E son qui che aspetto Bortoli #1

Rus’
di
Silvia Bortoli
«Mi scusi» dice, sollevando la testa verso il grosso passeggero che continua ad arrivarle alle spalle, sporgendosi sopra di lei per parlare con il suo vicino di posto, «è il settore non fumatori». Lui non le risponde nemmeno, anzi lascia apposta, le sembra, che il fumo le avvolga la testa accecandola.
«Per favore!» ripete con il suo tono più secco, ma un altro da dietro dice distintamente: «ma che rompicoglioni!»
Se ancora non ha capito cos’è la Russia, sa ormai cosa sono i viaggi per arrivarci, corse precipitose verso una nuova frontiera, anche se questi che la assediano non sono pionieri, ma tecnici di una qualche azienda, e non corrono verso il lavoro, che già hanno, bensì verso il bere molto, il molto mangiare, il sentirsi più gente di mondo, più occidentali e moderni del paese che li ospita. E il fraternizzare con le giovanissime prostitute di cui stanno fantasticando sopra la sua testa, senza risparmiarle nessun dettaglio di un rudimentale kamasutra da viaggio, convinti, si direbbe, che a loro si accompagnino grazie a robuste e virili virtù. Sanno già tutto, non c’è dubbio, l’incertezza non è cosa loro.
Quando arrivano all’aeroporto è pomeriggio. Il tempo è grigio, i loro compagni di viaggio accolti rumorosamente da sosia inquietanti. Nell’atrio un gentile Volodja in blue jeans che gli ciondolano dai fianchi magri divide per tre e distribuisce tra le signore impreviste l’unico mazzo di fiori, garofani rossi, cercati, lo sa, nei posti più improbabili, interni di stabili, baracchette che sembrano depositi di attrezzi. Lo ha seguito una volta, lui o un altro dei molti Volodja che sempre li accompagnano, alla ricerca di rose per un invito a cena. Allora le avevano trovate nell’atrio di un palazzone dove si era diretto con sicurezza. Il negozio qui sembra inessenziale.
Questo dividere i fiori davanti a loro, fiori presi direttamente da un vaso, nudi, senza carta, perché nessuno ne resti privo, le sembra un gesto di squisita cortesia, un gesto non formale, diretto a lei. È di nuovo in Russia.
Attraversano la periferia della città su un pulmino che schizza ai lati due spruzzi giallognoli di fanghiglia, fa caldo, dieci gradi sopra lo zero. L’enorme edificio dell’albergo impedisce di vedere il delta, ma dietro, nella nebbia, sente fischiare il vento che arriva dal Baltico, lo riconosce, non perché le sia già abituale, piuttosto come un rumore che la situa in quello spazio.
Accompagnata da una cameriera di cattivo umore trascina le valigie nella stanza che le hanno assegnato. Una suite a due piani con le vetrate sul golfo di Finlandia, una scala hollywoodiana, o svedese, che sale con un giro ampio, e dappertutto una moquette color senape e poltrone e divani in velluto giallo, segni di un’improbabile grandeur. In un angolo, un televisore che trasmetterà in russo, pensa, o vecchi film americani con sottotitoli in cirillico. Ma non lo saprà mai anche se per giorni, nonostante le sue proteste, un elettricista dell’albergo si ostinerà ad aggiustarlo, bussando caparbio alla sua porta.
Sul letto a sacco il lenzuolo ha un buco di sigaretta, un foro da cui con la forbice è stata tagliata via la parte bruciata, ben stirato, ma aperto, come un foro di pallottola. E dopotutto forse lo è.
Poiché li ha già visti, i monumenti della città, le residenze degli zar, i palazzi dei principi e il Nievskj Prospekt con i suoi piccoli commerci e le finestre stondate e si è già bagnata sotto i giochi d’acqua dei giardini di Pietro e ha infilato infinite volte sopra le scarpe enormi babbucce per scivolare lungo i pavimenti di legno intarsiato, questa volta non salirà nel pulmino alle ore previste per le previste destinazioni.
