Qualche appunto sulle occupazioni degli studenti

di Demetrio Paolin

Questo pezzo nasce da un video, dopo averlo visto ho provato una strana sensazione, che in qualche modo ha a che fare con me, con le proiezioni di me rispetto ai miei studenti e alla loro esperienza legata, alle occupazioni e le manifestazioni di questi giorni. Partiamo dal video; sono pochi minuti divertenti: è la mattina di mercoledì scorso. I ragazzi sono dentro il cortile della scuola, hanno chiuso con il lucchetto le entrate e hanno deciso di occupare e di non far entrare i professori. Nel video ci sono io che parlo con i miei alunni e ridendo dico loro: “Ma come farete senza di me che vi spiego Dante! Fatemi spiegare Dante!” Il video finisce con noi che ridiamo e io che dico: “Lunedì prossimo, canto III del Purgatorio” (ho poi mantenuto la promessa).
Se penso a quel video, adesso, provo una sensazione come di rimorso, mista a una sorta di pudore, come se fossi un ospite indesiderato.

 

Come molti docenti ho vissuto i giorni della scorsa settimana non tanto come insegnante, ma come educatore dei ragazzi, che hanno deciso di mettere in atto un’occupazione; ci sono stati momenti di svago e leggerezza (quello che ho raccontato ad esempio); altri invece sono stati di profonda tensione, altri di confusione, di incomprensione e con gli alunni e con gli altri membri del corpo docente.

L’occupazione nella mia scuola è stata pacifica, nessun danno alle cose, in un clima abbastanza sereno, ma forse per questo, forse in virtù di questa tranquillità, ho potuto guardare alcune dinamiche dall’interno, che mi pare di non aver letto da altre parti.

*

Parto da una breve testimonianza di una mia alunna che era alla manifestazione di venerdì. Stamane, mentre camminavo in corridoio, lei mi raggiunge, mi prende sotto braccio e mi dice: Prof, venerdì ci hanno caricato. Ho visto, dico, come stai? Bene, fa lei, i lacrimogeni non sono piacevoli, mi sono spaventata, però sono riuscita coprirmi gli occhi. Hanno usato anche gli idranti? Eh prof, sì, però. Però cosa?, le chiedo. Però un po’ di casino per farli innervosire l’abbiamo fatto. Pausa mia. Ci sta vero, prof? Ci sta, le ho detto.

Quando l’ho vista andare verso la sua classe, dentro di me ho tirato un sospiro di sollievo, perché le cose potevano mettersi male, ma infine spero che questo sia per lei un primo passo verso una riflessione sul suo agire politico e/o sociale. Oppure temo che non sarà così, mentre la vedo di spalle, inghiottita dai compagni che escono per l’intervallo.

Appena elaboro questo pensiero, mi rendo conto che nutro nei suoi confronti una sensazione vaga, l’idea che in questi quattro anni lei mi sia sfuggita, che non sia riuscito a comprenderla del tutto, mi lascia una certa amarezza.

*

Ora in questi giorni, appunto, mentre stavo fuori da scuola a parlare con i ragazzi, mi è capitato di leggere diversi articoli, diversi documenti, diverse descrizioni dei ragazzi, e così mi sono deciso di parlare dei miei.

Ho letto diverse testimonianze che raccontavano le attività delle occupazioni, alcune volte scritte di prima mano da colleghi. Leggevo con una gelosia crescente di come gli alunni avevano prodotto documenti, fatto assemblee, in cui avevano avviato confronti. Certo, mi dicevo, questo avviene in licei più politicizzati del mio, quelli in centro, o quelli con un certo nome, ma noi a Mirafiori Sud siamo più “maranza”, poco inclini al ragionamento, immuni dall’impegno politico, monadi sociali e egoistiche che non hanno idea di comunità. Siamo una realtà in cui si teme e nel contempo si desidera essere branco, dai “miei” insomma non ci si aspettava un comunicato e/o assemblee.

