She is the Weaker

di Nawaal al-Saadawi
(traduzione di Simona Kaldas)
Solo il dito medio della mano destra. Nessun altro dito. Il mignolo era più lungo del dovuto, il pollice più tozzo. L’unghia del dito indice era morta; non era più cresciuta dopo essere stata schiacciata da una zappa. E l’unghia era importante, forse più importante del dito stesso, perché sarebbe stata l’unghia ad aprire la via. Aveva implorato sua madre di usare qualcos’altro, qualcosa di più duro, come la punta di una canna di bambù. Ma sua madre l’aveva punzecchiato sulla spalla con le sue dita forti e lui era rotolato al suolo, incapace di sputare ma solo di leccare il terreno con la lingua mentre guardava gli ampi piedi della madre che avanzavano fermamente, il suo imponente corpo muscoloso che scuoteva il suolo, le sue lunghe dita indurite intorno alla zappa che la sollevavano come se fosse una pannocchia secca, riportandola giù a terra per aprirla in due come un cocomero. Forte come un toro. Sulla testa portava carichi più pesanti di un asino. Lavorava vasche di impasto, spazzava, cucinava, zappava, aveva portato figli in grembo e li aveva partoriti, eppure non si era mai stancata o stufata. Tuttavia, nonostante fosse sua madre, colei che l’aveva generato dalla sua carne e dal cui sangue lui aveva bevuto, si era tenuta la forza per sé. Da lei non aveva preso niente se non bruttezza e debolezza. Il violento bisogno di aggrapparsi a sua madre, di mettere la sua testa sul suo seno e di inalare il suo odore non era amore. Voleva fondersi con lei una volta ancora, così che lei potesse partorirlo di nuovo con muscoli più forti. Voleva inalare un po’ di forza dal suo respiro. Quando la baciava, non voleva davvero baciarla ma morderla e mangiare la sua carne muscolosa un pezzo dopo l’altro. Ma non poteva farlo. Tutto ciò che poteva fare era nascondere la testa sulle sue cosce e odiarla. A volte piangeva, a volte scappava. Una volta era sgattaiolato via dal campo a fine giornata e, con l’orlo della galabiya tra i denti, aveva corso fino ad arrivare in un posto sconosciuto. L’oscurità l’aveva circondato su tutti i lati e, sentendo l’ululato di un lupo, aveva girato sui tacchi ed era corso di nuovo verso casa. Una volta aveva rubato una moneta da 5 piastre dalla borsa di sua madre e aveva preso il treno per arrivare in un paesino di cui non conosceva il nome. Aveva iniziato a girovagare per strada fin quando il suo stomaco aveva brontolato e le piante dei piedi avevano iniziato a bruciare. Così aveva comprato un biglietto ed era tornato al suo villaggio. Un’altra volta aveva rubato un pezzo da 10 piastre ed era andato segretamente dal barbiere-chirurgo. Gli si era parato davanti, ansimante.- Parla, ragazzino. Che vuoi? Aveva provato a staccare la sua lingua asciutta dal palato, le mani nascoste nella sua galabiya. – Le mie dita… – Cos’hanno che non va? – Non tengono la zappa come quelle di mia madre. L’uomo l’aveva colpito sulla spalla – Vergognati, ragazzino. Vai a farti fare mezzo chilo di carne da tua madre e diventerai forte come un cavallo. Aveva pianto sulle ampie cosce di sua madre finché non gli aveva comprato un pezzo di carne che poi aveva divorato. Aveva bevuto e ruttato, una piacevole sensazione di calore che gli scorreva tra le dita. Le aveva contratte e allungate, piegate e allargate, felice del suo nuovo potere. Ma sentendosi le palpebre pesanti, aveva chiuso gli occhi ed era caduto in un sonno profondo. Quando si era svegliato, due giorni dopo, era corso fuori sentendo che i resti della carne erano scivolati via dal suo corpo, insieme al suo nuovo potere. Ci doveva essere una soluzione. Nella sua testa aveva un cervello funzionante. Era l’uomo più sveglio del villaggio. Leggeva loro il giornale, scriveva le loro lettere, risolveva i loro problemi, recitava il sermone del venerdì quando l’Imam non c’era. Ma il suo cervello e la sua intelligenza non l’avrebbero giustificato. Per loro, essere un vero uomo significava avere un corpo forte anche avendo la mente di un mulo. Il suo cervello funzionava ma i suoi muscoli erano deboli. Il tempo passava. Il fatidico giorno si avvicinava e nessuno dei suoi tentativi si rivelava di qualche utilità. Chiudeva a chiave la porta della sala sul retro e si allenava. Contraeva le dita, le piegava e le allargava e le scrocchiava. Si allenava ogni notte. A volte le sue dita si contraevano in un pugno, altre volte si contorcevano e si afflosciavano… Il giorno arrivò. Aveva guardato sua madre spolverare e pulire il salone prima dell’alba e impilare panchine di legno davanti la casa. Aveva finto di essere addormentato o morto, ma sua madre gli aveva punzecchiato la spalla con quelle sue dita e lui era scattato in piedi. Gruppi