Non salirà? Le giovani Olghe addette alla loro cura e protezione scuotono la testa contrariate. Della vecchia Russia che non ha conosciuto pare sia rimasto questo senso della costrizione collettiva, sia pure ai piaceri dell’ospitalità. E pericoloso girare da soli, lo sa? Ci sono molti briganti, pronti a fare ai turisti cose terribili, lo sa? Lo sa, lo sa, anche a casa sua non scherzano, cerca di rassicurarle, non ha intenzione di uscire, si è portata del lavoro da fare, guarderà l’acqua da dietro i vetri e se vorrà uscire si accoderà a loro, promesso. La più giovane delle giovani Olghe scuote la testa, è delusa e lo lascia capire, è il suo primo incarico e dovrà dire a qualcuno che un’ospite le è sfuggita, è arrabbiata, anzi è furiosa, vorrebbe farsi ubbidire e non sa come. Sandra non intende evitarle questa prima sconfitta della sua giovane vita di moderna piccola russa efficiente.
Lasciandola in piedi nell’enorme atrio, gli occhioni azzurri incupiti, rientra nella sua improbabile suite, sorride alla cameriera e chiede in tutte le lingue a lei note un caffè. La cameriera sorride senza capire, come farà mitemente per tutti i giorni seguenti, accettando le mance con frenetici movimenti del capo. Si chiede come sia arrivata a lavorare in questo posto ambito, luogo di mance e privilegi, quella donna sparuta che sembra sorpresa e spaventata di essere al mondo. Lei tuttavia è soddisfatta della sistemazione. Del calore eccessivo delle stanze, delle poltrone in finta pelle, poltrone color marrone in cui si può sprofondare appoggiando i piedi sul tavolino, poltrone di svedese praticità. E soddisfatta dell’uomo col cane che vede correre lungo la riva e le dà l’impressione che questo sia il vero fronte dell’albergo, rivolto a un mondo ulteriore, e non l’ingresso mastodontico, aperto verso la città. È soddisfatta dei libri che ha sistemato sul piano della scrivania, della città che già conosce e non può più attirarla con le sue seduzioni e infine del pallido buio della sera che avanza. Starà lì, lavorando un poco, ma soprattutto abbandonandosi felicemente alla pigrizia, lontana da ogni obbligo, chiusa in questo studio giallo e marrone, silenzioso e privo di virtù, uno studio per uomini d’affari, dalla protettiva bruttezza.
Quasi distesa nella scivolosa poltrona marrone, sola nella stanza buia, sotto il cono di luce della lampada, succhia lentamente, un quadrato alla volta, le tavolette di cioccolato che ha comprato in viaggio. Fuma e legge e aspetta che qualcuno venga a prenderla per la cena. Alle sue spalle, dal golfo di Finlandia il vento si abbatte fischiando contro le vetrate.
Il giorno dopo scende a far colazione. Che gruppo? chiede sbrigativa la ragazza alla reception. Non sa qual è il suo gruppo, sempre che ne abbia uno, spiega nel suo inglese da viaggio, c’è un pulmino da qualche parte, in cui non è salita. La ragazza si illumina cupamente, dunque è lei quella che ha rifiutato il pulmino, la guastatrice, l’elemento che porta scompiglio e disturba il lavoro, e allora peggio per lei, il pulmino, le fa capire quasi con soddisfazione, mangia altrove, nessun gruppo, nessun pasto. Anche la sua collega scuote la testa con aria di compatimento.
Diventata uno scarto inutilizzabile, un avanzo che può solo far danno, rifiutata da ogni ristorante dell’albergo, trova per caso, solo perché si è persa, la cafeteria del suo piano, c’è un tavolino che blocca l’accesso, pausa pranzo, o semplicemente pausa, ma a gesti la cameriera la manda più su. E così scopre la vita parallela dell’albergo, dove le dimensioni si riducono e c’è posto anche per gli eccentrici. Negli anfratti di quell’edificio smisurato si mangia e si beve al di là delle relazioni organizzate o di gruppo, l’organizzazione retrocede e le relazioni umane si intrecciano.
