Les nouveaux réalistes: Oliviero Carugo

 

Il mercato di C
di
Oliviero Carugo

In città c’è un mercato coperto, costruito in vetro e acciaio nel 1874, ben rifornito e affollato. La storia che racconto si svolge lì e mi è stata raccontata da due che persone che ci lavorano e che non si sopportano. Inaspettatamente, le loro versioni concordano, per cui credo che sia ragionevole pensare che le cose siano andate proprio così.
Loro sono Tarek e Guillaume.
Il primo gestisce un caffè con una bella terrazza riempita da una ventina di tavolini di fronte all’ingresso principale del mercato. È di origini tunisine ma vive in città da quasi vent’anni. Guillaume, invece, viene dalla Normandia e da quasi vent’anni anche lui lavora in città, aprendo quotidianamente il suo grande bancone di fruttivendolo, sotto una tettoia di tela, di fianco all’ingresso principale del mercato.
Con Tarek lavorano moglie e figlia, la prima bassa e sovrappeso come il marito e la seconda alta e slanciata, con una curiosa bocca che sembra una ventosa. Con Guillaume, lavorano fratello e nipote, imponente il primo e magrolino come lo zio il secondo. Essendo cliente da tempo di entrambi, ammiro la loro voglia di lavorare, facendo al meglio il proprio mestiere, senza mai una lamentela o un mugugno. Sgobbano come pochi e a me sembrano persone molto a modo, magari il mondo fosse fatto solo da gente come questa!
Circa coetanei, sui cinquantacinque anni, Tarek e Guillaume si incontrano quotidianamente, tranne il lunedì mattina, quando Guillaume non apre il suo bancone e riposa a casa con la moglie. Ma non si sono mai frequentati, mai oltrepassando un freddo e cordiale buongiorno. Fino al confinamento del 2020, imposto dalle autorità per contrastare l’epidemia di Covid-19.

Entrambi, come la maggior parte dei commercianti del mercato, erano in quel periodo molto critici nei confronti del governo. Il confinamento della popolazione toglieva la clientela che garantiva le loro entrate e, contrariamente ad altri settori del commercio, loro non avevano la speranza di rifarsi una volta finita l’epidemia. Infatti, i venditori di scarpe o cappelli potevano ragionevolmente sperare di vendere domani quel che non vendevano oggi, dacché si può procrastinare l’acquisto di paio di sandali, ma alla fine li si compra lo stesso. Invece, la frutta e verdura invenduta oggi, non la si potrà vendere tra qualche mese così come il cliente che non beve una birra oggi non recupererà alla fine del confinamento.
Tuttavia, a Tarek e Guillaume non era andata troppo male in confronto ai colleghi che occupavano gli stalli all’interno del mercato coperto, che erano tutti chiusi per ostacolare la diffusione del virus. Loro due, lavorando all’aperto, avevano avuto il permesso di continuare a lavorare e, in mancanza della concorrenza, i loro affari andavano ragionevolmente bene.
Durante quei pochi mesi di confinamento, sembrò che diventassero persino amici, non si limitarono al cortese ma pur sempre formale buongiorno, ma si scambiavano battute più o meno salaci la mattina presto, prima delle sette, quando avevano il diritto di cominciare a fatturare.
Guillaume prese l’abitudine di prendersi un caffè da Tarek ogni mattina, dopo aver scaricato le cassette dal camion e averle ben disposte sul bancone, verdure a destra e frutta a sinistra e in mezzo frutta secca e tropicale, e prima di apporre i prezzi a ogni prodotto in vendita, che tanto, prima delle sette e mezza – sette e quarantacinque non si vede nessun cliente. Per Tarek, Guillaume non era il primo cliente, si fermavano da lui parecchi operai – imbianchini, muratori, idraulici, elettricisti – per un caffè sulla strada verso uno dei numerosi cantieri di ristrutturazione in centro storico, un quartiere vecchiotto e pittoresco, ma decadente e, si può ben dire, letteralmente cadente, con case appoggiate le une alle altre come un castello di carte.

Solitamente, Guillaume era il solo europeo nel caffè di Tarek, perché gran parte degli operai erano immigrati, per lo più magrebini, anche se non mancavano ucraini, rumeni e altri europei orientali. Forse, persino qualche russo. Talvolta, si sentiva fuori luogo, circondato da chiacchiere in lingue incomprensibili e dai suoni così poco francesi.
Ma il caffè di Tarek era buono, migliore della media, meglio persino di quello che beveva a casa verso le tre del mattino, preparato la sera prima per far presto, prima di correre in camion con fratello e nipote al mercato generale dove ritirare la frutta e la verdura prenotata il giorno prima. Il caffè del thermos, poi, era del tutto privo di aromi e sapori, e serviva unicamente a scaldarsi le mani nelle fredde mattine d’inverno.
Mai che Tarek gli avesse offerto il caffè, malgrado fossero, per così dire, colleghi. Vero è che neanche lui aveva mai regalato niente al barista, nemmeno la frutta un po’ stanca di fine giornata, buona per le marmellate. È anche vero che Guillaume non era sicuro di potergliela regalare senza metterlo in imbarazzo. Non si sa mai, la gente può essere suscettibile. Certo che quella frutta mica andava buttata, c’era una piccola azienda di marmellate che la ritirava a basso prezzo, ma non gratis. Insomma, meglio che buttarla.

