Il residence dei mariti di Roma nord

di Davide Orecchio

Nella mia città di nascita e vita c’è un residence dove capitano o hanno l’incubo di finire i mariti di Roma nord. Col petrolio di grandi e piccoli errori, debolezze, cattiverie, forse violenze, mediocrità, rabbia, mogli che non ascoltano, porte blindate da mogli che non ascoltano, spazzolini in assenza, dentifrici in assenza, non mutande pulite né camicie di ricambio i mariti di Roma nord sbarcano o hanno l’incubo di sbarcare al residence su via Candia, per un loro passaggio in purgatorio o inferno.

Alcuni per fumare aprono le finestre che sporgono sulle paninoteche della tristezza, sugli orologiai della mediocrità, sulle botteghe dell’esiguità e dall’asfalto ricevono il suono della moto, dell’auto, il torrente di mastice. Poi s’intristiscono a guardare preti e pellegrini, seminaristi, ragazze in minigonna. Annusano l’odore del ristorante messicano, la coniugazione dei nachos, la declinazione del Margarita vietato ai mariti di Roma nord penitenti nel residence. I più saggi chiudono presto gli scuri e si ritirano.

Uno dei mariti è ingegnere e pensa:
Sono un costruttore dai tempi del Meccano, delle viti infantili, dei campanelli per gioco, delle Polistil che riparavo e adesso, con una breve parola magica, risveglierò il passato, l’odore delle spazzole di rame, la plastica rovente, il rombo dei motori. Il tramonto sulla stanza dei giochi dopo i compiti. La gara elettrica. L’amico, nemico, di nuovo amico. La merenda. Di nuovo la gara. Le cose che si rompono e si devono aggiustare. La vittoria, la sconfitta. Ecco la parola magica: POLICAR!

In seconda elementare rispondevo “l’ingegnere” a chi chiedeva “cosa farai da grande?”, ma avrei dovuto replicare: “Perché lo domandi? Non vedi che sono già quello che diventerò?” Quindi ero un progetto. Giovane solo in apparenza. Adulto e costruttore dietro la tenerezza della pelle, della bassa statura, della voce acuta, dell’essere imberbe. Poi l’università: anche lì giovane per finta, tutto preso dallo sguardo sui libri, le equazioni, le scienze applicate. Non mi sono mai ubriacato. Non ho mai fatto l’amore sulla spiaggia. Non sono mai impazzito e, dunque, non sono mai rinsavito. Fino all’anno scorso che ho conosciuto Rosa e quando l’ho detto a mia moglie, ecco, quando l’ho detto a mia moglie…

Uno dei mariti è sociopatico e pensa:
Ma qui dentro, morbidamente protetto, accudito da pareti, tenuto segreto da mattoni posso dire di essere infelice quando è l’unico posto dove mi senta riscaldato come nel piumino d’oca o nella vasca da bagno? Sono al sicuro. Scanso le trappole dei colleghi, l’ufficio tossico, mia moglie nel rancore. Eppure piango. Ho quarant’anni: è possibile piangere sul divano a quest’età? Per non avere scampo dalla micro borghesia, dallo schermo piatto, dalla serie tv, mi sono ritrovato a piangere e adesso nella contaminazione da lacrime io piango per tutto, piango se parlo, se mi chiedono, se guardo e mi guardano, piango per il bicchiere di plastica azzurro, per le ascelle sudate, per i compiti, le aspettative, piango per i fagioli freddi e la birra svampita, per chi sono stato e sarò mentre mi dilapido e ora piango. Piango per il gatto morto, la madre morta, il padre morto, il poeta morto, per tutti quelli amo/ho-amato/amerò e moriranno. Ho solo impulso e voglia di piangere. A te è mai successo? Sai dirmi come devo comportarmi? Potresti aiutarmi?

Uno dei mariti è scrittore e scrive:
Vivo la scrittura come un atto d’insubordinazione. A chi disobbedisco o provo? Alla realtà. Ai fatti cucinati male, accostati senza garbo, già scaduti prima di avverarsi, rozzi e inavvertiti, maleducati che noi definiamo come “l’accadere”, oppure come “la concatenazione degli eventi”, “le cause e gli effetti” o anche, proverbialmente, come “ciò che è stato, è stato” e tu datti pace.

La realtà con la sua pretesa di comandare lo stile, è detestabile. Ma non è una rivolta semplicemente estetica, la scrittura per me. È un gesto etico. È il racconto per bocca dell’essere umano, per mano dell’uomo e della donna, per l’occhio della donna e dell’uomo che rompe il silenzio delle cose che avvengono, muoiono e una volta morte spariscono. Il silenzio dell’universo, della natura, di una storia che senza le storie elaborate da noi non si vedrebbe nell’impassibile inerzia del mondo: quello è l’avversario. La scrittura è ricreare la vita, assegnare giustizia, sottolineare ingiustizia, protestare, comandare la realtà rifacendola, interrogare il passato, recuperare i morti, esistere, soprattutto essere felici nel gesto imperfetto di ciò che si scrive.

Quanto si possa essere felici nella scrittura è il mistero più acuto, ma risuona nel controcanto di un altro mistero: quanto si possa fallire e soffrire nella materia della vita non scritta, subita, ed è quel recinto che mi porta nel residence dove merito di stare, non lo nego, ma anche mia moglie non capisce che, non vuole capire che…

Uno dei mariti è avvocato e dice:

14 Commenti

  1. ROBERTO ARTISTA DEL LIBERO COLLETTIVO DI SCRITTORI DI “QUESTA è L’UNIONE SOVIETICA”,
    (RACCOGLIENTE LE NUOVE E MIGLIORI PENNE DELL’EMILIA), LO TROVATE Lì, SU POSTNARRATIVA.ORG, ASSIEME A TUTTI GLI ALTRI, A TUTTI VOI, A TUTTI NOI.
    P.S. PERMANE COMUNQUE IL RICORDO DI ROBERTO NEI NOSTRI SPIRITI

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davide orecchio
Scrittore e giornalista. Vivo e lavoro a Roma. La maggior parte dei miei romanzi e racconti tradisce un certo interesse per la storia, ma una minoranza si rifiuta di farlo. Testi inviati per la pubblicazione su Nazione Indiana: scrivetemi a: d.orecchio.nazioneindiana(at)gmail.com. Non sono un editor e svolgo qui un'attività, per così dire, di "volontariato culturale". Provo a leggere tutto il materiale che mi arriva, ma deve essere inedito, salvo eccezioni motivate. I testi che mi piacciono li pubblico, avvisando in anticipo l'autore. Riguardo ai testi che non pubblico: non sono in grado di rispondere per mail, mi dispiace.
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