Assicurate le retrovie, passa il primo giorno di volontaria reclusione leggendo Tolstoj per capire la Russia, ha questa presunzione. Perché la Russia non è come il resto del mondo, questo lo intuisce dai sorrisi vaghi, misteriosi, di compatimento, di chi ne sa più di lei. Non è ancora l’Oriente, del quale si intuiscono i primi segnali nelle facce caucasiche che incontra a volte nei corridoi, e non è più l’Occidente o, se lo è, lo è in una versione del tutto nuova e inattesa.
Visti i luoghi, ascoltate le persone, cerca illuminazione nella memoria dei russi, legge per ore, con il ritmo tranquillo di un fondista, infilando ogni tanto la mano sotto la carta lilla della tavoletta di cioccolato, e le sembra che dal tempo dei goffi e intensi tentativi di Levin per capire se stesso non sia cambiato molto, ma che tutto si sia mantenuto in qualche modo uguale, non vivo però, pietrificato, come il corpo del giovane minatore nelle miniere di Falun. Alle sue spalle sente la rete leggera dei caffè aperti, della gente che si infila nei corridoi, nelle stanze, l’energia ronzante dei loro traffici, e quando Levin va a falciare con i contadini, lei alza gli occhi e chiude il libro.
Nei giorni seguenti non scende a colazione con gli altri, si alza tardi, lavora, legge e quando ha fame mangia pane scuro e pesce affumicato alla cafeteria del piano, dove può mostrare col dito quello che vuole. Le cafeterie sembrano microscopiche mense aziendali a beneficio dei lavoratori dell’albergo, si paga infatti esclusivamente in rubli. A volte invece, improvvisamente, equivoci luoghi di incontro in cui giovanotti con magliette quasi occidentali (occidentali, si chiede, rispetto a cosa?) si chinano abbassando rapidamente la voce sulle tartine al caviale o su mezze uova rese molto barocche da ornamenti enigmatici, annuiscono con aria efficiente, si danno rapide e pesanti manate sulle spalle, si accordano. Poi di nuovo innocenti famigliole, facce patibolari, giovani prostitute. Quella che domina è però un’aria domestica, le cameriere li conoscono, sembra quasi che li conoscano da sempre, e a lei che è nuova e non ha biglietti da un rublo, il caffè viene offerto. Dalle porte esce nei corridoi un odore di mele e stanze sovraffollate. Ogni tanto si apre uno spiraglio su immobili facce russe, facce che non ha visto su nessuna rivista o giornale o televisione, e rozze facce europee, queste sì conosciute e tuttavia sorprendenti. E poi all’improvviso pallidi turisti belgi dall’aria sperduta e per bene, un ragazzo abbandonato per terra nell’atrio, senza che nessuno lo guardi. Un tedesco barcolla ubriaco strisciando la spalla lungo il muro del corridoio e parla da solo.
Le cameriere della cafeteria la trattano con gentilezza, lei sorride e mostra col dito questo e questo e questo, porta al tavolo il piatto e mangia con il libro davanti, piccola finzione per poter spiare in pace le facce intorno a sé.
Nei giorni seguenti non riesce a evitare un’ennesima favola delle tre melarance, né un balletto di grasse ballerine dalle carni bianche, che ricadono pesanti sul tavolato del palcoscenico. La Russia offre di tutto, senza discernimento, mette sul tavolo ogni genere di cose, cibi sopraffini e indigesti, con la certezza che verranno consumati. Durante l’intervallo file ordinate di spettatori con tristi abiti della domenica cercano di procurarsi un rinfresco: due caramelle offerte su un piattino, simboli di piaceri forse mai conosciuti, ritualità di eventi sociali. Anche loro avranno letto Tolstoj pensa crudelmente, dev’esser quella la loro memoria, quella a cui fanno ricorso per agganciare al vestito di tutti i giorni un merletto industriale, o per infilare sotto il golf una camicia di nylon color albicocca. Lo stesso pubblico numeroso applaude con lo stesso entusiasmo la bellissima favola delle melarance e l’informe balletto. Saranno persone diverse, pensa, dovrebbero esserlo. Eppure non ha questa impressione, le sembra quasi di riconoscere, nella fila che si muove lentamente in circolo, gli stessi volti dalle carni pallide che ha visto nei giorni precedenti in un altro teatro. Sono loro il popolo russo? Le sembra che solo qui, forse, ci potrebbe essere ancora un popolo, questa parola desueta, che le dà l’impressione di ricadere, per il solo fatto di usarla, in una specie di nostalgia per tempi più semplici che la mette a disagio.