Con la fine delle restrizioni sanitarie, bastarono pochi giorni perché tutto tornasse alla banale normalità col trambusto della folla, le cartacce razziate dai vortici di vento e i piccioni a frugare nell’immondizia. Guillaume riprese le vecchie abitudini, tra le quali il caffè al mattino al solito bar, non quello di Tarek. Il caffè, bisogna ammetterlo, era peggiore, non molto diverso dalla brodaglia di casa, un vero e proprio jus de chaussettes, per dirla in modo elegante. Ma migliore era l’atmosfera, calda e familiare, la stessa da vent’anni, le stesse facce, alcune non proprio simpatiche se non addirittura sinistre ma tutte prevedibili e rassicuranti. Non c’era niente di sorprendente, lì dentro, dove tutto era prevedibile, come piccioni e cornacchie accanto all’immondizia del mercato. Non c’era niente da temere in quell’ambiente dove si rideva sempre delle stesse battute fatte dagli stessi avventori, ognuno con le sue specialità, chi la moglie, chi i figli, chi il vicino molesto, chi appassionato di rugby, chi vicino alla pensione. Un teatro dal repertorio modesto: questo era il solito bar, non quelli di Tarek.

Quest’ultimo ricordava i suoi inizi da barista, da suo cugino, a Sidi Bou Said, la collina di case banche e imposte azzurre a picco sul mare turchese, dove, assieme all’anima di Paul Klee, la clientela araba si mescolava ai turisti europei nel reciproco disinteresse. Non capiva come mai Guillaume gli avesse girato le spalle d‘un tratto, per rifugiarsi in quello squallido baretto da francesi fumoso e maleodorante. E non credette alle sue orecchie quando, con la calma di un cane feroce, Guillaume gli sparò una mattina: volevo dirtelo in faccia, io, da te, venivo solo perché eri l’unico aperto: perché le facce come la tua non dovrebbero stare su questa sponda del Mediterraneo. Non morse, ma è come se lo avesse fatto. O, almeno, così parve ad entrambi. E forse a entrambi non parve vero di avere pronunciato e ascoltato queste parole.
Prima di trasferirsi in città, con la moglie aveva peregrinato parecchio, prima in Tanzania, a Zanzibar, poi in Italia, a Genova, e poi ancora in Grecia, sull’isola di Cos. Ovunque aveva fatto il barista e in nessun luogo aveva visto qualcosa di simile: i francesi del mercato di C. preferivano segregarsi tra loro, in un locale angusto e trascurato, piuttosto che mescolarsi con stranieri, sia turisti sia immigrati. Ché di turisti francesi, nel loro baretto sudicio, non v’era traccia.

Dalla fine del confinamento, Guillaume e Tarek si salutavano appena, con finta noncuranza, come ex-amanti, con quell’imbarazzo di chi prova pena per l’altro e anche per sé stesso.
Tarek non ne parlò mai con sua moglie; nonostante vivesse nel XXI secolo, era ancora permeato dall’antico orgoglio maschile, gonfio di steroidi, che gli impediva di condividere l’amarezza, i dolori o le preoccupazioni.
Guillaume, da parte sua, iniziò a rimuginare senza sosta, come un ruminante.
I chimici chiamano efficacemente questa relazione come un antilegame. È una repulsione la cui ragione sfugge anche all’intuizione più acuta, proprio come accade con tutta la chimica quantistica, del resto.
Con l’arrivo dell’estate, puntuale come una data sul calendario, giunse la canicola, tanto micidiale quanto minacciosa, poiché più intensa di ogni anno precedente e, probabilmente, mano intensa di quelle degli anni a venire. Col caldo, Tarek si rifugiò nelle limonate profumate all’acqua di rosa e Guillaume nei vapori di Pastis gelido e stemperato. Bevande incompatibili.

Ad ogni incontro, Guillaume era assalito da pensieri disturbanti. Si chiedeva qual vento avesse portato Tarek proprio lì, di fronte al suo bancone della frutta. Con tutti i posti a disposizione e con tutti quelli dove era già stato! Forse era una spia, forse i servizi segreti tunisini si servivano di lui per monitorare i propri espatriati, forse il suo caffè non era che una copertura per altre attività, magari persino illecite. Certo è che gli affari dovevano andargli bene per potersi permettere un appartamento in centro, non lontano dal mercato, dove lui, Guillaume, non avrebbe potuto permettersi nemmeno un monolocale o una piccolissima mansarda. Pare persino che non fosse in affitto ma proprietario della propria abitazione.