Bisognerebbe, poi, chiedersi se sia un bene che abbiano scritto comunicati e interrogarsi su come li abbiano scritti. Per curiosità ne ho letti alcuni, e ho pensato che quelle parole erano solo una versione più presentabile, più giornalistica, dei miei alunni. In realtà, nel disimpegno dei miei così come nei comunicati degli altri, si può leggere facendo bene attenzione il progressivo svuotamento degli organi e luoghi deputati al confronto e alla politica nella scuola; un esempio tra i tanti, in questi anni ho visto la figura del rappresentante di istituto trasformarsi da agitatore di idee politiche a organizzatore di prom e di eventi di fine anno (una parabola perfettamente berlusconiana: dove il politico è colui che organizza “feste galanti” e dice “barzellette” perché è simpatico).

Qualche collega potrebbe obiettare: invidia? (di solito gli alunni del vicino sono sempre più bravi dei nostri). Qualcun altro potrebbe dire che sono io a non averli saputi preparare, e ci sta: è una riflessione che prendo sul serio. Ma ho letto quei comunicati, e vi chiedo: avete fatto caso alla lingua in cui sono scritti? È una lingua stantia, che sa di Novecento: stessi periodi, stesso lessico, stesse istanze dei nostri comunicati di allora. Ci si lamenta di un sapere nozionistico, lontano dal vissuto reale dei ragazzi, e lo si fa con parole di un’altra epoca. L’unica differenza è il femminile sovraesteso.

*

Torniamo alla mia scuola. Nei giorni dell’occupazione gli alunni non hanno interrotto il dialogo con alcuni docenti, spesso le loro domande potevano riassumersi così: Ecco abbiamo occupato, ma ora cosa dobbiamo fare? Alcuni miei colleghi hanno provato a guidarli: mail, messaggi audio su telegram o whatsapp in cui spiegavano come si fa un’assemblea, come si produce un documento, come organizzare tavoli di lavoro.

Io sono stato invece contrario a tutto questo. Io volevo osservarli, capire dove e se sarebbero andati da qualche parte. Non è mio compito dare senso alla piattaforma delle loro rivendicazioni. Se una volta passata la fase di euforia iniziale – viva l’occupazione, riprendiamoci la scuola etc etc! – ci si trova a non saper come riempire questa scatola vuota,  chiedendosi “cosa dobbiamo fare?”, significa che qualcosa di ben più interessante sta per accadere. Quando ci accorgiamo che la nostra protesta ha come fondo il nulla, cosa ce ne facciamo? Questa domanda è per me interessante.

Il nichilismo, l’ospite inquietante per dirla non Nietzche, non invitato, si presenta così davanti a cancelli chiusi della scuola, tuta sintetica dai colori acetati, capellino, borsello palesemente contraffatti, suona per entrare e partecipare alla occupazione. Così noi docenti e alunni lo incontriamo.

I ragazzi si sono trovati senza una idea precisa per fare ciò che facevano. Certo c’erano le parole d’ordine, c’erano i documenti che altre realtà condividevano, c’erano le piattaforme di rivendicazione scritte alcune con l’ausilio dell’intelligenza artificiale e altre con l’ausilio del prof di filosofia, ma, come dicevo, i miei studenti sono disabituati a tutto questo, e questa disabitudine ha prodotto una sorta di miracoloso disvelamento, che nei loro compagni delle altre scuole non è arrivato altrettanto repentino e lucido.

In quei giorni, parlando con loro, mi pareva sentire queste parole: “Noi agiamo non per qualcosa, neppure contro qualcosa, noi lo facciamo, perché a guardare dentro la nostra vita, dentro ai giorni, agli impegni, ai legami di amicizia e di banda, alla famiglia, alla società, guardando dentro a noi stessi, troviamo nulla.”

Il nichilismo, che contraddistingue i miei alunni, è un nichilismo attivo, nutrito da una rabbia che non fa particolare differenza tra assaltare una libreria, un negozio di scarpe o una profumeria, è una rabbia che cela il desiderio di lasciare un segno, ma insensato. Mai come in loro il nichilismo si presenta così in purezza: non c’è mai nelle loro riflessioni un senso, non esiste una idea parziale di futuro: non c’è una visione, spirito di palingenesi e rinnovamento. Quando parlo con loro, e ci parlo continuamente, perché mi prendo cura dei loro percorsi di vita e di studio per come e per quanto posso,  rimango stupito dalle loro parole, dove anche grammaticalmente, il futuro è abolito.

