Una questione di vita o di morte

di Mattia Majerna

 

Dopo un’ora e mezza di lavoro, con la costruzione a metà, ci siamo accorti che è da rifare. Tutta. «Non tutta» mi dice Jacopo che, a quanto pare, mi legge nel pensiero. E mi spiega la sua teoria: possiamo conservare alcune parti della struttura, già montate, e rifare quella sotto. Con la solita proprietà di linguaggio, che ha smesso, almeno da due giorni, di stupirmi. La compagnia delle persone anziane ha reso il suo lessico più ‘maturo’. Persone troppo stanche per semplificare la propria lingua o per incoraggiare, in lui, la sgrammaticatura, che, d’improvviso, rivela una falla nei costrutti di noi adulti.

«La fabbrica del Duomo! Hai presente? Se ci rimettiamo al lavoro finiremo tra cinque secoli e addio divertimento!»

Allora mi fa un’altra offerta: non importa se lui è venuto apposta con la scatola di un nuovo castello Lego da costruire, impresa che non può portare a termine a casa, né con il nonno (deficit visivo e artrite), né con la nonna (non gioca, bensì veglia su di lui e tutta la sua persona è impegnata a permanere).

«Usciamo! Il tempo è splendido!» (i nostri dialoghi sono sequele di esclamazioni).

Ci guardiamo per un attimo, misurandoci nelle nostre rispettive solitudini, è come se confrontassimo la taglia di due grosse trote pescate negli abissi, ciascuno nel proprio. Una voce mi ammonisce che paragonare la mia alla sua è un’indecente forma di vittimismo, però, per una ragione o per un’altra, è così che ci troviamo in un pomeriggio di fine agosto, nella casa di montagna dei miei. Solo io, e solo lui (il nonno ha dovuto accompagnare la nonna all’ospedale, o il contrario, o forse ne approfittano per farsi visitare entrambi).

Quindi abbandoniamo tutto e usciamo davvero con una palla. D’altronde, è cominciata così. Poche mattine prima, mi trovavo sul terrazzo a guardare niente di particolare, il che consiste precisamente nel rifiutarsi di mettere a fuoco i dettagli e, da lì, ricostruire il paesaggio intorno, un’unità organica, a cui, un po’ per partito preso, non volevo riconoscere alcuna bellezza. Aspettavo che il mondo si accorgesse della mia assenza e m’inviasse un cenno. Mi sarei accontentato, in mancanza di meglio, di un simbolo, un evento minimo e singolare, stagliato sulle giornate tutte uguali, da interpretare nelle ore che precedono il sonno. Il telefono, però, rimaneva silenzioso. A volerci trovare un senso a tutti i costi, si sarebbe detto che aspettavo l’esito delle cure di mia madre, ma tutto è più vago di così, estraneo alla cruda logica binaria della vita e della morte. Per l’attesa, poi, ho talento. Se si vuole trovare un mio eguale, lo si deve cercare tra i cani: lontano dal padrone, per loro, ci sono solo attimi d’inesistenza; non possono fare altro che aspettare, come se il ritorno dipendesse dalla loro dedizione, dalla loro pazienza. Un uovo da covare finché non si schiude: il padrone riappare!

Qualche mattina fa, dicevo, sul tardi, è arrivata una palla. Ne ho potuto apprezzare la parabola fulminea al di sopra della siepe che divide il mio dal giardino accanto.

«Posso entrare a prenderla, per cortesia?»

Il recupero della palla, da parte di un bambino di otto anni, biondissimo, con gli occhiali dalla montatura spessa, Jacopo, è bastato a creare un precedente (ho dovuto far conoscenza con la nonna che, dall’interno della casa, dove ci si orienta a stento con la bava di lumaca dell’argenteria, si è subito accorta dell’assenza del nipote; e sono stato approvato: vivace, ma nel rispetto delle regole). Non ricordo neanche più come, quello stesso pomeriggio, ci siamo messi a giocare. Io ero abbastanza sfaccendato, lui bisognoso di un compagno; in assenza di un coetaneo, si faceva andar bene un adulto che, a certe latitudini della giornata, fosse disposto a rinunciare alla serietà.