Al bar del quinto piano merce quindicenne esposta sugli sgabelli, gli occhi vuoti e assieme spasmodicamente attenti, braccine minute, pallide e molli, un generale senso di miseria e malnutrizione. Attorno a loro, già su di loro, uomini occidentali, e qui improvvisamente non le sembra di doversi chiedere “rispetto a cosa”. Chiassosi, eccitati e quasi sorpresi. Ci sono proprio, sembrano dire, non è una fola, eccole qui. Gli abitués confermano con gli occhi, cosa vi avevamo detto? Sugli sgabelli ragazze assurdamente composte tengono le gambe incrociate e si sistemano le spalline di quelli che cercano di essere vestiti da sera, o eleganti, o forse addirittura provocanti
Nei giorni seguenti osserva affascinata la Russia che mangia.
La sala da pranzo di un albergo nel centro della città ha una sopraelevazione direttamente collegata a un office. Sono le nove del mattino e la ressa è grande. La lunga coda di gente silenziosa e determinata passa in silenzio davanti ai tavoli su cui sono esposti i cibi e accumula sui piatti polpette di carne piene d’aglio, bicchieri di latte cagliato, burro e cibi che non riconosce, fritti, dorati, grassi, e focacce e pile e pile di pane scuro e fragrante.
La cosa che più la colpisce è il silenzio. Mangiare, in questo paese in cui di recente, a un angolo di strada, una vecchia ha cercato di venderle cinque carote molli, annerite e ordinatamente disposte in fila per terra su un pezzo di carta, le sembra un’attività di impressionante importanza, un lavoro che richiede impegno e concentrazione. Capisce che le cafeterie non offrono in fondo che leggeri spuntini tra una riunione e l’altra, ha l’impressione che i digiuni siano altrettanto lunghi e concentrati, altrettanto seri e impegnativi. Sa che è difficile trovare da mangiare, forse soltanto le organizzazioni degli alberghi e dei ristoranti ci riescono. La gente che arriva fin qui, gente certamente privilegiata, che dispone di valuta o di relazioni, mangia con serietà.
A cena, di fronte a cibi che mantengono la forma dell’opulenza ma avvolgono le loro dorature su misere porzioni di carni di qualità disperante, conosce una nuova Olga, un’aristocratica personcina con un taglio di capelli sofisticato e un tailleur sorprendentemente elegante, fuori posto quasi tra quei calorosi espansivissimi russi che infatti tiene a bada con occhiate severe. Controllata e sottile, rappresenta la Russia che dovrebbe esserci, la Russia che c’è, ma per il momento si è persa. Siede con la schiena diritta dove tutti si protendono rumorosamente sul tavolo, fulmina il suo accompagnatore ormai ubriaco che si piega verso di loro baciando a turno la mano di tutti e dichiarando la sua amicizia, anzi, il suo amore. Non è così che si fa, sembra dire stringendo le labbra, lei mantiene il distacco, non li aggredisce con la sua emotività, non si aspetta nulla da loro. Bisogna non nascondere il disastro, sembra dire la sua schiena diritta, del resto è evidente, e tuttavia tirarsene fuori, dissociarsi con controllata intensità, esprimere sorpresa.