Eppure, come posseduto dallo stesso paradosso di cui pare nutrirsi questo scritto (Sei a loro favore? Sei contro di loro?), io penso che questo nichilismo sia più utile dei trattati di sociologia che vorremmo che leggessero; più utile della letteratura che vorrei amassero; questa nullificazione della loro vita è in qualche modo la molla per buttare all’aria tutto, compresi quelli come me.

*

Venerdì, nella mattinata, quando l’occupazione era giunta alle fasi conclusive ho chiesto loro: quando tutto sarà finito cosa farete? Prof, mi hanno detto, torneremo a scuola. Fine? Fine.

Come se tutto ciò che era accaduto (l’occupazione, la manifestazione, i lacrimogeni, la polizia, le cariche) non avesse lasciato segno. Il loro nichilismo è un nichilismo di chi non vuole giocare ma rovinare il gioco agli altri. Così li ho guardati, infine, seduti in palestra alcuni, altri fuori nel campo da calcio, altri a camminare per i giardini, e mi sono sembrati tanti piccoli Joker, ma  sono nuovamente io a proiettare, a domandarmi cose, che a loro non interessano, dovrei leggere loro questo pezzo che sto scrivendo? Che mi direbbero? Sarebbe sensato?

In loro io vedo qualcosa di radicale, che ci spinge a domande radicali. Per questo, forse, quando leggo gli articoli o le testimonianze dei colleghi in cui si descrivono i ragazzi manifestanti come bellissimi e pieni di sguardi rilucenti sul futuro, provo fastidio. In quegli articoli, forse anche in questo?, non stiamo descrivendo gli studenti, ma stiamo descrivendo noi, proiettando in essi la malinconia della nostra generazione, la quale non ha quasi mai avuto il coraggio di arrivare a questo strato profondo di niente. Siamo troppo educati, troppo colti, troppo rispettosi, non violenti, con le mani bene in alto, in segno di resa, mentre veniamo picchiati.

I miei alunni sono poco colti, poco educati, poco “belli”, non sono neppure disperati o annoiati, sono semplicemente tanti nulla che per un attimo trovano una comune forma di vicinanza. Sono furbi e cinici, sanciscono la fine dei progetti, delle assemblee, delle forme di rappresentanza così come le abbiamo immaginate, obliterano la vita politica: producono il nulla, ce lo gettano in faccia.

Noi adesso li vorremmo aiutare, educare, scrivere in vece loro i comunicati, noi che li guardiamo come fossero che la nuova meglio gioventù, ma in realtà li temiamo, perché a loro di noi e del nostro non interessa nulla.

Sono tanti particulari, tanti nulla particulari che guardano al futuro come allo scroll dei telefoni, alla corsa sul monopattino, ai soldi guadagnati con lavoretti di poco, al pomeriggio a farsi il taglio dal barbiere. Consegnano la loro vita, né esaltante né deludente, al nulla.

Potrebbe sembrare che il loro nichilismo sia negativo, distruttivo, eppure se lo guardo, se provo a guardarlo anzi, mi pare che quel nulla sia un luogo, nel quale i miei alunni riescono a trovare qualcosa. Sembrano passivi, perché siamo abituati  pensare al nulla come qualcosa di immobile. Per loro, in verità, è una oscura forza di movimento, così mi domando se i miei maranza o se la mia alunna, che cammina per i corridoi, un giorno, annoiandosi durante una lezione di filosofia, si troveranno a dar ragione a Sartre e all’idea che il nulla corrisponda alla libertà, e a stupirsi di come loro l’abbiano messa in atto.

Per questo motivo li guardo ammirato, affascinato dal loro stesso nulla, e vorrei che la mia generazione, che ha avuto come unico compito l’autodistruggersi, li guardasse con lo stesso stupore: tutto era più semplice di quello che credevamo.

Così torno al sentimento che ho provato dopo aver visto il video, e a quel disagio, preoccupazione, sentimento di inquieta cura, verso la mia alunna che veniva ingoiata dal corridoio e spariva con gli amici, ecco è l’invidia. Invidio i miei alunni per essere giunti lì,  dove noi ci abbiamo solo sperato, ma mai creduto.

 

2 Commenti

  1. Molto molto interessante. In alcuni passaggi mi ci sono ritrovato tanto, soprattutto quelli generazionali. C’è una domanda che mi resta in gola: ma loro si auto definiscono “nulla”? Come si raccontano?