Tornando a oggi, abbiamo giocato a calcio davanti alla casa, più che altro per mancanza di fantasia (che cosa fare con una palla?), nessuno di noi due è capace, un punto in comune che rende divertente sbagliare di continuo i passaggi, colpire di punta con tanta goffaggine. Le nostre terminazioni nervose s’interrompono all’altezza del ginocchio, si vede. Poi, la palla finisce dall’altra parte e abbiamo la sensazione che qualcuno ci abbia tenuto a spiattellarci la morale della favola (il cancello di casa sua è chiuso a chiave, la palla irrecuperabile), ma noi la conoscevamo già. Facciamo spallucce. Jacopo, solo appena scomposto (una sprimacciata veloce e ritorna come prima, piega dei pantaloni e scriminatura a piombo), mi propone allora di giocare a nascondino. Il giardino della casa dei miei, dietro, è sterminato e, se avessi con chi giocare, ci giocherei ancora. Oggi si dà il caso che qualcuno c’è: Jacopo. A contare inizia lui. In due è un vero duello.

Per me il giardino ha conservato le dimensioni indefinite che aveva nella mia infanzia, la stessa ombra impenetrabile; addentrandosi tra gli alberi, ci si trova in un boschetto. Gli aghi di pino attutiscono i passi, per ogni scampolo di paradiso, con more e lamponi, c’è un girone infernale di ortiche, magari vipere. A tracciarne il perimetro su una carta, non saprei da dove cominciare. Insomma, non ci vuole molto prima che io sia travolto dall’eccitazione del gioco. Trovarmi solo all’improvviso mi offre un inatteso sollievo. Non perché mi sia stufato di giocare con Jacopo, anzi. È solo una vacanza temporanea dai bisogni che la presenza di un’altra persona genera. Diciamo che adesso siamo legati con una corda più lunga e godo della mia nuova libertà di movimento tra le felci. Mi appoggio a un tronco per scendere la scarpata che porta al campo da tennis abbandonato. M’inzacchero di resina ed è come se mi sporcassi con qualcosa che ho rovesciato io trent’anni prima, ma il pensiero della malattia di mia madre raddrizza la freccia del tempo. Succede così, in due battute: prima ho la sensazione che ci sia qualcosa di sospetto nel quadro che mi circonda, un elemento illusorio che, una volta scoperto, renderà solo più dolorosa la verità; cerco quindi di ricordarmi perché, tra tutti i giorni dell’anno, oggi non ho diritto alla spensieratezza, e la risposta arriva immediata: mia madre è rimasta a Milano per farsi operare e cominciare subito la chemio. La consapevolezza della mortalità di mia madre mi trafigge proprio mentre sono più indifeso e sto sperimentando un inatteso ritorno all’infanzia. Regredisco finché posso e sbatto la faccia contro l’assenza di chi n’è stato il custode. Improvvisamente spero che Jacopo si dimentichi di me e vada ad aspettare i nonni davanti al cancello di casa (anche lui un giudizioso cagnolino). Mi aggiro intorno al campo da tennis inselvatichito. Sarà finita la conta? Se viene da questa parte mi vedrà subito, ma il giardino è grande, posso sperare che perlustri un’altra zona. Che io ricordi nessuno ha mai giocato a tennis, qui. La rete è floscia da sempre, dalle crepe crescono, a ciuffi, fragoline di bosco. Alla fine, spossato, mi siedo sulle radici di un nocciolo, ai confini della proprietà. Cerco di cancellare le tracce di pianto e aspetto che Jacopo mi scopra, il più tardi possibile, mi auguro. Raccolgo una manciata di frutti acerbi o vizzi, come capirlo?, di certo mangiarli è escluso. Quindi li sbuccio solamente, con un po’ di trepidazione per quel che troverò. Le risate mi riscuotono, m’affaccio dietro al tronco, guardo in giro e, solo al ripetersi del suono, un liquido che si riversa dal collo di una bottiglia, a singhiozzo, vedo Jacopo nel campo da tennis, issato sulla sedia da arbitro (mi ha visto), e io mi affretto a raggiungerlo, ormai dimentico del gioco. È vecchia e rugginosa, innumerevoli le possibilità di farsi male. Lo prendo in braccio (i suoi otto anni pesano poco, come sei, sette al massimo, tutto in lui dimostra una maggiore età, o una minore, l’impressione è quella di uno sviluppo difficoltoso: lo sguardo meditabondo vs la statura, la proprietà di linguaggio vs la calma con cui attende le istruzioni dei grandi, come se il mondo debba essere ancora premasticato da uno sguardo adulto, affinché lui lo assimili) e lo rimetto a terra.