I gomiti stretti contro il busto esile, la nuova Olga si passa rapidamente la punta delle dita sulla frangia appena sfilata dei capelli, lancia un solo, secco, imperioso battito di ciglia e con scientifica obiettività spiega che sopra la Russia si è aperto un grande buco nel cielo, un buco misterioso che aspira e risucchia ogni cosa venga fabbricata e prodotta. Perché tutto viene ancora fabbricato e prodotto, ma misteriosamente sparisce. La giovane Olga, nonostante sia un’economista, non vede altra spiegazione per l’improvvisa, generale scomparsa dei ferri da stiro.
Quando il ferro di sua madre si romperà, spiega, non potranno più stirare, semplicemente questo, e lei sa che il paese trabocca, da qualche parte, di nuovissimi ferri da stiro, perfettamente efficienti, appena scodellati dalle fabbriche di ferri da stiro di cui la Russia è piena. E questo, aggiunge, vale per tutto. Poi tace e guarda il suo piatto con occhi severi, dando piccoli, diffidenti colpi con la forchetta alla coscia di pollo. E l’unica che abbia col cibo un rapporto distaccato, quasi disgustato. Per rompere il silenzio e interrompere quella manovra inquietante, Sandra si offre, nel caso la catastrofe si avveri, di procurare a sua madre un ferro da stiro occidentale. Con un gesto regale la giovane Olga abbandona la forchetta sul piatto e rifiuta. Lei si rende conto dell’errore grossolano. Ha scambiato una metafora sulla Russia per una banale necessità domestica, si merita tutto il disprezzo di quella elegante persona.
Nel silenzio che segue un tedesco ubriaco che per qualche ragione cena con loro reagisce in ritardo al nome della sua città. Venezia? chiede aggressivo. Sì, dice lei. Mafia! grida il tedesco.
Nei giorni seguenti continua a perdersi nei corridoi seguendo i turni delle cafeterie. Oltre una porta, seduti sul letto, fianco e fianco, un uomo e una donna guardano immobili il muro, facce asiatiche, in qualche modo dolenti. Di piano in piano sente voci dietro alle porte, si siede allo stesso tavolo di facce slave che la sorprendono, non ospiti dell’albergo, ma abitanti di questo sito artificiale e dotato forse di dignità territoriale. Immagina una sigla di provincia che lo rappresenti, non riesce a immaginare invece che questa gente sia di passaggio, ha l’aria di abitare qui da molto e di volerci o doverci restare. L’albergo è carissimo, lo sa, non un caravanserraglio per viandanti, ma un centro di incontri per gli affari più strani, estremamente istituzionali e insieme estremamente loschi. Un luogo privo di identità, separato, che pure accomuna tutti artificiosamente e li fa sembrare ambiguamente di casa.
A ogni piano assaggia fiduciosa polpette misteriose, addenta tartine con appiccicoso caviale rosso dalla superficie leggermente raggrinzita e asciugata per l’esposizione nelle vetrine. La cosa migliore è sempre il pane, grandi, spesse fette di pane scuro che lei spalma di burro e che nonostante tutte le suggestioni delle migliaia, dei milioni di addetti alla produzione industriale, le cui cifre sempre le vengono snocciolate per convincerla senza necessità, poiché lo è, della grandezza e importanza del paese, forse con la complicità della quotidiana lettura di Tolstoj, rendono la Russia ai suoi occhi un paese soprattutto agricolo, ancora antico, in cui qualcosa si è rotto proprio lì dove dovrebbe trovare conferma, impacciato dalla propria modernità che lo rende goffo e arrogante. Il pane russo, l’unica cosa che ancora si trova, uguale nel tempo, ancora in rassicurante abbondanza, rappresenta per lei, più efficacemente della giovane Olga, l’unione della Russia scomparsa e di quella a venire.
E forse per questo che, lasciata Leningrado per Mosca, non più accompagnati minuto per minuto dalle ansiose cure dei loro ospiti, mentre passeggiano oziosamente nelle strade della capitale, incrociando una panetteria, un vecchio negozio grande e spoglio nel quale dietro le vetrine non vede nient’altro che file di pagnotte marrone chiaro, dalla forma regolare, allineate sugli scaffali, decide di entrare e comprarne una per sé.
