se rinuncio a capire, capisco.
– Cosa vuol dire?
– È la sconfitta della mente che vuole spiegare, tutto.

Gli dissi che da due settimane frequentavo un monaco giapponese: Deshimaru che mi aveva dato il disco.
Lo rimisi. Entrambi sapevamo adesso che qualsiasi parola o pensiero avrebbe distrutto quell’istante: i Beatles che facevano convergere le emozioni; i bagliori e il sussurro del Périphérique, noi sui cuscini blu, concentrati sul respiro.

3

Alla fine l’avevo convinto.
Sedemmo, come gli atri, sui cuscini che ci eravamo portati. Deshimaru arrivò con la valigia arancione. Tirò fuori la statua del Buddha magro e dorato seduto su un grande fiore di loto. La sistemò su un tavolino. Accese accanto due lumini a olio e uno stecchetto profumato.
Disse poche parole. Poi spense le luci.
Durante lo zazen girava per la sala colpendo sulla spalla con un bastoncino piatto, quelli che gli sembravano distratti o assonnati. Alla fine, dopo quasi un’ora d’immobilità, ci mise in fila e camminammo, lentissimi lungo i muri della sala.
Era una delle due sedute settimanali che teneva al pomeriggio, nel seminterrato della Fondation Suisse.

Una volta disse, all’inizio, che lo Zen deve diventare una consapevolezza che illumina tutta la giornata del praticante. Qualcuno chiese se valesse anche per la sessualità.
Un calore salì alle guance. Mi girai: anche Rocco mi guardava.
Finita la camminata, salimmo nella mia camera.
Accesi un triangolo d’incenso e spensi il neon del soffitto.

L’imbarazzo fu breve.
Continuammo lo zazen a modo nostro nella luce della sera.
Mentre mi spogliavo mi accorgevo che il corpo era perfetto così: con le macchie marron delle lentiggini sulle braccia, la pelle sgranata del seno, i capelli sottili. E anche il suo: con le gambe denutrite, l’assenza di pettorali, il torace senza peli, da ragazzo.
Poi il dolore della penetrazione che si trasformava in piacere, gli alti e bassi dell’erezione, le sensazioni mutevoli generate dalle mani sulle diverse parti del corpo.
L’energia che spingeva a concludere in fretta, la riversai nei movimenti lenti, irregolari, nell’odore di sudore che si mescolava all’incenso, nei bisbigli che ci accompagnavano.
Andavamo avanti, senza le aspettative che minavano gli incontri con Yorgo, finché c’era desiderio ed energia.
Alcune volte ricominciammo dopo la cena al Resto U.

4

Quando Rocco bussò, stavo rimettendo a posto i cuscini e la coperta della seduta con Deshimaru. Da dieci giorni non veniva allo zazen.
L’avevo invitato. Volevo che vedesse come avevo sistemato la stanza.
Dopo i baci sulle guance aspirò il profumo dall’incensiere che avevo piazzato sotto la finestra, accanto a un piccolo Buddha e un bonsai fiorito. Guardò la struttura di bambù che nascondeva il neon al soffitto, il paravento di carta di riso davanti al lavandino, le nuove fodere dei cuscini.

– Se penso com’era… – disse girando per la stanza
– Il primo passo è la cura dell’ambiente…
– È un miracolo
– Iniziato quando, invece di scappare, mi hai aiutato a ordinare.

Gli parlai delle ultime sedute, anche se erano uguali alle altre.
Lui non parlava. Tracciava solchi concentrici col piccolo rastrello nella vaschetta di sabbia rosa che avevo messo sulla scrivania.
Indifferente.

– Perché non sei venuto? – dissi.
– Touraine mi ha fatto riscrivere il progetto sulle lotte per il Capoluogo.
Non so più se Reggio sia una società post-industriale. Se vale la pena andare avanti…
– Lasceresti il seminario?
– Sarebbe meglio, forse.
– …lo zazen?
– Toglie tempo al lavoro.

Aggiunse altre cose.
Una parte di me cercava un senso nelle parole. L’altra, sapeva che c’era altro.
Avevo iniziato a vedere la stanza coi suoi occhi e mi sbagliavo. Mi sentii stupida ad aver comprato il paravento, il pannello di bambù e tutto il resto. Mi alzai; sollevai il vetro della finestra e guardai gli studenti che uscivano dalle Maison per andare in mensa. Come ogni sera. Ci restai un po’ prima di chiudere.
Nella stanza, l’odore d’incenso non mi trascinava nella dimensione che conoscevo. Il silenzio era intollerabile. Spensi il bacchetto, aprii il grammofono e misi sul piatto il disco della prima volta; dall’altro lato: The Long and Winding Road.
Allargai il braccio e appoggiai la puntina dove iniziavano i solchi.
Gli diedi il foglio col testo e mi distesi anch’io sul copriletto verde acqua.