«Vittoria! Vittoria!»

Si dimena. Non sto a precisare che per vincere dovrebbe correre alla tana e strillare il mio nome, il tutto prima che ci arrivi io e, considerata la differenza delle nostre falcate, ci sono poche probabilità che ciò accada. Vorrei proprio correre. Il “Libera tutti” mi si gonfia in gola. Immagino un giorno del giudizio, in cui Cristo sfreccia alla tana e si limita a gridare, e dopo basta, le spoglie spolpate tornano alla pienezza della vita, le guance si gonfiano per i sorrisi a lungo trattenuti nella morsa dei teschi, le orbite si riempiono di vecchia nuova lucentezza. Più Tim Burton che l’Apocalisse di Giovanni.

Dentro un pomeriggio di fine-estate c’è un bambino nascosto. Siamo con il fiato sospeso. È in mezzo a un cespuglio di felci. Tutto, lì, pizzica: le foglie, i rami, i moscerini. Il solletico di una presenza furtiva dietro il collo, sul polpaccio, dove il suo sguardo non arriva e, quando ci arriva, o ci porta la mano, nel caso della nuca, non c’è mai nulla, solo un’ombra di un’ombra. È accovacciato sulla terra umida, le sensazioni a brandelli: lo scampanio dell’ora, i rintocchi si sparpagliano, impossibile contarli, il filo teso del vento, che si accorda al pulsare dei raggi solari, sfogliando le fronde sopra di lui, un bruciore sul ginocchio; è scivolato sulla scarpata, si è fatto male, ma la necessità di nascondersi, lo ha reso stoico, si è allontanato più che ha potuto dal campo da tennis, non voleva commettere un errore già commesso da me, ha seguito la recinzione e presto solo il numero dei passi, che ci sono voluti per arrivare fin lì, gli assicura che si trova in un buon nascondiglio. Si chiede se lo sto ancora cercando o l’ho dato per disperso. Se saprà trovare la strada di casa da solo, mentre io proseguo la ronda a vuoto e mi domando dove sia finito. Un bambino senza genitori è facile da perdere, anzi è già perso. S’infonde coraggio: tra poco spunterò da qualche parte e sarà per lui facile cogliermi di sorpresa. La sua paura si cristallizzerà in un’effervescenza, su e giù di tante bollicine. O magari l’ho abbandonato come mamma e papà, prima uno, poi l’altra. Ma non è il momento di pensare ai suoi genitori. Nel corso degli ultimi due anni ha già imparato che ci sono momenti in cui è autorizzato a ricordarli e momenti in cui è pericoloso, rischia di farsi male. Forse la morte dei suoi genitori è colpa sua, della sua tendenza a farsi male. Se solo fosse stato senza paura, non sarebbero morti. Come i cani, che ti mordono se hai paura di essere morso. Con la testa sul cuscino, per esempio, può ricordarli, quando la loro presenza, nel passaggio dalla veglia al sonno, torna reale, incontrovertibile. Nei sogni il suo cuore è una ciliegina sottospirito. Magari se si addormenta, saranno loro a trovarlo, lì dov’è adesso, dove non sa. Io lo cerco e piano piano scivolo sotto la sua pelle. Cercare ed essere cercato, ruoli di colpo reversibili. Anch’io mi nascondo in una macchia di felci di tanti anni prima, ho un ginocchio sbucciato e il bosco freme intorno a me. Il fruscio delle foglie mi sfiora con impazienza come se fossi un’epigrafe in braille, da decifrare alla svelta. In bocca il sapore di un lampone trovato nei dintorni s’attenua fino a scomparire. Mi sento al sicuro nel mio nascondiglio, perché il perimetro del mio spazio vitale è presidiato giorno e notte da mia madre. E, quando finiremo di giocare a nascondino, mi darà la merenda, il pasto più importante della giornata, il più solenne, perché è pura celebrazione, dell’estate, della luce che ha intriso i frutti fino a scoppiarli nella pentola, e sono diventati marmellata da spalmare sul pane, tanta marmellata e tanto pane, per tutti. Se il mio amico mi trova, andremo dritti a far merenda. I suoi genitori non verranno a prenderlo, non sono morti, no, ma il sole è ancora alto, e a farlo scendere non bastano i salti della corda o i rimbalzi della palla. È tutto così denso intorno a me, sono isolato da tanti strati protettivi (una ciliegina sottospirito!), sensazioni e ricordi si confondono: la spremuta del mattino, il sangue sul ginocchio, il cerotto che mi metterà mia madre sulla sbucciatura, ecco ora posso dimenticarmene, nel caso, sarà sempre lei a sostituirlo, perché è la mamma che tiene la luna al suo posto quando chiudo gli occhi, la mamma non gioca a dadi con l’universo. Se tua madre ti ama, puoi nasconderti dove vuoi, ma sei sempre dentro, nel cerchio di luce che accendono tutti i suoi sguardi, un puntino sul suo radar…