  2. Trovo interessante e del tutto plausibile questa lettura in termini di “nichilismo”, di espressione del nulla percepito, ma trovo che lo sguardo parternalistico sopravanzi malgrado i buoni propositi dell’autore la sua lettura. Come trovo ormai abbastanza irritanti le letture “generazionali”, queste disinvolte generalizzazioni, di “noi” e poi di “loro”.

    Scrive l’autore: “vorrei che la mia generazione, che ha avuto come unico compito l’autodistruggersi, li guardasse con lo stesso stupore, ecc.” Quale sarebbe la sua generazione, innanzitutto? E cosa sta enunciando qui? Una sua proiezione – come teme di farne nei confronti di “loro” -, ma stavolta rivolta ai suoi “coetanei”? Io con le generalizzazioni-generazioni-proiezioni ci andrei con i piedi di piombo. Non siamo giornalisti, e se fossimo sociologi, utilizzeremmo più parameri e più finezza di categorie.

    Ancora (generalizzazioni su di “loro”): “Sono tanti particulari, tanti nulla particulari che guardano al futuro come allo scroll dei telefoni, alla corsa sul monopattino, ai soldi guadagnati con lavoretti di poco, al pomeriggio a farsi il taglio dal barbiere. Consegnano la loro vita, né esaltante né deludente, al nulla.”
    L’autore era partito con uno sguardo indiziario, esplorativo, ma poi chiude i conti in modo affermativo e definitivo. Davvero questi liceali son diventati trasparenti a lui? Hanno perso ogni opacità, ogni imprevidibilità?

    I Francia prima che gli studenti s’inventassero di sana pianta un movimento, per ragioni che sono vecchie in realtà di un decennio (le condizioni della scuola pubblica), tutti si apprestavano a subire il voto di bilancio sotto la cappa di piombo di una nuova austerità, aggravata dalla nuove economia di riarmo. L’imprevisto nessuno lo aveva minimamente previsto. Il nulla dei ragazzi sembrava un nulla di calma piatta. Sarà sempre un nulla, magari, ma è diventato un nulla agitato. E ha spazzato via un’atmosfera politica che sembrava ineluttabile. (Almeno qui.)

    Infine: “Ma ho letto quei comunicati, e vi chiedo: avete fatto caso alla lingua in cui sono scritti? È una lingua stantia, che sa di Novecento: stessi periodi, stesso lessico, stesse istanze dei nostri comunicati di allora.” Quelli che han fatto la rivoluzione francese facevano ben di peggio: s’ispiravano ai romani dell’Antichità. Certi sessantottini agli sartakisti… Certi del movimento della pantera al linguaggio dei sessantottini… Ecc.

    E’ davvero difficile dire cosa diventeranno questi liceali domani. Cosa ne faranno della loro attuale esperienza di scontento e protesta. Una cosa è certa: io questi grandi spalti generazionali – noi qui, loro là – non li sento mica tanto. Mi sembra che il loro nulla sia il mio stesso, e viceversa. E il loro scrolling, lo stesso che vedo fare a fior di professionisti adulti sui mezzi pubblici ogni giorno, professionisti tra cui mi ci metto pure io.

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giacomo sartori
giacomo sartori
Sono agronomo, specializzato in scienza del suolo, e vivo a Parigi. Ho lavorato in vari paesi nell’ambito della cooperazione internazionale, e mi occupo da molti anni di suoli e paesaggi alpini, a cavallo tra ricerca e cartografie/inventari. Ho pubblicato alcune raccolte di racconti, tra le quali Autismi (Miraggi, 2018) e Altri animali (Exorma, 2019), la raccolta di poesie Mater amena (Arcipelago Itaca, 2019), e i romanzi Tritolo (il Saggiatore, 1999), Anatomia della battaglia (Sironi, 2005), Sacrificio (Pequod, 2008; Italic, 2013), Cielo nero (Gaffi, 2011), Rogo (CartaCanta, 2015), Sono Dio (NN, 2016), Baco (Exorma, 2019) e Fisica delle separazioni (Exorma, 2022). Alcuni miei romanzi e testi brevi sono tradotti in francese, inglese, tedesco e olandese. Di recente è uscito Coltivare la natura (Kellermann, 2023), una raccolta di scritti sui rapporti tra agricoltura e ambiente, con prefazione di Carlo Petrini.
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