La disillusione si scioglieva nelle armonie e nelle strofe della canzone che parlano del vano desiderio verso qualcuno che non risponde:
Mi hai lasciato qui ad aspettare, tanto, tanto tempo fa.
Rocco volle riascoltarla.

Poi mi abbracciò con una frenesia che non conoscevo.
Per un po’ l’illusione di essere ancora voluta, gli consentì di insinuare la mano sotto il maglione. Ma, cosa voleva? Io ero quella che si abbandonava dopo lo zazen. Non il corpo inerte che cercava di possedere.
Mi allontanai:

– Mi fai pena – dissi riallacciando il reggiseno – vorresti far l’amore con me, ma non puoi più.

Dopo pochi minuti uscì.

Non l’ho più rivisto.

Ricevetti poi la lettera.
Che mi aiutò a capire, e dimenticare.

5

Bologna, 19 aprile 1975

Ciao,

da un mese quell’ultimo incontro mi perseguita, ogni volta con una sfumatura dello stesso dolore.
Notai tutto: il separé, il bonsai, l’albero della vita, la cassetta con la sabbia. Li toccai. Ognuno produceva una fitta al cuore

E poi i Beatles.
Quel lamento senza orchestra, all’inizio.

La strada lunga e tortuosa che conduce alla tua porta
Non scomparirà mai. L’ho già vista quella strada.

Mi riconoscevo.
È un loop: quando lui si avvicina alla fonte del desiderio, una forza ostile lo porta indietro. Somigliava a un sogno che facevo da quando il mio professore, in Italia, mi aveva detto di aver ottenuto per me un posto nella sua università. Non potevo rifiutarlo.
C’erano isole fantastiche nel mare piatto e case meravigliose sull’arcipelago. Potevo prenderne una. Ma qualcosa lo impediva: era occupata, stava crollando, aveva stanze piccolissime. Se l’avessi avuta, sarebbe stata un riparo, definitivo,

dalla pioggia che lascia pozze di lacrime:
il pianto di un giorno intero.

Quella musica mi illudeva che l’obiettivo fosse vicino: possedere te, sdraiata accanto sul telo verde acqua. Come se tu potessi rivitalizzare, per miracolo, l’esistenza parigina che si sgretolava.
Ti accarezzai. La tua pelle morbidissima s’insinuò fra le dita quando raggiunsi il seno.

Ma hai fatto bene a cacciarmi.
Non era te che volevo. Era tutto quello che non sapevo trattenere.
Il seminario, Deshimaru, la Fondation Suisse; la biblioteca con la vetrata insonorizzata su Bd Raspail che faceva somigliare i flussi di traffico al semaforo a branchi di pesci in un acquario. Svanivano; come quei sogni carichi di eccitazione di cui, al risveglio, si ricorda solo che non sono veri.

Mentre tornavo alla Maison d’Italie, nell’aria che gelava le orecchie, mi resi conto di aver percorso per intero la strada lunga e tortuosa: l’alternarsi di desiderio e disperazione, della canzone dei Beatles.

Coraggio.
Forse non ne hai bisogno.
Lo dico a me.

Rocco

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francesco forlani
francesco forlani
Vivo e lavoro a Parigi. Fondatore delle riviste internazionali Paso Doble e Sud, collaboratore dell’Atelier du Roman . Attualmente direttore artistico della rivista italo-francese Focus-in. Spettacoli teatrali: Do you remember revolution, Patrioska, Cave canem, Zazà et tuti l’ati sturiellet, Miss Take. È redattore del blog letterario Nazione Indiana e gioca nella nazionale di calcio scrittori Osvaldo Soriano Football Club, Era l’anno dei mondiali e Racconti in bottiglia (Rizzoli/Corriere della Sera). Métromorphoses, Autoreverse, Blu di Prussia, Manifesto del Comunista Dandy, Le Chat Noir, Manhattan Experiment, 1997 Fuga da New York, edizioni La Camera Verde, Chiunque cerca chiunque, Il peso del Ciao, Parigi, senza passare dal via, Il manifesto del comunista dandy, Peli, Penultimi, Par-delà la forêt. , L'estate corsa   Traduttore dal francese, L'insegnamento dell'ignoranza di Jean-Claude Michéa, Immediatamente di Dominique De Roux
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