Entra e si mette in fila con i russi che fanno la spesa, l’uomo davanti a lei si gira a guardarla e sorride, una turista dal fornaio, ha l’aria di dire, se ne vedono di tutti i colori, lei sorride a sua volta e quando arriva il suo turno indica una pagnotta con il dito. Voglio quella, fa cenno alla commessa.
La piccola donna russa, una donna di mezza età, robusta, con solidi bicipiti sotto il grembiule, la guarda in silenzio come se non capisse. Quella, indica di nuovo lei, puntando il dito verso la forma di pane. La donna allora spinge il mento in avanti, stringe le labbra e fa un secco no con la testa, non vuole darglielo, il pane russo. La gente intorno a loro si ferma a guardare. La donna risponde allo sguardo e incrocia le braccia. La gente guarda lei, la turista, e guarda la donna che non vuol darle il pane, qui, a Mosca, dove tutti vendono tutto, e ride di entrambe.
Anche lei allora si ostina, vede un cartello con un prezzo, va alla cassa e mette il denaro davanti alla cassiera che lo prende ridendo e grida qualcosa alla donna che ancora la fissa con rabbia, dalle quello stupido pane, grida la cassiera.
Alla donna dietro il banco deve sembrare che tutti scuotano la testa e la compatiscano, perché alla fine ostilmente si gira, prende un pane e lo sbatte sul banco come se volesse far danno, lo getta lì nudo, con rabbia, come se lei, la straniera, avesse abusivamente spalancato la porta di casa sua e si fosse seduta nel suo salotto, avesse appoggiato i piedi sul suo tavolo e si fosse bevuta il suo tè.
La cassiera scende dalla predella, gira intorno al bancone, prende un sacchetto e gentilmente lo porge all’eccentrica turista occidentale perché incarti il suo pane e se lo porti via, un pane vecchio, duro e gommoso, scelto apposta per lei, come scoprirà in albergo quando cercherà di mangiarlo senza riuscirci, finendo per buttarlo nel cestino, con la sensazione di compiere un gesto empio, sprezzante, uno spreco che la donna ha previsto, che le ha attribuito con lungimirante esattezza, come non ci si potesse aspettare altro che questo e avesse cercato di limitare il danno.

Nota per Rus
All’inizio degli anni ‘90 del secolo scorso sono stata più volte a Mosca e a San Pietroburgo, che proprio nel 1991 aveva cambiato per la terza volta nome tornando all’antico, grazie a un referendum popolare promosso dall’allora sindaco, Anatolij Aleksandrovič Sobčak, mentore di Putin, che aveva appena lasciato il KGB e iniziava quella carriera politica di cui oggi vediamo i frutti.
Erano gli anni della grande crisi economica, i negozi erano vuoti, il cibo circolava grazie all’economia non ufficiale, la verdura e la frutta solo nelle case dei ceti privilegiati che potevano procurarselo e in qualche nuovo ristorante georgiano appena nato. Tutto quello che era stato statale era desolatamente vuoto e abbandonato.
E poi c’eravamo noi, gli occidentali, convinti che la nuova apertura sarebbe stata l’inizio di un’era di collaborazioni virtuose, di affari reciprocamente vantaggiosi, di rapporti con una nuova Russia ansiosa di diventare capitalista, di riabbracciarci, noi che dopotutto eravamo una sua parte fraterna, l’altra Europa. Non è andata propriamente così. La Russia non era particolarmente desiderosa di copiare il nostro stile di vita, ma soprattutto non aveva nessuna intenzione di farsi portare per mano dall’Occidente laico e capitalista, aveva la sua propria secolare grandezza, il suo orgoglio di grande potenza, di Terza Roma, la sua spiritualità e la sua capacità di resistenza.
Mentre le persone intorno a me progettavano, io osservavo gli anfratti, le cose in apparenza minime, la vita che si svolgeva nei corridoi degli alberghi, e rileggendo oggi il breve racconto in cui ho descritto quei viaggi, penso che fosse tutto già lì, ben visibile, perché dietro a Putin c’era e c’è ancora oggi la fornaia moscovita.