Lui, invece, doveva vivere nell’estrema periferia, ai confini con i primi campi di colza e i primi frutteti, in una casetta che era sì accogliente e in ordine, ma valeva al catasto poco più di un garage in centro città. Ci viveva con sua moglie, che coltivava l’orto perché loro volevano verdure più fresche di quelle in vendita al mercato. Non come i fagiolini marocchini che avevano viaggiato per almeno una settimana prima di essere messi in vendita. O come i meloni algerini, che marcivano dopo meno di due giorni.
Pensieri torbidi, densi e viscosi come catrame, più amari dei fiori di luppolo, aggrovigliati come un canneto. E inutili. Inutili come una vita vuota, una vita meramente animale, l’attesa automatica e ripetitiva di un’alba dopo l’altra, tutte identiche e indistinguibile tra loro. Inutili come l’idiozia balistica di credere, per pigrizia, in semplici soluzioni a problemi complessi. Inutili come un accendino sott’acqua o come un salvagente nel deserto.
Tarek sospettava che Guillaume fosse un elettore di uno di quei partiti populisti di estrema destra, quelli che avevano una sola e sempre la stessa risposta a qualsiasi problema: cacciare gli stranieri. Questi ultimi erano il perenne capro espiatorio, adatto a pretendere e rivendicare qualsiasi cosa. Se le tasse sono troppe, se i pedofili agiscono indisturbati, se il clima impazzisce: colpa degli stranieri. Se i figli vanno male a scuola, è per via degli immigrati, che non parlano francese e che per di più sono prolifici come conigli. Se la droga invade ogni strada, piazza e cortile, è a causa dei ragazzini immigrati pronti a tutto pur di riempirsi le tasche. Se è diventato difficile trovare un medico di famiglia, è per via degli stranieri che sembra che si divertano ad ammalarsi in continuazione, bastava sedersi in una sala d’attesa qualsiasi per rendersene conto.

Con ogni probabilità, secondo Tarek, quelli come Guillaume lo sospettavano di essere un religioso fanatico o perfino un jihadista armato fino ai denti. Solo perché di venerdì sua moglie copriva i propri capelli con un velo di lino. O forse per via di alcuni clienti barbuti che rifiutavano qualsiasi bevanda alcolica.
Scoramento. Era quel che provava Tarek nell’essere considerato un fanatico religioso, quasi un terrorista. Proprio lui, cresciuto in una Tunisia laica, anche se non liberaldemocratica, ma allergica a qualsiasi eccesso religioso e rispettosa più di Dio che degli imam. Proprio lui che si era sposato prima davanti al sindaco e poi, ma solo poi, nella moschea di Sidi Bou Said. Proprio lui, che quando portava un bel paio di baffi sembrava un ballerino cubano o, vista la pancia, un chitarrista mariachi. Proprio lui che, gli islamisti, avevano esplicitamente minacciato di morte. Era principalmente per questo, del resto, che aveva abbandonato la Tunisia ed era finito in città.
Le vite di Tarek e Guillaume continuarono a lungo e furono forse persino felici. La figlia del tunisino studiò chimica all’università e trovò un eccellente impego presso un’azienda che sviluppava batterie per automobili. Il nipote del francese, invece, continuò l’attività di famiglia, affiancandola a una piccola fabbrica di frutta sciroppata. Il caffè fu venduto a una società di fast-food e la figlia di Tarek e il nipote di Guillaume non si incontrarono più. Sia Tarek sia Guillaume passarono la loro pensione in città con le proprie consorti, senza traslocare in nuove abitazioni.
Ma ognuno visse in un suo universo, impermeabile a quello dell’altro. Caffè turco da un lato et jus de chaussettes dall’altro. Limonata in uno e Pastis nell’altro. Multietnico il primo e rigorosamente bianco e francese il secondo.
Ci sono storie come questa, in cui due esistenze si sfiorano quasi piacevolmente e, malgrado la reciproca curiosità, senza clangore, si separano, come amori effimeri e superficiali, lasciando la scena a poco più che sguardi furtivi lanciati di sottecchi. Si chiudono in questo modo i sipari su storie che non potranno essere raccontate, nel dissiparsi di futuri possibili.

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francesco forlani
Vivo e lavoro a Parigi. Fondatore delle riviste internazionali Paso Doble e Sud, collaboratore dell’Atelier du Roman . Attualmente direttore artistico della rivista italo-francese Focus-in. Spettacoli teatrali: Do you remember revolution, Patrioska, Cave canem, Zazà et tuti l’ati sturiellet, Miss Take. È redattore del blog letterario Nazione Indiana e gioca nella nazionale di calcio scrittori Osvaldo Soriano Football Club, Era l’anno dei mondiali e Racconti in bottiglia (Rizzoli/Corriere della Sera). Métromorphoses, Autoreverse, Blu di Prussia, Manifesto del Comunista Dandy, Le Chat Noir, Manhattan Experiment, 1997 Fuga da New York, edizioni La Camera Verde, Chiunque cerca chiunque, Il peso del Ciao, Parigi, senza passare dal via, Il manifesto del comunista dandy, Peli, Penultimi, Par-delà la forêt. , L'estate corsa   Traduttore dal francese, L'insegnamento dell'ignoranza di Jean-Claude Michéa, Immediatamente di Dominique De Roux
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