I giacobini neri
di Giorgio Mascitelli

I giacobini neri. Toussaint Louverture e la rivoluzione di Haiti di C.L.R. James ( trad.it. di Emanuele Giammarco, pref. di Sandro Mezzadra, Tangerin, Napoli, 2026, euro 25) ritorna in una nuova edizione presso le librerie italiane. Si tratta di un classico dell’anticolonialismo, che racconta una storia, quella della nascita di Haiti e della lotta dei Neri contro lo schiavitù, che fu probabilmente il primo episodio, perlomeno in forma organizzata e consapevole, di lotta anticolonialista. Questo libro, che nell’originale in lingua inglese apparve nel 1938, è opera di C.L.R. James studioso e militante politico di posizione trockista, che dunque riesce a leggere la conflittualità razziale entro una chiave interpretativa basata sulla lotta di classe. Nonostante James infatti costruisca un’opera storiografica basata sullo studio delle fonti, rivendica egli stesso la natura anche militante di questa rammemorazione, potremmo dire con parola benjaminiana, in cui la storia della Santo Domingo francese diventa il passato prossimo immediatamente attualizzabile di ogni lotta razziale e anticoloniale. Questa visione non può essere patrimonio del semplice studioso accademico e infatti James scrive “La prosa lirica e i petali di rose li lasciamo agli storici e ai comizianti degli anniversari” (ed.cit. p.95) quando ricorda che con lo scoppio della rivoluzione francese la burocrazia coloniale cerca di associare i mulatti al proprio governo nello sforzo di mantenere il controllo dell’isola, allo stesso tempo facendo retrocedere il pregiudizio razziale. Nella battuta troviamo la rivendicazione di una visione dialettica della realtà che solo il militante può cogliere.
Se sopra si è definito I giacobini neri un classico, può essere utile chiedersi che cosa s’intenda per un libro del genere con tale parola. Ci aiuta Sandro Mezzadra nella prefazione quando ricorda che il libro appare in un contesto storico ben preciso in cui il movimento panafricano, dopo l’attacco italiano all’Etiopia, concepisce la necessità di una mobilitazione anticoloniale sistematica. Essere un classico in altri termini vuol dire recuperare un passato storico e una figura, quella di Toussaint Louverture, in nome di una necessità presente e contestualmente renderlo disponibile per tempi futuri.
Proprio la figura di Louverture, già ampiamente analizzata e perfino cantata nel diciannovesimo secolo, viene descritta e colta storicamente, evitando qualsiasi medaglione esemplare o monumento. Egli è una figura eccezionale nel senso che tempi eccezionali come quelli rivoluzionari producono uomini alla loro altezza; tuttavia la sconfitta di Toussaint Louverture di fronte alla spedizione napoleonica del 1802 viene descritta senza infingimenti come frutto dell’incertezza e dell’incapacità del capo rivoluzionario di abbandonare quei principi, la moderazione nei confronti della popolazione bianca e il legame con la Francia rivoluzionaria, alla base del suo successo, anche quando è evidente che essi non funzionano più perché Napoleone ha ormai chiaramente deciso di ripristinare la schiavitù. Louverture cade per la sua fedeltà alla rivoluzione che il vertice di quella stessa rivoluzione ha deciso di tradire. Gli errori politici non vengono elegantemente sottointesi, ma presentati dentro una prospettiva storica in cui assumono quasi un carattere di necessità e quindi di tragedia. In fondo Toussaint ebbe il torto di praticare quella politica della riconciliazione che è stato il grande merito di Mandela nel Sudafrica del dopo Apartheid, con due secoli di anticipo in un contesto, anche da un punto di vista culturale, troppo arretrato perché sostenitori e avversari comprendessero l’ampiezza della visione. Lo sostituirà Dessalines che compirà quella strage della popolazione europea, che i bianchi avevano paventato proprio nel predominio di Louverture e allo stesso tempo fomentato appoggiando le spedizioni napoleoniche che si riveleranno disastrose, anche perché elimineranno l’unico dei leader dei giacobini neri interessato autenticamente a costruire la convivenza e a mantenere il legame con la Francia.
Nel racconto Il fidanzamento di Santo Domingo, ambientato nella Haiti rivoluzionaria, in particolare nella fase della guerra in cui Dessalines ha sostituito Louverture catturato dai francesi al comando delle forze rivoluzionarie, Heinrich Von Kleist racconta l’amore di una fanciulla, figlia di una mulatta e di un europeo, che vive con la madre in casa di un ex schiavo nero diventato un capo rivoluzionario, dopo aver ucciso spietatamente il suo padrone, che pure lo aveva sempre trattato con umanità, per un ufficiale di nazionalità svizzera, ma appartenente all’esercito napoleonico, che cerca con alcuni famigliari di mettersi in salvo dirigendosi a Port au Prince. La ragazza, a cui l’ufficiale ha chiesto la mano, non esita ad abbandonare la madre e il patrigno, che volevano la morte del soldato e viene senza pietà a sua volta da loro uccisa per il suo tradimento. Prima di morire spiega che lei non ha tradito nessuno, ma è tornata a schierarsi con la sua gente, visto che è figlia di un europeo. Ora lo stesso James ricorda come nella colonia francese per essere considerato bianco occorreva avere addirittura i centoventotto centoventottesimi di ascendenza europea, che la protagonista non ha: tecnicamente sarebbe stata chiamata una quarteron e pertanto nessun bianco l’avrebbe nella realtà mai sposata. Tra l’altro Von Kleist non era affatto di sentimenti filonapoleonici, al contrario l’ambientazione haitiana di questo racconto è dovuto al fatto che, arrestato nel 1807 dai francesi, trascorse i sei mesi di prigionia nella stessa cella dove pochi anni prima era morto Toussaint Louverture; eppure il suo racconto pullula di stereotipi razziali ed è un esempio particolarmente eloquente del contesto culturale ostile alle politiche di Louverture.
Il libro si conclude con un’appendice inserita da James nell’edizione del 1962, intitolata da Toussaint Louverture a Fidel Castro, nella quale l’autore ricostruisce, seppure succintamente, l’elaborazione di una cultura autonoma e tutte le lotte anticoloniali e antirazziste del mondo antillano e caraibico, fino alla rivoluzione cubana, che viene vista in questa prospettiva storica come lo sbocco di quel ciclo di lotte cominciato dai giacobini neri quasi due secoli prima. Infatti la rivoluzione haitiana e quella cubana, pur con tutte le ovvie differenze storiche e anche sociali, a Cuba per esempio la schiavitù fu un fenomeno limitato, hanno dovuto affrontare problemi tipicamente indo-occidentali, “Il frutto specifico di una determinata radice e di una determinata storia” (op.cit. p.429). E forse uno dei motivi più significativi e più attuali per accostarsi oggi a questo libro è l’approssimarsi della fine dell’esperienza cubana, minacciata ancora una volta dal colonialismo che, come ricorda James, assume nelle diverse epoche forme diverse ma al fondo resta sempre lo stesso (sfruttamento economico, oppressione razziale), perché ci spiega che tutte queste vicende si muovono dentro una storia più lunga di cui anche il potenziale epilogo di questi giorni non sarà che un episodio.