di persone avevano iniziato a riversarsi nel cortile della casa; uomini che portavano bastoni, che giocavano e ballavano, donne con tuniche di colori vivaci, che cantavano e ululavano, lanciandogli cose che gli pizzicavano la nuca. Era inchiodato al terreno da un paio di nuove babbucce di pelle gialle che gli irritavano i piedi. Intorno al suo collo una nuova kuffiya, che strattonava con dita doloranti e con la quale si sarebbe strangolato se solo i suoi muscoli non fossero stati molli come un impasto. Le sue gambe non si muovevano, venivano spinte da dietro, la sinistra, la destra, facendolo oscillare come se stesse danzando con dei ballerini e barcollando finché non si era ritrovato sull’uscio del salone. Sollevando la testa, aveva visto davanti a sé una cosa curiosa, una cosa coperta a metà da un grande scialle rosso, l’altra metà due gambe nude, al fianco di ogni gamba una donna che l’afferrava con braccia robuste dalle quali sporgevano vene spesse. Era rimasto in piedi sull’uscio, gli occhi accecati, la bocca che tentava di aprirsi per urlare. Ma niente veniva fuori dalle sue labbra se non un rivolo di saliva che scorreva, tiepida e fluida, dall’angolo della sua bocca, come la coda di un serpente inoffensivo… Aveva sentito dita forti come quelle di sua madre spingerlo verso il basso dalla spalla. Si era sentito quasi sollevato, con il sedere sul terreno pulito e umido. Era rimasto seduto, gli occhi chiusi, semicosciente. Ma un altro colpo sulla spalla l’aveva portato ad aprire gli occhi per ritrovarsi faccia a faccia con le gambe divaricate. Aveva distolto lo sguardo e con la coda dell’occhio aveva notato una folla di uomini e donne riuniti nel cortile dietro di lui. No, non avrebbe fornito loro uno scandalo. Non era stupido. Era l’uomo più sveglio del villaggio… leggeva loro il giornale e scriveva le loro lettere, recitava il sermone quando l’Imam non c’era. Doveva uscirne a testa alta, come tutti gli uomini del villaggio, anche lo sciocco ragazzo che balbettava e sbavava… Allungò le dita della mano destra e le portò in direzione delle gambe. Ma il suo braccio tremava, scuotendo violentemente il dito che si afflosciò come la coda di un cucciolo morto… Non si fermò. Ci riprovò e si sforzò. Il sudore scivolava copioso tra le rughe del suo viso e arrivava alla bocca; lo leccò con la lingua, gettando uno sguardo furtivo alle due donne che sedevano vicino a lui. Ognuna teneva stretta una gamba, il viso voltato verso il muro, troppo gentili per guardare una scena simile, o indifferenti a un qualcosa di visto e rivisto, o rifiutando di essere ispettrici della virilità di un uomo durante la cerimonia del suo matrimonio, o imbarazzate o apprensive, o qualcosa. L’importante era che non lo vedessero. Cautamente, portò gli occhi verso la porta per trovare una sezione della folla in piedi che guardava. Con la coda dell’occhio aveva notato il vecchio, il padre della sposa, in piedi sulla porta, gli occhi ansiosi e spaventati che guizzavano dalla porta alle facce delle persone. Si strofinò le dita con sicurezza. Nessuno sapeva la verità. Le due donne non avevano visto niente a parte il muro e il vero interessato era assorto nel pensiero del suo onore… Nessuno sapeva la verità… tranne lei. Lei? Chi? Non la conosceva, non l’aveva mai vista, non aveva mai visto il suo viso né i suoi occhi né un singolo capello della sua testa. La vedeva in quel momento per la prima volta e non vedeva una sposa, non vedeva una persona, vedeva solo un grande scialle rosso dal cui bordo spuntavano due gambe spalancate come quelle di una mucca paralizzata. Ma eccola lì di fronte a lui, che esponeva la sua impotenza. Stava lì come una trappola per la sua debolezza e il suo fallimento e la odiava tanto quanto odiava sua madre. Avrebbe voluto farla a pezzi con i suoi denti o gettarle addosso dell’acido per bruciarla. L’odio gli aveva conferito ingegno e orgoglio. Sputò a terra con scontento e strinse le labbra con disprezzo. Si predispose, si alzò lentamente dal suo posto e si girò verso la porta, la testa alta, il fazzoletto abbassato. Si avvicinò al vecchio con falcate lente e sicure, gli lanciò uno sguardo di superiorità, poi gli gettò il fazzoletto in faccia. Era pulito come prima, immacolato come prima. Non una goccia di sangue rosso l’aveva macchiato. Gli occhi del padre della sposa si abbassarono per l’onta. Le sue spalle si accartocciarono finché la sua testa non raggiunse il suo petto. Gli uomini lo circondarono da tutti i lati per confortarlo, poi si voltarono verso la porta del salone, in attesa… La sposa apparve sull’uscio, sotto lo scialle rosso il piccolo capo penzolante per l’avvilimento, con sguardi brucianti e accusatori lanciati da tutti i lati.