Dov’è Jacopo? È quasi un quarto d’ora che vago per il giardino, cercandolo. Ho una mezza intenzione di chiamarlo e ordinargli di uscire allo scoperto. Ha vinto. Tra non molto torneranno i suoi nonni ed è meglio farci trovare seduti al tavolo a montare il castello, anziché spettinati, con sgommate d’erba su gomiti e pantaloni. Qui tutto è rimasto uguale, eppure, da un lato, sento che vorrei congedarmi una buona volta, ho paura che nuovi ricordi, nuovi tempi si sovrascrivano a quelli più antichi, che il groppo nella gola si diluisca in un sorso omeopatico di malinconia. Percorro il giardino lungo la recinzione esterna, convinto che prima o poi lo troverò, ho superato il campo da tennis, ho evitato un isolotto di ortiche e adesso sto tornando all’altezza della casa. Uno sfrascare alle mie spalle e vedo Jacopo che mi corre incontro a perdifiato, come se stesse scappando da qualcosa, o lo stessi facendo io. Gli sorrido. C’è qualcosa nei bambini che mi commuove infallibilmente: l’urgenza che li fa scattare all’uscita della scuola per coprire la breve distanza che li separa dai genitori, la facilità con la quale mettono in gioco tutto l’ammontare del loro piccolo universo, e magari lo perdono, ma poi è di nuovo lì, a loro disposizione per la puntata di un nuovo impossibile amore, fino a quando?

«Dove ti eri cacciato? Iniziavo a preoccuparmi»

«Lì, tra le felci»

«Chi ti ha insegnato a riconoscerle?»

«La mamma o forse la nonna non ricordo»

E questo è tutto quello che ci diciamo sul tema, per oggi. Mentre m’incammino verso casa lui mi affianca e mi prende per mano. Io gliela stringo forte.

 

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GIANNI BIONDILLO (Milano, 1966), camminatore, scrittore e architetto pubblica per Guanda dal 2004. Come autore e saggista s’è occupato di narrativa di genere, psicogeografia, architettura, viaggi, eros, fiabe. Ha vinto il Premio Scerbanenco (2011), il Premio Bergamo (2018) e il Premio Bagutta (2024). Scrive per il cinema, il teatro e la televisione. È tradotto in varie lingue europee.
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